Capitolo 1 Cacciato di casa

«Prendi la tua roba e vattene! Ricordati che, da oggi in poi, sei una Mitchell, non una Brown!»

Oggi si teneva la festa di benvenuto per Sophia Brown, la vera erede della famiglia Brown.

La madre adottiva di Eleanor, Grace Hernandez, prese a calci i sacchi neri dell’immondizia giù per i gradini d’ingresso e umiliò senza alcun freno la finta erede, Eleanor.

Una settimana prima, Sophia era stata ritrovata e riportata dai Brown.

E, così, tutto era cambiato.

Lo sguardo dei suoi genitori adottivi su Eleanor era passato dalla fredda indifferenza al disgusto, e dal disgusto a un odio puro.

Dicevano che aveva rubato diciotto anni di ricchezza e privilegi destinati a Sophia.

Ma sembravano dimenticare che era stata Eleanor a far crescere il Brown Group, da piccola azienda com’era, fino a sfiorare la quotazione in borsa.

Che barzelletta...

Persa nei suoi pensieri, Eleanor vide il padre adottivo, Jack Brown, farsi avanti dalla folla e gettarle ai piedi una carta di credito.

«Su quella carta ci sono diecimila dollari. Considerali il nostro modo di chiudere la faccenda. Ti abbiamo cresciuta, e questo è più che sufficiente.»

La carta colpì il pavimento di marmo con un secco tic.

Grace lasciò uscire una risata gelida. «Che c’è, non ti bastano quattro spicci? Ormai si sa: abbiamo trovato la tua vera famiglia. Campano alla giornata con i sussidi, sono al verde. Tuo fratello è disabile e i debiti gli stanno arrivando fin sopra la testa. Prenditi quei diecimila dollari, oppure te la farò pagare cara.»

Eleanor alzò finalmente lo sguardo; ogni emozione nei suoi occhi si spense, scivolando in una fredda indifferenza.

«Me ne andrò», disse, con voce piatta. «Da questo momento non ho più nulla a che fare con questa famiglia. Nulla.»

Si chinò e cominciò a raccogliere le sue cose sparse.

Ma proprio quando allungò la mano verso la foto di famiglia strappata, un piede ci si posò sopra.

Proprio sulla sua faccia nella fotografia.

Eleanor alzò lo sguardo.

Sophia le stava sopra, a guardarla dall’alto con aria di superiorità. Indossava un abito bianco d’alta moda che la rendeva naturalmente aggraziata, e la collana di diamanti alla gola catturava la luce del lampadario di cristallo.

Sorrise con dolcezza e parlò con una sfumatura di scuse. «Eleanor, non prendertela con la mamma. Lei si preoccupa solo per me. Visto che te ne vai, lascia che ti faccia un brindisi prima che tu parta.»

Allungò la mano al tavolo dietro Eleanor, prese due calici di champagne e gliene mise uno in mano.

Eleanor abbassò gli occhi sul bicchiere. Non bevve.

Sophia non parve minimamente infastidita. Sorrise piano, bevve per prima il proprio calice, poi prese anche quello di Eleanor e lo scolò.

«Se Eleanor non lo vuole, va bene. Bevo anche il suo.»

Grace sbuffò. «Ingrata.»

Ma aveva appena finito di parlare quando il volto di Sophia cambiò completamente.

Si portò entrambe le mani alla gola. Il respiro divenne affannoso. Pomfi rossi si diffusero con rapidità sulla pelle, risalendo dal collo fino alle guance in un attimo allarmante.

Poi le gambe le cedettero e crollò a terra, il corpo scosso da convulsioni violente.

«Sophia! Sophia, che succede?!» urlò Grace, gettandosi accanto a lei.

Il viso di Sophia si era già gonfiato fino a diventare irriconoscibile. Con una mano strinse quella di Grace e con l’altra alzò un dito tremante verso Eleanor, le lacrime che le rigavano il volto. «Mamma... è stata lei... ha messo qualcosa nel mio bicchiere... sta cercando di uccidermi!»

Gli occhi di Grace si accesero di rosso in un istante. Si scagliò contro Eleanor. «Streghetta maledetta! Come osi fare del male a mia figlia! Ti ammazzo!»

Eleanor si spostò di lato, schivandola, e le afferrò il polso con una presa salda.

«Non permetterò a nessuno di appiopparmi qualcosa che non ho fatto.»

Proprio in quel momento, un fragore scosse la sala.

Le porte d’ingresso della villa esplosero aprendosi dall’esterno. Più di una dozzina di agenti in divisa irruppero all’interno, guidati da un uomo dall’espressione dura che abbaiò: «Nessuno si muova!»

Nella stanza calò il silenzio.

L’agente in testa passò lo sguardo su tutti e parlò con voce bassa e ferma. «Abbiamo ricevuto una segnalazione: qualcuno qui è stato avvelenato deliberatamente. Se il responsabile è presente, si faccia avanti adesso.»

Un attimo dopo, tutti gli occhi nella sala si posarono su Eleanor.

Grace strillò: «È stata lei! Ha avvelenato la bevanda di mia figlia! Ha cercato di ucciderla! Agente, arrestatela subito!»

Due agenti si fecero avanti all’istante, uno per lato di Eleanor, afferrandola per le spalle. «Signorina, è sospettata di tentato omicidio. Deve venire con noi.»

«Così giovane, e già così crudele», mormorarono gli invitati tra loro.

In quell’istante, tutti nella sala avevano già deciso che Eleanor fosse colpevole.

Persino Sophia, ancora distesa a terra, lasciò che un lampo di compiacimento le attraversasse lo sguardo.

Poi Eleanor rise, fredda. «Che branco di idioti.»

Nella stanza calò un silenzio di tomba.

La fronte dell’agente si corrugò di scatto. «Che cosa ha appena detto?»

Eleanor sollevò il capo e sostenne il suo sguardo senza battere ciglio, con un sorriso tagliente e beffardo. «Sbaglio, agente? Sophia è crollata da meno di un minuto e voi avete sfondato la porta dicendo che l’ho avvelenata. Allora mi dica: chi è stato così chiaroveggente da sapere in anticipo che avrei fatto qualcosa e da chiamarvi prima?»

«E se qualcuno lo sapeva già, perché non mi ha fermata prima che bevesse? Perché aspettare che fosse già a terra per entrare e fare un arresto?»

L’espressione dell’agente si irrigidì.

«C’è una sola spiegazione.» Eleanor parlò lentamente, scandendo ogni parola. «Chi ha fatto quella chiamata sapeva che sarebbe crollata, perché Sophia si è montata tutta la scena da sola.»

Non appena quelle parole caddero nella stanza, sul volto gonfio di Sophia balenò il panico.

«Piccola— non ascoltatela! Agente, smettetela di lasciarle rigirare la cosa a suo favore! Sparatele e basta!» Grace ormai era fuori di sé, spingendo gli agenti ad agire.

Eleanor non le rivolse neppure uno sguardo. Fissò dritto l’agente davanti a lei. «Davvero è disposto a farsi prendere in giro così? Mi lasci andare e le dirò che cosa è successo davvero.»

L’agente fissò Eleanor per qualche secondo, poi alzò una mano e fece cenno agli altri di lasciarla.

Eleanor si massaggiò lentamente i polsi e si avvicinò a Sophia.

Il volto di Sophia si riempì di terrore. Si trascinò indietro più in fretta che poté, con la voce roca e spezzata. «Tenetela lontana da me… mi ucciderà… mamma, aiutami…»

Quella scena fece ridere Eleanor, una risata fredda e tagliente. «Sophia. Hai finito di recitare?»

«Che cosa hai detto?! Hai ridotto così mia figlia e adesso vuoi andartene pulita? Sei senza cuore! Avrei dovuto liberarmi di te quando eri una bambina!»

Grace le si scagliò contro furibonda, ma un agente le si parò davanti e la ammonì con fermezza: «Signora, si calmi. Tutti qui sono tenuti a collaborare con la nostra indagine.»

Fece un breve cenno a Eleanor, invitandola a continuare.

Eleanor osservò Sophia con attenzione per un momento, poi parlò con tono freddo e misurato. «I suoi sintomi sono quelli classici di una reazione allergica bifasica: difficoltà respiratoria, orticaria, angioedema. Tutto combacia. Ma c’è un problema.»

Un lampo tagliente le attraversò gli occhi.

«Se l’allergene provenisse da una fonte esterna—come sostiene lei, cioè che io abbia messo qualcosa nel suo bicchiere—servirebbero almeno dieci, quindici minuti dall’ingestione all’insorgenza della reazione. Ma che cosa è successo davvero? Dal momento in cui ha bevuto quello champagne al momento in cui è crollata sono passati meno di trenta secondi.»

«Questo significa che l’allergene non veniva affatto dalla bevanda. Era già stata esposta prima ancora di toccare quel bicchiere.»

Eleanor inchiodò Sophia con lo sguardo, l’angolo della bocca che si sollevava appena. «Quindi la mia ipotesi è che tu abbia introdotto l’allergene prima, tramite contatto cutaneo. Qualcosa come un prick test.»

La sicurezza di Sophia stava cedendo. «Eleanor, non so di che cosa stai parlando…»

«Ah no?» La voce di Eleanor era ghiaccio. «Un prick test usa un ago sottilissimo per spingere l’allergene appena sotto la superficie della pelle. Lascia dei minuscoli forellini. Hai pianificato tutto con tanta cura—sono sicura che ti sei occupata anche di quei segni, vero?»

«Smettila di inventare!» urlò Grace. «Sophia è a malapena in vita e tu sei qui a mentire spudoratamente!»

«Se sto mentendo, lo vedremo tra poco.»

L’espressione di Eleanor si indurì. Afferrò il braccio di Sophia e glielo sollevò in alto.

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