Capitolo 5 Sei... Mi stai assumendo?

~Elara

Quando vidi il cartello “Cercasi personale”, mi facevano già un male cane i piedi.

Camminavo dalla mattina. Due colloqui. Un rifiuto e un “le faremo sapere”. La batteria del telefono era al quindici per cento e avevo in tasca giusto i soldi per una cena economica, sempre che rinunciassi ai mezzi e tornassi a casa a piedi.

Quasi non alzai lo sguardo, ma quell’edificio di vetro era impossibile da non notare. Troppo pulito, troppo alto, decisamente troppo impeccabile per una come me.

Impiegato/a cercasi. Assunzione immediata. Alloggio per il personale disponibile.

Lo diceva un cartello proprio accanto all’edificio.

Le gambe mi si bloccarono all’istante.

Alloggio.

Quella parola da sola mi fece stringere il petto in un fremito nervoso.

Dormivo in un appartamento condiviso con muri sottili e una pazienza ancora più sottile. Sentivo cose che non avrei dovuto sentire. Rabbrividii, ma se perdevo quel posto non avevo nessun altro dove andare.

Fissai a lungo le porte girevoli. Dentro di me, un pensiero dopo l’altro si scontrava, la realtà contro un sogno a occhi aperti.

Non sei qualificata, mi dissi.

Eppure… qual era la cosa peggiore che potessero dirmi?

Di no?

Schioccai la lingua e mi incamminai verso l’edificio; sgusciai oltre le porte mentre l’aria fredda mi colpiva il viso. La hall sapeva di soldi. Pavimenti lucidi e pareti bianche. La gente si muoveva in fretta, come se avesse sempre un posto importante dove andare.

Mi guardai intorno, a metà tra stupore ed esitazione, sentendomi subito minuscola e fuori posto.

Poi mi avvicinai al banco della reception. La receptionist mi degnò a malapena di uno sguardo quando dissi che ero lì per la posizione da impiegata. Fece solo scivolare verso di me un modulo con una mano, mentre con l’altra continuava a digitare.

«Non servono certificati. Sarà sottoposta a una prova», disse con tono monotono.

Una prova? Merda, non ero preparata. Merda, non ero preparata.

Mi tremarono un po’ le mani mentre compilavo il modulo; gli occhi mi scattavano di lato, come se mi aspettassi da un momento all’altro che qualcuno venisse a dirmi che c’era stato un errore.

Invece, dopo che consegnai il foglio alla receptionist, si avvicinò una donna in un blazer aderente. Mi guidò in un ufficio più piccolo con tre scrivanie e pile di fascicoli.

«Li organizzi per data e reparto», disse con precisione. «Poi testeremo la sua velocità di inserimento dati.»

Non aggiunse altro. Niente chiacchiere, niente sorrisi di circostanza.

Annuii con entusiasmo e mi misi subito al lavoro.

I fascicoli non erano affatto complicati, solo buttati lì alla rinfusa, e li sistemai in fretta, ricontrollando le date e assicurandomi che niente finisse nel posto sbagliato. Quando sentii il suo sguardo addosso, il calore mi salì su per il collo, ma non rallentai.

Dopo, mi fece sedere davanti a un computer, con una sola istruzione.

«Scriva.»

E scrissi. Numeri, nomi, indirizzi, e via così. Mi concentrai sullo schermo e lasciai fuori tutto il resto. Con i dettagli ero sempre stata brava. Era l’unica cosa che nessuno poteva portarmi via.

«È veloce», disse la sua voce.

Sbattei le palpebre, sorpresa, e sentii il rossore salirmi sulle guance. «Davvero?»

Forse mi ero isolata per un po’.

«Inizia domani. Primo mese in prova. L’alloggio è incluso e ne parleremo.»

Per un secondo la fissai e basta.

«Mi sta… assumendo?»

«Sì. Se è ancora interessata.»

Interessata?

«Sì. Lo sono.» La voce mi uscì più in fretta e più alta del previsto, ma lei si limitò ad accennare un sorriso, come se niente fosse.

Poi annuì una sola volta, già pronta a passare oltre. «Le risorse umane le daranno i dettagli.»

Dopo tutto, tornai nell’atrio principale, con un leggero rimbalzo nei passi, come se i piedi mi portassero da soli e io stessi fluttuando.

Un lavoro. Un posto dove stare. Sentivo già la stabilità insinuarsi dentro di me. Inspirai con un sorriso euforico. Forse, finalmente, le cose stavano cambiando.

Fu allora che il rumore cambiò. Non si spense di colpo. Semplicemente… si abbassò.

Le voci si attenuarono, i movimenti rallentarono, la gente si raddrizzò, scostandosi in fretta, liberando il passaggio. Scattai con la testa di lato, in cerca della causa.

Qualcuno vicino a me sussurrò in preda al panico: «È qui».

Aggrottai la fronte. Lui?

Chi è lui?

La donna che mi aveva fatto il colloquio si chinò verso di me, tirandomi a sé. «Mettiti da parte».

E io feci immediatamente un passo indietro.

Fu allora che lo vidi.

Alto, spalle larghe, capelli scuri pettinati di lato con cura, abito scuro, occhi taglienti, passi calmi e regolari. Non aveva fretta: camminava e basta, come se il mondo gli appartenesse.

La sua sola presenza catturava l’attenzione senza che lui dovesse fare nulla. Con un viso così, del resto. Sembrava scolpito… alla perfezione.

La gente si spostava per lasciargli strada, anche senza che qualcuno glielo dicesse.

All’improvviso mi si strinse il petto e non capii perché. Fu come se l’aria fosse cambiata e qualcosa d’invisibile mi avesse sfiorato la pelle.

Poi—

Un gemito mi sfuggì dalle labbra mentre una fitta improvvisa mi trafisse il lato del collo.

Mi immobilizzai.

Le dita si sollevarono senza che riuscissi a controllarle, toccando automaticamente il punto appena sotto l’attaccatura dei capelli.

Che sta succedendo adesso?

È… caldo.

Non reagiva così da settimane, non da quella notte. Il calore si diffuse sotto la pelle, così all’improvviso, come un battito.

Deglutii a fatica, un po’ stordita. Dev’essere lo stress. È lo stress… e il nervosismo.

È solo un uomo. È ovvio che uomini potenti come lui ti mettano agitazione. Tutto qui.

Eppure il respiro non voleva rallentare e, man mano che lui si avvicinava a dove mi trovavo, una pressione improvvisa mi mandò un brivido involontario lungo la schiena. Come stare troppo vicino a un filo scoperto.

Mi spostai di lato in fretta, rischiando quasi di urtare qualcuno.

«Fai attenzione», borbottò un membro del personale.

«Scusa», sussurrai.

Tenni la testa bassa; non volevo che vedesse la mia faccia e giuro che non so neppure perché.

La donna che mi aveva assunta mi afferrò leggermente il braccio. «Non intralciargli la strada», disse a bassa voce.

«Chi è?» chiesi piano.

«Il nostro capo».

Sgranai gli occhi. Questo spiegava il silenzio… e di certo non la reazione del mio corpo.

«Non tollera gli errori», aggiunse. «Se lo urti, sei finita. Chiaro?»

Annuii in fretta. «Sì».

Il cuore mi batteva ancora all’impazzata e mi ripetei che era paura. Doveva essere solo quello. Uomini con una presenza simile rendevano le stanze soffocanti.

Lo intravidi mentre mi passava accanto e, per un istante, qualcosa in lui mi parve familiare.

Non il viso. Non esattamente.

Solo… la sensazione.

Come stare al buio e riconoscere un’ombra che hai già visto.

Il segno pulsò di nuovo, più piano questa volta, e io premetti il palmo contro quel punto finché non si attenuò.

Questo stress mi sta davvero consumando. Non dormo bene da giorni. Be’, se cerchi lavoro senza sosta per giorni, è normale che il corpo reagisca.

Lui scomparve in un ascensore privato e, lentamente, il rumore nell’atrio riprese. La gente ricominciò a muoversi, mentre la tensione svaniva.

Scossi la testa. Va tutto bene. Stai bene, è assolutamente normale.

È solo un uomo in un completo elegante, e queste reazioni sono normali.

Vero?

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