Capitolo 2: Qualcuno come te non dovrebbe esistere

Il punto di vista di Evelyn

Mi si gelò il sangue.

Resta calma, sussurrò la mia lupa. Non darle quello che vuole.

Continuai a cambiarmi, fingendo di non aver sentito nulla. Forse si sarebbe stancata e avrebbe cercato qualcun altro.

La porta della cabina si spalancò con un colpo secco. Acacia era lì, con Zoey e Chloe ai suoi fianchi, già in tenuta da allenamento. Quella di Acacia era ovviamente più attillata del consentito, probabilmente nella speranza di attirare l'attenzione dei tre gemelli.

«Stavo parlando con te, scherzo della natura». Entrò, costringendomi a indietreggiare contro il muro. «Ho sentito che oggi ti sei fatta una nuova amichetta».

«Non ho fatto niente».

«È proprio questo il problema». Sbatté il palmo della mano contro il muro, accanto alla mia testa. «Dovresti rimanere invisibile. Non andare in giro a corrompere le nuove studentesse».

Zoey e Chloe bloccavano l'uscita, con lo stesso sorrisetto stampato in faccia. Conoscevo quella routine a memoria.

«Forse ha bisogno che le ricordiamo qual è il suo posto», suggerì Zoey, fin troppo impaziente.

Acacia mi afferrò una ciocca di capelli e tirò con forza. Il dolore mi attraversò il cuoio capelluto, ma strinsi i denti senza emettere un suono.

Devi solo resistere, mi dissi. Finirà presto.

«Ma chi diavolo ti credi di essere?» La sua voce si abbassò a un sussurro. «La figlia del Beta? Non farmi ridere. Non vali nemmeno la terra sotto le mie scarpe».

«Tua madre è morta perché persino la Dea della Luna sapeva che non dovresti esistere», si intromise Chloe. «Che spreco».

Rimasi in silenzio. Reagire non faceva che peggiorare le cose.

«Sto parlando con te!» Acacia mi spinse con forza una spalla. Sbattei contro la parete piastrellata e i tagli appena guariti sulla schiena mi urlarono di dolore. «Quella ragazza nuova... Nadia, giusto?»

Le pulsazioni mi accelerarono. No. Lasciate fuori Nadia.

«Non ha niente a che fare con me», dissi, cercando di mantenere la voce ferma. «Si è solo seduta accanto a me per caso».

«Stronzate», sbuffò Chloe. «Vi abbiamo viste parlare e venire qui insieme».

Acacia si avvicinò ancora. Sentivo il suo profumo da quattro soldi mescolarsi alla cattiveria. «Ascoltami bene, rifiuto. Quella ragazza nuova sembra promettente. Ma se continua a frequentare spazzatura come te, la sua vita qui diventerà un inferno. Ti ricordi cos'è successo all'ultima ragazza che ha provato a esserti amica?»

Certo che me lo ricordavo. La studentessa trasferita l'anno prima che era stata gentile con me: le avevano distrutto l'armadietto e gettato lo zaino nel water. Se n'era andata nel giro di un mese. Dopo di lei, nessuno aveva più osato avvicinarsi.

«Non è giusto». Le parole mi sfuggirono prima che potessi fermarle.

Gli occhi di Acacia diventarono di ghiaccio. «Giusto? Credi di poter parlare a me di ciò che è giusto?»

Mi lasciò i capelli e un attimo dopo il suo palmo mi colpì in pieno viso. Il suono echeggiò nel piccolo spazio. La guancia prese a bruciarmi all'istante, mentre le lacrime mi pungevano gli occhi.

«La vita non è mai stata giusta, specialmente per gli scherzi della natura come te che non dovrebbero esistere». Si lisciò i capelli color platino. «La tua intera esistenza è un errore».

Le sue unghie mi graffiarono il braccio, lasciando delle strisce rosse e irritate. «Sai una cosa? Stavo anche passando una bella giornata. Ho appena ricevuto un messaggio da Magnus. Ma vedere il tuo patetico tentativo di farti degli amici? Mi fa venire la nausea».

Magnus, uno degli Alpha gemelli. Acacia era ossessionata da quei tre fin dalle medie, convinta che uno di loro sarebbe stato il suo compagno.

«Forse dovremmo darle una bella lezione», disse Zoey con entusiasmo. «Aiutarla a ricordare qual è il suo posto».

Acacia ci pensò su, poi sorrise in un modo che mi fece gelare il sangue. «Hai ragione. I cani devono sapere dov'è la loro cuccia».

Tirò fuori qualcosa dalla borsa. Le mie pupille si contrassero per il terrore.

Polvere d'argento.

«No, ti prego, non...» cedetti alla fine, con la voce che tremava.

«Prego?» rise Acacia. «La sfigata sa anche supplicare? Peccato, è troppo tardi.»

Aprì la boccetta mentre Zoey e Chloe mi afferravano le braccia, costringendomi a voltarmi verso il muro. Mi divincolai, ma erano più forti di me.

«Tiratele su la maglietta.»

Mi strattonarono la maglietta da allenamento verso l'alto, esponendo la schiena piena di cicatrici all'aria fredda. Rabbrividii senza volerlo.

«Guarda quanti segni» mi derise Acacia. «Sembra un diario di tutte le volte che hai fallito. Che ne dici se aggiungiamo la pagina di oggi?»

La polvere d'argento mi colpì la schiena come fuoco liquido. Mi morsi il labbro così forte da sentire il sapore del sangue, rifiutandomi di dar loro la soddisfazione di sentirmi urlare.

Tieni duro, ringhiò la mia lupa. Non lasciare che ti spezzino.

«Evie? Sei qui?»

La voce di Nadia si fece strada nel chiasso dello spogliatoio, chiara e preoccupata. La mano di Acacia si bloccò a mezz'aria.

«Merda» sibilò.

«Evie?» La voce di Nadia sembrava più vicina. «Tutto bene? Faremo tardi.»

Acacia tappò in fretta la boccetta e mi sussurrò veleno all'orecchio. «Stavolta ti è andata bene. Ma ti tengo d'occhio. Stai lontana da quella nuova, o la prossima volta non sarà così facile.»

La sua voce si abbassò ancora di più. «La prossima volta userò tutta la boccetta. O forse qualcosa di peggio. Pensaci bene se la tua patetica dignità vale tanto.»

Le tre sgattaiolarono fuori in un attimo. Io mi lasciai scivolare contro il muro, ansimando, con il dolore bruciante sulla schiena che mi rendeva difficile stare in piedi.

Riccomponiti, mi ordinai. Nadia non deve vedere niente.

Strinsi i denti e mi tirai giù la maglietta, ogni movimento era una fitta sulle bruciature fresche. Al lavandino, mi sciacquai il viso con l'acqua fredda. Nello specchio ero pallida come la morte, con l'impronta rossa di una mano sulla guancia.

Respiro profondo. Sistema l'espressione. Questa era la mia routine quotidiana: nascondere il dolore, fingere che tutto fosse normale.

Spinsi la porta del bagno. Nadia era in piedi vicino ai lavandini ad aspettarmi, e il suo viso si corrugò subito per la preoccupazione.

«Eccoti.» La sua voce si riempì di sollievo, poi il suo cipiglio si accentuò. «Cosa ti è successo alla faccia?»

«Ho sbattuto contro la porta» mentii con disinvoltura. «Andiamo, o faremo davvero tardi.»

Ovviamente non ci cascò, ma si limitò ad annuire. Uscimmo di corsa dallo spogliatoio, mentre io facevo del mio meglio per non far trasparire dalla camminata il dolore alla schiena.

Questa era la mia vita. La "meravigliosa" esistenza della figlia del Beta Raymond.

Nell'istante in cui misi piede sul campo di allenamento, una parte del peso mi scivolò via dalle spalle. L'aria qui odorava di sudore, terra e fatica onesta: l'odore più familiare del mio mondo. Non importava quanto crudele potesse essere tutto il resto, il campo di allenamento era il mio santuario.

«Tutti quanti, dieci minuti di riscaldamento!» tuonò la voce del Delta Griffin da un capo all'altro del campo.

Griffin era una delle poche persone a cui importasse davvero qualcosa di me. Due anni prima, quando la mia lupa si era risvegliata per sbaglio a quattordici anni, era stato lui a trovarmi priva di sensi a Silver Pines dopo due giorni di ricerche. Lui e la Luna Isabella mi avevano salvato la vita.

Da allora, erano stati i miei guardiani segreti.

Mi diressi subito verso il mio solito posto nell'angolo: una fila di sbarre per le trazioni e sacchi da boxe dove potevo riscaldarmi da sola. Nadia mi seguì, guardandosi intorno con interesse.

«Ti riscaldi sempre qui?» mi chiese.

«Sì.» Iniziai a fare stretching, cercando di ignorare le bruciature d'argento fresche che urlavano sulla mia schiena. «È più tranquillo.»

Più sicuro, aggiunsi in silenzio. Acacia e la sua banda non proverebbero mai a fare niente sotto il naso di Griffin.

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