Capitolo 9
Punto di vista di Lily
«Stavamo parlando di una cosa così seria» mormorai contro la sua bocca, ma il mio corpo stava già rispondendo, già si inarcava verso il suo tocco.
«Lo so» sospirò contro il mio collo, le labbra che scivolavano dalla mascella fino al punto sotto l’orecchio che mi faceva sempre rabbrividire. «Ma mi sei mancata, Lily. Dio, mi è mancato toccarti così. Sono passati più di due mesi…»
Le sue mani mi avvolsero i seni attraverso il cotone sottile del reggiseno, i pollici che sfioravano i capezzoli, e io ansimai per la sensazione. Aveva sempre amato il mio seno, ci aveva sempre dedicato tempo, e avevo dimenticato quanto fosse bello il suo tocco, quanto sapesse esattamente quanta pressione usare.
«È mancato anche a me» ammisi, mentre le dita lavoravano sui bottoni della sua camicia. Avevo bisogno di sentire la sua pelle, avevo bisogno di quel contatto che desideravo da così tanto tempo.
Mi aiutò a sfilargli la camicia, poi allungò una mano dietro di me e slacciò il reggiseno con una facilità esperta. Nel momento in cui cadde via, la sua bocca era già sul mio seno: la lingua disegnò un cerchio attorno al capezzolo prima di risucchiarlo tra le labbra. Quel calore umido mi strappò un gemito; intrecciai le mani nei suoi capelli per tenerlo lì.
«Dio, adoro le tue tette» mormorò contro la mia pelle, una mano che impastava l’altro seno mentre la bocca lavorava sul primo. «Adoro quanto reagisci, quei versetti che fai quando faccio così…» Sfiorò con i denti la punta sensibile e io guaìi, proprio come aveva previsto.
Passò all’altro seno, dedicandogli la stessa attenzione, mentre la mano gli scivolava giù lungo il mio ventre fino all’elastico dei miei pantaloncini da notte. Sollevai i fianchi per aiutarlo a sfilare tutto, insieme alle mutandine, e all’improvviso ero completamente nuda mentre lui era ancora in pantaloni.
«Non è giusto» dissi senza fiato, allungando una mano verso la sua cintura.
Lui sorrise contro il mio seno, poi si alzò per togliersi il resto dei vestiti. Lo guardai spogliarsi, ammirando quel corpo che conoscevo così bene: spalle larghe, petto definito, la scia di peli scuri che scendeva dall’ombelico. Quando si abbassò pantaloni e boxer, il suo cazzo scattò libero, già duro e arrossato, e sentii un’ondata di calore tra le gambe.
Tornò sul divano, sistemandosi tra le mie cosce, e mi baciò a fondo mentre le mani mi esploravano. Una tornò al mio seno, arrotolando e pizzicando il capezzolo, mentre l’altra scese, le dita che tracciavano la curva del fianco e poi si spostavano per stringermi il culo.
«È mancato anche a me» disse, affondando nella carne morbida, le dita che si piantavano con possessività. «Mi è mancato come stai nelle mie mani, come il tuo corpo reagisce a me.»
Scivolò più in basso, baciandomi lungo il collo, la clavicola, tra i seni, sul ventre. Le sue mani mi afferrarono il culo mentre si sistemava tra le mie gambe, e sentii il suo respiro contro l’interno coscia.
«Ryan…» cominciai, ma qualunque cosa stessi per dire si sciolse in un gemito quando la sua lingua trovò il mio clitoride.
Era sempre stato bravo in questo, paziente e meticoloso, e quella sera non faceva eccezione. La lingua girava e guizzava, alternando pressione e velocità, mentre le sue mani mi impastavano il culo, a volte scivolando in avanti per aprirmi meglio e avere più accesso. Sentii un dito scivolare dentro di me, poi due, che si incurvavano a cercare quel punto che mi faceva inarcare la schiena staccandola dal divano.
«Già così bagnata», mormorò contro di me. «Dio, adoro quanto ti bagni per me.»
Affondai le mani nei suoi capelli, i fianchi che oscillavano contro la sua bocca mentre la pressione cresceva. Aggiunse un terzo dito, dilatandomi, preparandomi, e la combinazione della sua lingua sul mio clitoride e delle sue dita dentro di me era quasi troppo.
«Ryan, ho bisogno…» ansimai. «Ho bisogno di averti dentro.»
Sollevò la testa, le labbra lucide, gli occhi scuri di desiderio. «Non ancora. Voglio farti venire così, prima.»
Aumentò la pressione, le dita che si muovevano più in fretta mentre la lingua lavorava sul mio clitoride con un’intensità concentrata, e mi sentii salire verso quel limite. Quando venni, mi travolse a ondate, la mia fica che si stringeva attorno alle sue dita, il suo nome che mi cadeva dalle labbra in sillabe spezzate.
Prima che mi riprendessi del tutto, stava già risalendo baciandomi lungo il corpo, posizionandosi alla mia entrata. «Pronta?» chiese, e io annuii, ancora senza fiato.
Entrò lentamente, e io ansimai per la dilatazione, per quella pienezza che mi era mancata per mesi. Il mio corpo se lo ricordò, lo accolse, e gli avvolsi le gambe intorno alla vita per tirarlo più a fondo.
«Cazzo, sei incredibile», gemette, cominciando a muoversi con spinte lente e profonde. «Mi è mancato starti dentro. Mi è mancato tutto questo da morire.»
Una mano mi afferrò il fianco, mentre l’altra scivolò sotto di me per stringermi di nuovo il culo, usando la presa per tirarmi contro il suo cazzo a ogni affondo. L’angolazione era perfetta, centrava quel punto dentro di me che mi faceva vedere le stelle, e io gemetti il suo nome.
«Così», mormorò, aumentando il ritmo. «Fammi sentirti, piccola. Fammi capire quanto ti piace.»
«Tantissimo», riuscii a dire tra un ansito e l’altro. «Dio, Ryan, sei così… così bello—»
Il divano era troppo stretto per quello che voleva fare. Senza sfilarsi, mi sollevò, le mani che mi stringevano il culo per reggermi il peso, le mie gambe ancora serrate intorno alla sua vita.
«Ryan—» ansimai quando il suo cazzo si spostò dentro di me con il movimento, l’angolo che cambiava, premendo contro punti che mi fecero rovesciare gli occhi all’indietro.
«Ti tengo io», mormorò, portandomi verso la camera da letto. Ogni passo mi mandava scosse di piacere, il suo cazzo che strisciava contro le mie pareti interne, colpendo quel punto sensibile ancora e ancora al ritmo della sua falcata.
La sensazione era travolgente—troppa e non abbastanza allo stesso tempo. Sentii la pressione crescere in basso, nel ventre, un bisogno quasi disperato che sfiorava qualcosa di completamente diverso. Mi morsi forte il labbro, cercando di controllare quell’intensità, spaventata all’idea di perdere davvero del tutto il controllo.
«Non trattenerti», disse Ryan, e capii che lo sentiva—il modo in cui la mia fica si stringeva intorno a lui, il tremito delle mie cosce. Mi fece rimbalzare apposta, appena, mentre camminava, spingendo il cazzo ancora più a fondo, e io guaii contro il suo collo.
«Non posso—è troppo—sento che sto per—»
«Lasciati andare», disse, la voce roca. «Voglio sentirlo.»
