La Vera Ereditiera Colpisce Ancora

La Vera Ereditiera Colpisce Ancora

Daniella AGUOCHA · In corso · 352.7k Parole

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Introduzione

Elena Walsh si rivelò la vera erede di una delle famiglie più ricche di Mayfield.

Alla sua nascita, per un tragico scambio, finì nella famiglia sbagliata e venne scambiata nella culla. Ma diciotto anni dopo, le famiglie coinvolte scoprirono l’errore. Da quel momento, la famiglia che l’aveva cresciuta — quella falsa, che fino ad allora aveva chiamato casa — iniziò a trattarla con freddezza e crudeltà mentre lei era ancora sotto il loro tetto.

Quando la sua vera famiglia la ritrovò, venne mandata via senza tanti complimenti. La derisero, convinti che i suoi veri genitori fossero poveri, e si divertirono a umiliarla.

Solo che la verità era un’altra: la sua vera famiglia era tra le più facoltose di Mayfield, e la famiglia che l’aveva cresciuta non era neppure lontanamente al loro livello.

Dopo la riunione, i suoi veri genitori la supplicarono di permettere che la falsa erede, Kiera, restasse comunque parte della famiglia. Ma a quanto pare la finta ereditiera non era affatto contenta del ritorno della vera, e non riusciva a fare a meno di tramare contro Elena, mantenendo però l’aria innocente e remissiva.

Sfortunatamente per lei, Elena non aveva alcuna intenzione di lasciarsi schiacciare: avrebbe fatto qualsiasi cosa per smascherare le sue macchinazioni e riprendersi tutto ciò che le spettava di diritto.

Capitolo 1

Grosse gocce di pioggia schizzarono sulla pelle di Elena Walsh, un po’ pungenti ma fresche e piacevoli. Lei alzò lo sguardo verso il cielo, ormai gravido di nubi temporalesche e solcato da lampi, poi chinò la testa e continuò a spiegare ai suoi spettatori. «Questa è radice di bardana: aiuta a disperdere il calore, rinfresca il sangue e nutre l’organismo. Di solito la raccogliamo in autunno. Adesso è solo luglio, quindi non è ancora pronta.»

Puntò la videocamera su un fiore rosso violaceo che sbocciava tra l’erba alta. L’immagine era nitida, la sua voce leggera e vivace. In alto, nell’angolo dello schermo, il contatore degli spettatori aveva già superato le duecentomila unità.

I commenti scorrevano senza sosta.

[Adoro il capo Elena. Sono perfino andato nella sua città per farmi curare e mi ha guarito davvero la tendinite.]

[Anch’io! La sua medicina erboristica è incredibile. Mi sono sentito meglio dopo poche dosi.]

[Lì sta piovendo, Elena? Sembra un diluvio. Presto, mettiti al riparo.]

Elena era d’accordo. La pioggia adesso cadeva più fitta, e lei aveva già raccolto tutte le erbe di cui aveva bisogno. Si incamminò verso l’ombra compatta di un albero vicino, dicendo: «Qui viene giù sul serio. Per oggi basta così. Farò un’altra diretta un al—»

Non fece in tempo a finire: il piede le si impigliò in qualcosa e lei rovinò a terra.

L’erba le riempì bocca e naso. Sputò e borbottò una parolaccia, aggrottando la fronte mentre si rimetteva in piedi. La caduta aveva già interrotto la diretta. Posato il telefono da parte, riprese fiato e si voltò per capire che cosa l’avesse fatta inciampare.

Si aspettava un ramo o una radice. Invece trovò un uomo.

Era disteso nell’erba folta, vestito con un abito nero. Con il cielo così scuro e la pioggia a scroscio, quasi si confondeva con tutto il resto.

Elena lo fissò, per un attimo spiazzata. I lineamenti dell’uomo erano notevoli, scolpiti e belli, da copertina. Ma aveva gli occhi serrati, le sopracciglia contratte dal dolore; il volto era di un pallore spettrale e le labbra di un viola scuro, malsano.

Elena aggrottò la fronte. Era avvelenato.

Lassù, in montagna, di solito voleva dire morso di serpente.

Si avvicinò e sollevò il tessuto del pantalone. Come prevedibile, una brutta ferita gonfia, nera e violacea segnava la caviglia sinistra.

Era in pericolo reale.

«Be’, direi che ti è andata bene a incontrarmi quassù», borbottò Elena, sfilandosi la cesta di bambù e tirando fuori, da mezzo alle erbe, un piccolo kit medico. Portava sempre con sé medicine e siero antiofidico, per sicurezza.

Afferrò un bisturi e incise la ferita per far uscire il sangue. Le mani si muovevano rapide, tutt’altro che delicate. L’uomo gemette, e il dolore lo strappò al torpore.

Elena non alzò nemmeno lo sguardo. «Se vuoi vivere, stai fermo.»

Damon ebbe la sensazione che la gamba sinistra non gli appartenesse più. Non riusciva a muoverla affatto. La vista era offuscata, la mente in balìa di un ronzio confuso, ma sentiva qualcuno lavorare sulla sua gamba. Faceva male, però poteva sopportarlo.

Una quindicina di minuti dopo, Elena aveva fasciato la ferita e gli aveva fatto un’iniezione di siero. Il pericolo immediato era passato.

«Ho trattato il morso. Chiama la tua famiglia», disse, svelta e pratica. Non si prese nemmeno la briga di chiedergli che cosa ci facesse da solo nel bosco. Non era un suo problema.

La fronte di Damon Clifford era lucida di sudore freddo, ma la pioggia l’aveva inzuppato a tal punto che ormai era impossibile distinguere il sudore dall’acqua.

Cercò di mettere a fuoco chi gli stava davanti, ma tutto rimaneva sfumato, per quanto si sforzasse.

«Nessun segnale...» riuscì a dire a fatica, respirando affannosamente.

Elena lo guardò aggrottando la fronte. Fantastico, proprio quello che le ci voleva.

«Dov’è il tuo telefono?»

«In tasca.»

Si chinò per cercarlo, le sue piccole mani che si muovevano in fretta sul largo petto di Damon. Prima che potesse spingersi troppo oltre, Damon le afferrò il polso; la presa era debole e la voce ancora di più. «Dentro, a destra.»

Elena gli lanciò un’occhiata. Sembrava sul punto di svenire di nuovo da un momento all’altro. Tuttavia, infilò la mano nella tasca interna della giacca e ne estrasse il telefono.

Damon tenne gli occhi chiusi e sussurrò appena: «Primo contatto.»

Elena aprì la rubrica, senza curarsi di controllare chi fosse, e avviò la chiamata. Il telefono squillò una sola volta prima che qualcuno rispondesse, nel panico e col fiato corto.

«Signore! Dove si trova? Sul monte sta diluviando. Sta bene?»

Damon non rispose. Dopo un istante, Elena parlò al posto suo. «È ferito. Dovete venire a prenderlo, subito.»

La persona dall’altra parte reagì come se il mondo fosse finito. «Cosa? È ferito? Signorina, la prego, come sta? Dove si trova adesso?»

«Mi sono occupata della ferita. È...» Elena si guardò attorno, osservando le colline, poi notò poco lontano un gruppo di biancospini. «C’è un boschetto di biancospini a ovest del punto a metà strada sul monte. Accanto c’è un sentierino. Venite a prenderlo lì.»

Non era una descrizione molto precisa, ma tutti da quelle parti conoscevano quel boschetto selvatico di biancospini.

Riattaccò proprio mentre si esauriva l’ultima tacca di batteria. Elena infilò di nuovo il telefono nella tasca di Damon. «Ti senti meglio? Vuoi che ti aiuti ad arrivare fin lì?»

Damon annuì. «Sì.»

Da quando quella ragazza era comparsa, aveva cominciato a sentire che forse sarebbe davvero riuscito a uscirne vivo.

Quella strisciante sensazione di morte aveva finalmente iniziato a svanire.

Elena si chinò per aiutarlo a rialzarsi, sorpresa da quanto pesasse. Le piaceva pensare di essere piuttosto forte, ma lui non era certo un peso piuma.

Per la prima volta in vita sua, Damon si ritrovò ad appoggiarsi a una ragazza per reggersi. Era minuta, morbida eppure, in qualche modo, abbastanza salda da sostenerlo.

Non riuscì a trattenersi. «Come ti chiami?»

Se lei non fosse comparsa quella notte, probabilmente non sarebbe sopravvissuto fino al mattino.

Elena era esausta e non ne aveva voglia. «Non hai bisogno di saperlo.»

Dal momento in cui l’aveva visto, Elena aveva capito che non era il tipo di persona con cui desiderava avere a che fare.

Le persone complicate portavano problemi complicati, e lei ne aveva già abbastanza dei suoi.

Damon insistette, dicendole più di quanto avesse mai detto a qualunque altra ragazza. «Mi hai salvato la vita. Posso darti tutto quello che vuoi.»

Lei non esitò. «La parcella medica è di ottocentottantotto. Per me vanno bene quasi tutte le app di pagamento, ma niente promesse di pagamento.»

Damon si limitò a fissarla, sbalordito. Era l’uomo più ricco della Capitale, e quella ragazza di paese si comportava come se potesse non essere in grado di pagarla?

«Ti pagherò non appena sarò tornato...»

«Lascia perdere. Ho delle cose da fare. Aspetta qui la tua gente. Io me ne vado.»

Detto questo, Elena trascinò Damon fino al bordo del sentiero e lo lasciò sull’erba. Si mise in spalla il cesto delle medicine e si voltò per andarsene.

Damon era troppo debole per seguirla, ma quando lei cominciò ad allontanarsi, usò le ultime forze per afferrare il lembo della sua maglia. Elena non se l’aspettava e perse l’equilibrio, cadendogli addosso.

E, in modo assurdo e impossibile, i loro nasi si sfiorarono,

le labbra si unirono, con lei sopra di lui.

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