Capitolo 6 Hai una sorella
«Anche mia figlia è cresciuta», disse Lucienne con orgoglio, tornando in sé.
Ma appena le parole le uscirono di bocca, avvertì che qualcosa non andava.
Il volto di sua figlia conservava la solita freddezza. Davanti a quella stanza da principessa addobbata con tanta cura, non c’era altro che ringraziamenti educati, e nessuna traccia di vera felicità.
Il cuore di Lucienne precipitò, colto da una comprensione improvvisa.
Certo — Audie aveva già vent’anni, non era più una bambina che giocava con le bambole.
Dopo essere stata là fuori da sola per tanti anni, era cresciuta da tempo ed era diventata resistente. Come avrebbe potuto apprezzare quello stile troppo sognante e sdolcinato?
«Non ti piace, vero?» Lucienne le prese la mano, parlando con cautela, preoccupata che le sue scelte avessero messo a disagio la figlia. «Va bene; se non ti piace, lo cambiamo! La mamma pensava solo a quello che ti sei persa da piccola e voleva rimediare. Dai, ti faccio vedere le altre stanze.»
Senza aspettare una risposta, trascinò Audrey con sé e aprì una porta lì vicino.
Dentro era tutt’altra cosa: uno stile moderno e minimalista, una palette monocromatica, linee pulite, un gusto di design deciso.
Lucienne aprì poi un’altra porta dall’altra parte del corridoio: un arredamento delicato ed elegante, mobili in legno dai toni quieti impreziositi da opere discrete, ognuna con il proprio fascino.
«Queste stanze sono tutte pronte. Dimmi quale ti piace. Oppure, se hai qualche idea, domani facciamo venire un designer, buttiamo giù tutto e rifacciamo — la faremo esattamente come la vuoi tu.» Nella voce di Lucienne vibrava una speranza disperata.
Michael osservava di lato, divertito. Appoggiato allo stipite, fece l’occhiolino ad Audrey e mimò con le labbra: «Vedi quanto la mamma è in ansia per te?»
Audrey sentì salire un’ondata di calore. Era una sensazione insolita, eppure non sgradevole.
Passò in rassegna le stanze con lo sguardo, finché non si fermò su quella in fondo al corridoio.
C’era una grande finestra a golfo e il sole della sera inondava lo spazio, posandosi su ogni cosa con un bordo dorato e tiepido.
«Posso stare in quella?» chiese piano.
«Ma certo!» disse Lucienne, guidandola dentro e spalancando la porta.
Era una stanza luminosa, con pochi arredi: solo l’essenziale. L’ampia disposizione aperta la faceva sembrare ariosa.
La cosa più invitante era l’ampia pedana di tatami accanto alla finestra, con alcuni cuscini sparsi e, di lato, una libreria dal pavimento al soffitto. Aveva un’aria accogliente.
Audrey amò la luce naturale: chiara e senza ostacoli, tanto da farle sentire che poteva distendersi tutta intera, dentro e fuori.
«Allora questa.» Un sorriso appena accennato le sfiorò finalmente le labbra.
«Perfetto, allora è questa!» Il sorriso di Audrey colmò Lucienne di gioia. Si voltò di scatto e ordinò: «Peter, presto, fai portare su le cose di Audie!»
Il vecchio maggiordomo che li seguiva rimase interdetto, poi s’inchinò con rispetto e disse: «Signora, Miss Audrey è tornata con Michael e non aveva borse con sé.»
Solo allora Lucienne si rese conto che sua figlia aveva lasciato i Carters con una sola scatola — dove avrebbe dovuto prendere dei bagagli?
Il cuore le sprofondò di nuovo e strinse ancora di più la mano di Audrey. «Va bene, se non abbiamo le cose le compriamo! Peter, chiama subito i personal shopper dei marchi principali. Che mandino a casa le novità di stagione — vestiti, scarpe, borse, tutto ciò che è adatto all’età di Audie — così potrà scegliere.»
Si fermò un istante prima di aggiungere: «E anche i gioielli, la stessa cosa. E poi chiama la concessionaria e chiedi se hanno ancora quella Aston Martin rosa in edizione limitata a livello mondiale. Ne ordini una per Audie».
Quelle parole fecero calare il silenzio, per un momento, su tutti i presenti.
Michael fischiò, con l’aria di chi era evidentemente abituato alle generosità sfarzose di sua madre.
L’espressione di Peter, però, cambiò. Esitò un attimo, ma non riuscì a trattenersi: fece un passo avanti e disse a bassa voce: «Mr. e Mrs Collins, Miss Audrey è appena tornata a casa. Non è un po’ troppo… eccessivo?»
Nelle sue parole si avvertiva una sfumatura appena percepibile di controllo e disapprovazione, e quando lo sguardo gli cadde su Audrey vi indugiò con una certa aria d’esame.
Come se stesse osservando un’estranea piombata all’improvviso, con intenzioni poco chiare.
Ma lui era soltanto un maggiordomo: stava oltrepassando di gran lunga il limite.
Audrey alzò appena un sopracciglio. Due decenni con la famiglia Carter le avevano insegnato ad aspettarsi servitori pronti a lisciare il pelo ai potenti e a storcere il naso con gli altri: non valevano nemmeno la sua attenzione.
L’espressione di Lucienne si raggelò all’istante. «Peter, che cosa vuoi dire? Devo forse chiedere il permesso a qualcuno per comprare delle cose a mia figlia?»
Anche Julian, rimasto fino a quel momento in silenzio, si rabbuiò e fissò il maggiordomo con occhi taglienti. «Peter, lavori per la famiglia Collins da trent’anni. Dovresti essere tu a conoscere meglio le regole. Audie è mia figlia biologica, la primogenita legittima della famiglia Collins. I torti che ha subito in questi vent’anni… anche se le dessimo tutto ciò che possediamo, potremmo non riuscire a ripagarli. Che cosa sono dei vestiti e un’auto?»
«Da ora in poi, le questioni di Audie sono la priorità assoluta della famiglia. Qualunque cosa voglia, gliela diamo. Non voglio sentire questo genere di discorsi una seconda volta.»
A Peter si gelò la schiena e in un istante gli spuntò il sudore. Solo allora capì di aver passato il segno.
Il padrone e la padrona davano a quella figlia appena tornata un valore ben più alto di quanto lui avesse immaginato. Abbassò subito il capo e disse, spaventato: «Mr. e Mrs Collins, ho parlato fuori posto. Vi prego di punirmi.»
«Puoi andare.» disse Julian, freddo.
Peter, come se gli fosse stata concessa la grazia, s’inchinò e si ritirò. Nel voltarsi, un lampo di insoddisfazione gli attraversò gli occhi.
Mandata via la persona irrilevante, il gelo sul volto di Lucienne si dissolse finalmente, sostituito di nuovo da un sorriso gentile rivolto a sua figlia.
Portò Audrey a vedere la cabina armadio della stanza. Era completamente vuota, e proprio per questo lo spazio sembrava ancora più ampio.
«Col tempo si riempirà tutto,» le dipinse Lucienne il futuro, poi cambiò argomento all’improvviso; nella voce c’era un accenno di esitazione, come se stesse tastando il terreno. «Audie, c’è una cosa… che la mamma vorrebbe parlare con te.»
Audrey la guardò.
Lucienne le strinse la mano, aprendo la bocca con una certa nervosa cautela. «È solo che… la bambina che vive in casa, Helen. Anche se non è nostra figlia biologica, l’abbiamo cresciuta per vent’anni e… le vogliamo bene.»
—
Nota dell’autore: Audrey sta per contrattaccare e distruggere la spazzatura. Restate sintonizzati~
