Capitolo 7 Tre anni prima

3 anni prima di Penny

Il sole è ancora alto quando attraversiamo la città per arrivare al parco. Qualcuno — credo Nate — ha un pallone da basket incastrato sotto il braccio e, appena mettiamo piede sul campo di cemento screpolato, lo lancia su come se fosse in NBA. Rimbalza sul ferro con un clangore così secco che la palla schizza via fino a metà del prato.

«Elegante», dice Ryan, correndole dietro.

«Tiro di riscaldamento», gli urla Nate, sorridendo.

Cazzeggiamo per un po’, senza una vera partita. Solo HORSE, sfide uno contro uno, tiri strani che non riusciamo mai davvero a mettere. Ryan continua a provare a schiacciare anche se è alto un metro e settantatré e a malapena arriva alla retina. Caleb invece ne infila un paio da tre di fila, e subito si mette a pavoneggiarsi come se fosse entrato all’improvviso in prima squadra.

Ridiamo tutti, ci spingiamo, sudiamo sotto il sole del tardo pomeriggio.

Quando alla fine ci lasciamo cadere sull’erba, col fiato grosso e il petto che si alza e si abbassa, il discorso torna alla giornata delle professioni.

«Allora», dice Ryan tra un sorso d’acqua e l’altro, «lo stand migliore di oggi? Io voto quelli di ingegneria. Mi hanno dato una pallina antistress.»

«A te non serve una pallina antistress», dice Nate. «A te serve la terapia.»

Ryan gli fa il dito medio, sempre con quel sorriso stampato in faccia.

«A me è piaciuto lo stand di psicologia», dice Caleb. «Quella donna sembrava che le importasse davvero.»

«Sì, finché Ryan non ha iniziato a chiederle se poteva ipnotizzarlo per fargli passare matematica.»

«Era una domanda legittima!» protesta Ryan.

Nate ride così forte che per poco non gli va di traverso. «Però quello di danza? Nessuno l’ha neanche guardato.»

«Ah, quello col poster della ballerina?» chiede Caleb. «Sì. Vuoto per tutto il tempo.»

«Ehi», fa Nate, indicando con il pallone. «Non sottovalutate i ballerini. Lo sapete quanto devi essere forte per fare balletto? Rispetto per quelle ragazze. Sul serio.»

Annuiamo tutti, senza battute. Solo consenso.

Ed è per questo che mi piacciono questi ragazzi.

Non sono secchioni, non sono sportivi, non sono niente di speciale sulla carta. Solo ragazzi nella media che vanno sullo skate, giocano a basket, sparano cazzate. Però sono gentili. Ci pensano, alle cose. Rispettano la gente.

Quando ho iniziato il liceo, pensavo che il football fosse la strada giusta. Sono entrato in squadra, ho giocato qualche partita, mi piaceva perfino l’adrenalina. Ma lo spogliatoio? Quel continuo mettersi in mostra, i commenti, il bisogno di superarsi a vicenda solo per dimostrare che eri un uomo? Lo odiavo. Mi sembrava vuoto.

Poi, due anni fa, la mia vita è andata di traverso e ho mollato la squadra senza voltarmi. Ho trovato loro, invece. Ho trovato i libri. E tra le due cose, ho avuto qualcosa di solido a cui aggrapparmi.

Ryan tira su la palla da dove è seduto. Rimbalza sul ferro, torna indietro rotolando e lo colpisce in pieno petto.

«Visto?» dice, impassibile. «Talento naturale.»

Noi gemiamo e ridiamo, e penso che forse questo — questo momento qui — basta.

I ragazzi si avviano verso la fontanella vicino ai campi, lasciandomi disteso sull’erba con il pallone da basket sotto il braccio. Tiro fuori il telefono e scorro fino al numero di Jemma. I pollici mi restano sospesi un secondo, prima che inizi a digitare.

Allora, ti andrebbe di andare a vedere un film, prima o poi?

La sua risposta arriva subito. Non mi conosci nemmeno.

No, ribatto digitando, ma mi piacerebbe.

I puntini lampeggiano, spariscono, poi tornano. Risposta elegante.

Sorrido, lasciandomi andare all’indietro sull’erba. Non posso farci niente. È il complesso dell’eroe.

Complesso dell’eroe?

Sì. Ti è caduta la penna. Ti ho salvato la vita. Ne abbiamo già passate tante insieme.

Stavolta mi manda un’emoji che ride. Sei ridicolo.

Forse, scrivo, ma ti prometto che sono un’ottima compagnia. Che ne dici?

Un’altra pausa. Poi: Va bene. Un film sembra divertente.

Mi trattengo a stento dal sorridere, infilando il telefono in tasca proprio mentre Ryan e Caleb tornano di corsa, discutendo su chi sia il miglior tiratore. Nate mi lancia una bottiglia d’acqua.

«Perché hai quella faccia?» chiede Ryan, sospettoso.

«Che faccia?» domando, afferrando la bottiglia.

«Come se avessi appena vinto qualcosa.»

Scrollo le spalle, nascondendo il sorriso. «Forse ho vinto.»

Quando arrivo a casa, è tutto silenzioso. È il silenzio migliore: non quello pesante dopo un litigio, ma quello che significa che non c’è ancora nessuno.

Lascio lo zaino per terra vicino alle scale, mi sfilo le scarpe con la punta del piede e vado dritto in cucina. Ho lo stomaco che brontola dal parco.

Il frigorifero ronza quando lo apro. La pasta avanzata da ieri sera è sul ripiano di mezzo. La verso in una padella e la lascio scaldare mentre mi riempio un bicchiere d’acqua. L’odore d’aglio invade la stanza mentre mescolo e, per qualche minuto, sembra quasi tutto normale.

Mangio appoggiato al bancone, scorrendo il telefono e rileggendo i messaggi di Jemma di prima, come un idiota che non riesce a smettere di sorridere. Quando il piatto è pulito, dei fari attraversano la finestra sul davanti.

L’auto di mamma.

La porta si apre e si richiude; i suoi tacchi ticchettano piano sul parquet. Entra un minuto dopo, ancora con i vestiti da lavoro, gli occhi segnati dalla stanchezza. Ma quando mi vede, sorride.

«Ehi, tesoro,» dice, lasciando la borsa sul bancone. «Sei a casa presto.»

«Sì,» rispondo, sciacquando il piatto. «Ci hanno lasciati andare dopo l’orientamento.»

Lei sospira e si sfila le scarpe. «Dio, quanto odiavo l’orientamento quando avevo la tua età.» Ride piano, poi mi osserva. «Com’è andata? Ti ha colpito qualcosa?»

Scrollo le spalle, asciugandomi le mani con uno strofinaccio. «Non proprio. Ho preso qualche depliant.»

«È una buona cosa,» dice. «È già qualcosa.»

Si appoggia al bancone, massaggiandosi le tempie. Per un secondo le parole mi restano lì, sulla punta della lingua: Potete tu e papà smetterla di litigare? Possiamo provarci? Possiamo solo… tornare a stare bene?

Ma le ingoio.

L’ho già detto, tutto questo. Non è mai cambiato niente. Non è mai durato.

Così invece annuisco e mi sforzo di sorridere appena. «Vuoi che ti prepari un piatto?»

I suoi occhi si addolciscono. «Mi farebbe piacere, tesoro. Grazie.»

E lo faccio. Il silenzio torna a riempire lo spazio tra noi, e io glielo lascio fare.

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