05

Mi prese i vestiti di mano, li gettò sul lavandino e fece scivolare i miei occhiali sul pavimento.

Fui almeno grata che non li avesse fracassati a terra.

Troppo spaventata per fare qualsiasi cosa, osservai il suo atteggiamento da folle.

Si avvicinò e le sue mani afferrarono l'elastico della mia gonna.

«Ch-che stai facendo?» domandai in preda al panico, bloccandogli subito le mani.

Fece un sorrisetto mentre mi tirava i fianchi contro il suo corpo. «Qualcosa che ti piacerà, stronza» ringhiò.

«Lucas, no, ti prego, fermati!» lo supplicai, cercando di fermarlo, ma lui mi ignorò e lo guardai abbassarmi la gonna.

Sgranai gli occhi mentre le sue dita percorrevano la mia pelle scoperta.

Mi sentii terribilmente insicura, con mille pensieri che mi vorticavano in testa.

Iniziò con i bottoni, e lottare contro di lui era inutile.

Mi sbottonò la camicia e la gettò via, sul pavimento.

Il suo sguardo si addolcì fissando la mia scollatura; per fortuna indossavo una canottiera bianca.

«Lucas, lasciami andare» implorai ancora una volta.

Ignorò le mie preghiere e mi strinse più forte a sé. I nostri corpi si scontrarono, dandomi una sensazione strana e terribile.

I nostri sguardi si incrociarono e rimasero agganciati per minuti interi.

Chiusi gli occhi, sentendo l'acqua calda colpirmi dolcemente la pelle.

Li riaprii quando mi accorsi che le sue mani mi stavano lavando i capelli.

Lo guardai mentre si versava altro sapone sul palmo e me lo applicava sui capelli, frizionando con delicatezza.

Anche lui era fradicio d'acqua.

Aspettate un attimo! Mi sto perdendo qualcosa?

Questo non è il mio bullo psicopatico che mi lava i capelli?

Sembrava così calmo, concentrato sulla mia testa, poi distolse lo sguardo verso il mio, mentre io lo fissavo a bocca aperta, sorpresa.

Portò le mani al mio viso e mi accarezzò le guance, strofinando via i resti di cibo che mi erano rimasti appiccicati.

Chiusi gli occhi e gli lasciai fare quella che sembrava una sorta di terapia, sentendo di nuovo l'acqua sulla pelle.

«Stagli lontano» disse all'improvviso. Riaprii subito gli occhi; il suo sguardo si era incupito.

«Perché?» chiesi, sapendo di chi stesse parlando.

«Perché una puttanella insignificante come te non è degna di lui» disse, facendomi stringere il cuore in una morsa amara.

Perché doveva sempre dire parole che mi ferivano così profondamente?

«Stammi lontano!» sbottai, cercando di spingerlo via.

«Dove cazzo credi di andare, stronza?» ruggì, tornando a essere il diavolo di sempre.

«Non ti esaltare troppo perché ti sto lavando il corpo da troia. Ti sto solo preparando a quello che sta per succedere» disse con fare malizioso.

«Perché devi sempre farmi del male?» chiesi, esausta.

Doveva pur esserci un motivo se mi odiava così tanto.

«Perché tu mi appartieni, Camilla, e ti farò in così tanti pezzi che non riuscirai più a reggerti in piedi» disse con voce roca, affondando il viso nel mio collo.

«Non sono tua» mormorai.

«Che cazzo hai detto?» ringhiò, tirandomi più vicino mentre io mi divincolavo per allontanarmi.

«Tu non mi possiedi, Lucas Liam, e non sarò mai tua» replicai con astio, mentre i suoi occhi si facevano più scuri.

Mi spinse contro il muro e sussultai per il dolore improvviso alla schiena.

Forse era arrivato il momento di morire.

«Questo lo vedremo, Camilla» sibilò, mentre la sua mano si infilava tra le mie cosce.

La paura mi attanagliò quando sentii le sue mani farsi strada nelle mie mutandine.

Cercai di chiudere le gambe, ma lui usò le altre mani per allargarle.

Le infilò nelle mutandine e cominciò a strofinarmi più in fretta, facendomi cedere le ginocchia.

«Lucas, smettila!» lo supplicai, mentre le lacrime mi rigavano il viso senza sosta.

«Andiamo, stronza, smettila di negarlo» disse, strofinandomi ancora più forte, finché non sentii un liquido scorrermi tra le gambe.

«Cazzo! Sei bagnata» sogghignò senza fermarsi. Provai a spingerlo via, ma lui ne approfittò per trascinarmi a sé per la vita e cominciò a succhiarmi il collo.

Il mio corpo si irrigidì e mi aggrappai alla sua spalla per sostenermi.

Continuò a succhiare e mi ritrovai a gemere per quel bastardo.

Odio quello che mi sta facendo.

«Lucas!» gemetti il suo nome mentre un suo dito scivolava dentro di me.

Sussultai quando lo spinse dentro e fuori.

Sentii il corpo scosso da una convulsione e mi strinsi forte attorno al suo dito.

«Lucas!» dissi, ormai esasperata, e lui sfilò il dito, lasciando finalmente libero il mio collo.

«Adesso dimmi che non ti piace, stronza» sogghignò, leccandosi via il mio umore dalle dita.

Lo fulminai con lo sguardo. Mi sentivo così disgustata e usata per avergli permesso di farlo, non che potessi davvero fermarlo.

«Ti odio» singhiozzai amaramente, asciugandomi le lacrime calde che mi cadevano dal viso, mentre lui mi guardava senza alcuna emozione.

Lo superai e lui non si preoccupò di fermarmi.

Presi i vestiti di Beatrice, andai in un angolo nascosto e mi cambiai in fretta.

Uscii completamente vestita e notai che se n’era già andato.

Raccolsi i miei abiti macchiati e i miei occhiali, li indossai e uscii dal bagno.

I jeans erano stretti, ma dovevo farmeli andare bene.

Sentendomi così arrabbiata con me stessa, corsi nel bagno delle ragazze senza curarmi delle prese in giro e delle battute dei miei compagni, e mi ci chiusi dentro, piangendo a dirotto.

«Camilla! Camilla! Sei lì dentro? Sono Beatrice» disse, con la voce venata di preoccupazione.

Mi alzai da dove mi trovavo e aprii la porta, restando in piedi come uno straccio davanti alla mia migliore amica.

«Camilla! Che ti è successo?» mi chiese non appena mi vide, avvolgendomi con le braccia e facendomi singhiozzare ancora più forte.

«Shhh! Va tutto bene, piccola, sono qui per te» mi confortò, ma non poteva capire il dolore che stavo provando.

È semplicemente troppo per me. Perché proprio a me?

Mi ero posta queste domande così tante volte, senza mai trovare una risposta.

Sciogliemmo l'abbraccio, anche se avevo ancora il viso gonfio.

Il suo sguardo si posò sul mio collo e sussultò per lo shock.

«Chi ti ha fatto questo?» chiese, scostando il colletto della camicia per vedere meglio.

Confusa, mi voltai verso lo specchio e sussultai a mia volta.

Mi ha appena marchiata?

Ma sul serio…

«È stato lui» tirai su col naso, sfiorando con le dita la pelle, che era diventata rossa e che presto sarebbe diventata scura.

Mi aveva appena lasciato un fottuto succhiotto.

«L-lui? Oh mio Dio! Non dirmi che è stato Lucas» chiese.

Le lacrime mi rigarono di nuovo il viso e piansi come una bambina.

«Voglio andare a casa» singhiozzai amaramente, mentre Beatrice mi abbracciava di nuovo.

«Okay, andiamo» disse, senza fare altre domande.

Preparammo le nostre borse e lasciammo subito l'edificio scolastico.

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