Capitolo 2 Privilegi
«Tu! Che cosa credi di fare?» Leila impallidì. «Hai la minima idea di quanto valga? A un’asta potrebbe essere venduto per dieci milioni!»
«È solo un bracciale.» Nora la fissò come se riuscisse a vederle dentro. «E anche il tuo prezioso James. Io non voglio né l’uno né l’altro.»
Non stava mentendo.
Il bracciale era ricoperto di diamanti, ma le pietre erano piccole e avevano più scintillio che peso. Il suo valore stava nel nome che portava, più che nelle gemme in sé.
Per Leila, però, Nora suonava comunque ignorante e sprecona.
Willow accorse di corsa, lo afferrò e si piazzò al fianco di Leila. «Nora, tu non sei nemmeno più una Flynn. Con quale diritto tocchi la proprietà dei Flynn?»
Il trambusto attirò gli ospiti. Le teste si voltarono. I bisbigli si propagarono.
«È così giovane, e già così piena di sé. Un bracciale così basterebbe a farla vivere comodamente nel vecchio quartiere.»
«È tutto ciò che gente come lei ha ancora: l’orgoglio.»
Sentendoli, Leila sollevò il mento e raddrizzò le spalle, più altezzosa che mai. «Nora, non c’è bisogno di rovinare ciò che non puoi avere, giusto? Avevo intenzione di lasciarti restare fino ai primi del mese prossimo, per la mia festa di fidanzamento con James. Stavo persino per invitarti a bere qualcosa.»
James era legato alla famiglia Flynn fin da bambino. Una volta Nora era stata la fidanzata designata. Ora, invece, era solo la figlia adottiva di cui volevano sbarazzarsi.
Ed era proprio quella la parte che Leila amava di più. James era il ragazzo d’oro di Cloud City: ricco, ben introdotto, destinato a fare strada.
«Hai qualche problema all’udito?» Nora aveva sempre detestato il rumore, fin da piccola, e l’essere importunata di continuo le stava facendo perdere la pazienza.
Aggrottò la fronte, e il suo bel viso si assestò in una chiara espressione di antipatia. «Perché dovresti volermi lì? Perché, a confronto, tu sembri ancora più insipida?»
Leila aveva cercato di affondare il coltello, non di beccarsi uno schiaffo davanti a tutti. Per un istante fu tentata di graffiare quel volto perfetto. Ma con così tanti occhi addosso, si trattenne e si dipinse un’aria ferita. «Nora, io stavo cercando di essere gentile. Perché sei così crudele con me?»
Mary le seguì fuori. Appena vide gli occhi di Leila lucidi di lacrime, si infiammò. «Nora, Leila è venuta a salutarti perché sa che per te sarà dura. Come puoi essere così ingrata?»
Nel mese trascorso da quando Leila era tornata, aveva recitato alla perfezione la parte della bambola fragile.
E Kevin e Mary se l’erano bevuta.
Anche se avessero visto attraverso la sua messinscena, avrebbero comunque favorito il loro sangue.
Nora non aveva paura di Mary. Le incurvò appena le labbra. «Signora Flynn, quando, di preciso, avrei maltrattato sua figlia? O è semplicemente decisa a vedere soltanto ciò che le fa comodo?»
Il sarcasmo arrivò lieve, pronunciato con la calma di chi sta al di sopra dell’intera scena.
Leila sbatté le palpebre, sconvolta. Nora non si prendeva nemmeno la briga di rispettare Mary. Allora cos’altro non avrebbe osato fare?
«Mamma, Nora ha esagerato,» fece il broncio Leila, sperando che Mary la svergognasse al posto suo.
Mary non la deluse. Sbuffò. «È sempre stata una piccola disadattata, fredda come il ghiaccio. Non ho mai capito perché, ma adesso sì. È marcia dentro.»
Nora aveva vent’anni. In quei vent’anni, non era mai stata davvero vicina ai Flynn. Per lo più se ne era rimasta per conto suo, porta chiusa, nessuna visita.
Willow capì l’aria che tirava e porse il bracciale con entrambe le mani. «Signora Flynn, Nora dice che non lo vuole.»
Mary lo prese, scoccò a Nora uno sguardo duro, afferrò la mano di Leila e glielo chiuse attorno al polso. «I cimeli di famiglia spettano alla nostra vera figlia.»
Quella stoccata non punse Nora nemmeno un po’.
«Chi si somiglia si piglia.» Nora distolse lo sguardo giusto in tempo per vedere una lunga berlina di lusso arrivare a tutta velocità, frenare di colpo e fermarsi davanti ai cancelli in ferro battuto di Flynn Villa.
L’auto era bianca, con un emblema dorato a forma di angelo sul cofano.
La gente fissava. Qualcuno addirittura ansimò.
Da vicino, la vernice era rigata di graffi. Sembrava vecchia. Trascurata. Quasi come se l’avessero tirata fuori da un deposito e costretta a tornare in strada.
Un uomo scese dal posto del passeggero. Portava occhiali dalla montatura nera. I capelli, unti, erano pettinati con una riga laterale netta e severa. Si tirò la giacca del completo, tutta stropicciata, poi si avvicinò a Nora con un sorriso impacciato. Quando la raggiunse, si inchinò. «Signorina Thorne. Mi scuso per il ritardo. A suo fratello è capitato un imprevisto e ci ha trattenuti.»
«Mio fratello?» Nora sollevò un sopracciglio.
Una famiglia di nascita del vecchio distretto non avrebbe dovuto avere un’auto così, stemma o non stemma.
«Sì. La famiglia Thorne ha altri tre figli. Lei è la più giovane. Gli altri tre sono maschi, tutti più grandi di lei» disse l’uomo.
L’espressione di Nora cambiò, assorta.
Lui si mosse in fretta, afferrando la valigia ai suoi piedi. «Signorina Thorne, c’è qualcos’altro che desidera portare con sé? Sono qui per aiutarla.»
«Solo questa.» Nora abbassò lo sguardo. Era delusa dai Flynn da molto tempo. Non voleva portarsi dietro nemmeno una cosa che appartenesse a loro.
Il suo sorriso non vacillò. Trasportò la valigia verso l’auto. «Signorina Thorne, io sono il maggiordomo della famiglia Thorne. Mi chiamo Logan. Se in qualunque modo dovessi venir meno, spero che mi perdonerà.»
Quando aprì lo sportello, la cerniera emise uno stridio duro, un cigolio ruvido di metallo che gratta.
Mary serrò le labbra, disgustata. Leila fece un piccolo sbuffo di scherno.
Che razza di auto di lusso avrebbe dovuto essere? L’avevano comprata come rottame?
Tutti sapevano che i Thorne erano poveri. Niente lavoro fisso. Una casa nel vecchio distretto. E venivano a prendere qualcuno con quel catorcio, fingendo di essere ciò che non erano?
Logan arrossì. Ricordandosi delle istruzioni, posò la valigia e infilò una mano sul sedile per prendere una scatola.
«Signorina Thorne, il signor Thorne ha detto che la famiglia Flynn l’ha cresciuta con gentilezza. Ha preparato un piccolo dono e spera che la famiglia Flynn voglia accettarlo.»
Era un semplice sacchetto di carta marrone, senza scritte, più o meno delle dimensioni di un libro.
Leila roteò gli occhi. Tutto qui? La stavano mandando via come una mendicante.
«Mamma, la famiglia Thorne almeno conosce le buone maniere» disse Leila con un sorriso che non arrivava agli occhi, già in attesa che si umiliassero da soli.
«La nostra famiglia non ne ha bisogno. Tenetevelo» disse Mary, senza nemmeno degnare Logan di uno sguardo vero.
Anche Kevin uscì e fece un gesto ampio, magnanimo. «Siete venuti fin qui. Se vedete qualcosa che vi piace, prendetelo. Non siate timidi.»
Villa Flynn grondava lusso: fiori disposti come per un matrimonio, una parete di annate rare, un tavolo di dolci colmo di frutta importata. Persino un albero ornamentale in giardino avrebbe potuto pagare una casa.
Logan si limitò a guardarsi intorno un istante, poi domandò di nuovo, educato e serio: «Signor Flynn, è sicuro di non voler accettare il regalo che il signor Thorne ha preparato?»
Kevin scoppiò a ridere.
Lui e Mary si scambiarono uno sguardo, compiaciuti. «Sono l’uomo più ricco di Cloud City. Non mi serve la vostra piccola offerta.»
Quell’arroganza fece inghiottire a Logan il resto delle parole.
Il presunto uomo più ricco di Cloud City avrebbe fatto fatica a racimolare, in totale, qualche miliardo di patrimonio.
Ciò che Meredith Thorne aveva preparato non era affatto un semplice pensiero.
«È ora. Me ne vado» disse Nora. Non le importava del teatrino meschino dei Flynn. Logan era arrivato da poco e non voleva che diventasse il loro prossimo bersaglio.
«Nora, tieniti in contatto quando torni. Questa sarà sempre casa tua» disse Kevin, con voce suadente. Gli ospiti, sentendolo, lo lodarono per la sua generosità.
Nora lo vedeva chiaramente. Una volta che Leila fosse tornata, lì non c’era più posto per lei.
Si infilò sul sedile posteriore. Fuori l’auto sembrava stanca, ma l’interno era tutt’altro: rivestimenti in pelle, un cielo di fibre ottiche sul soffitto, disseminato come stelle.
Era un’auto vecchia, però. Quando lo sportello si chiuse, fece di nuovo quel rumore sgradevole.
Dopo essersi inchinato alla famiglia Flynn, Logan prese posto al volante.
La berlina si allontanò.
Leila, a quanto pare, riuscì a vedere la targa e aggrottò la fronte. Il formato era strano. Non da civile.
«Papà, mamma… perché la loro targa sembra governativa?»
Kevin si irrigidì. «Targhe governative? Sono riservate ai mezzi della difesa e dello Stato.»
