Capitolo 2

L’atmosfera si fece ancora più tesa. Tutti fissavano la scena.

I due agenti fecero un passo avanti. «Signora, per favore collabori con l’indagine. Venga con noi.»

Le ciglia di Allegra tremolarono. Abbassò il capo, le labbra appena incurvate.

Quando rialzò lo sguardo, la preoccupazione aveva sostituito il sorriso. «Agenti, mia sorella non ha visto molto del mondo. Vi prego, non spaventatela…»

Gemma la strattonò indietro e si voltò verso la polizia, con voce stridula. «Agenti, portate via questa minaccia per la società! La famiglia Wipere ha chiuso con lei da un pezzo!»

Allegra abbassò gli occhi. Un fremito le sollevò l’angolo delle labbra.

Proprio allora, Lucinda alzò lo sguardo oltre gli agenti e incrociò quello di Allegra.

Quello sguardo era troppo calmo. Inquietantemente calmo.

Quando un agente allungò la mano per accompagnarla via, Lucinda parlò. «Agente, vorrei sporgere denuncia. Allegra è coinvolta nel contrabbando di droga.»

Al varco di sicurezza calò il silenzio.

Contrabbando di droga: un’accusa ben più grave del semplice possesso.

Le ciglia di Allegra tremarono violentemente. Gli occhi le si arrossarono all’istante. «Lucinda, che cosa stai dicendo? In questi mesi non ti ho trattata bene? Hai messo del veleno nel nostro cibo e io ho fatto finta di niente. Hai messo sottosopra la casa e ti ho coperta… E adesso mi lanci addosso un’accusa del genere?»

Gemma strinse Allegra tra le braccia, fulminando Lucinda con lo sguardo. «Allegra ha fatto solo il tuo bene. Hai drogato il nostro cibo e ora vuoi mandarla in prigione?»

Il volto di Preston si rabbuiò. «Lucinda, assumiti la responsabilità delle tue azioni. Non trascinare Allegra in questa storia.»

Lucinda li guardò. Un’ombra di comprensione le attraversò gli occhi.

Che bella recita.

Peccato che abbiate scelto l’avversario sbagliato.

«Lo scorso agosto, la dogana ha smantellato il grosso caso di contrabbando K163. Tra le capsule di papavero sequestrate ce n’era un lotto con numeri di serie che finivano per 417: l’umidità aveva lasciato piccole chiazze di muffa sulla superficie. Durante l’inventario, ne sono sparite tre.»

Alzò gli occhi. «Le tre nel mio zaino? Tre capsule. Con macchie di muffa.»

La folla ammutolì.

«E allora?» Gemma sollevò il mento con ostinazione. «Sai benissimo da dove le hai prese!»

Lucinda la ignorò. Prese una bottiglietta d’acqua dal banco dei controlli e svitò il tappo.

Allegra fece istintivamente un passo indietro. «Che cosa stai facendo?»

Un attimo dopo, dell’acqua gelida le si rovesciò sulla testa.

Allegra strillò e barcollò all’indietro, con l’acqua che le colava dai capelli. Era fradicia, in uno stato pietoso.

«Lucinda, sei pazza!» urlò Allegra, asciugandosi il viso. La voce le salì di un’ottava.

Lucinda rimise la bottiglia vuota sul banco. Guardò Allegra con calma.

Allegra tremava di rabbia. Proprio mentre apriva bocca per parlare, si immobilizzò.

Abbassò lo sguardo sulle mani.

Le mani appena bagnate: sulle punte delle dita cominciavano ad apparire, poco a poco, delle macchie marroni.

Aloni bruni a chiazze, di intensità diverse, come se si fossero insinuati nella pelle.

Il volto di Allegra diventò bianco. «È impossibile…»

«Il lotto K163 ha una caratteristica distintiva.» Il tono di Lucinda rimase uniforme. «La polvere si ossida e cambia colore a contatto con l’acqua. Che cos’hai sulle mani?»

Allegra scattò, portandosi le mani dietro la schiena.

Troppo tardi.

L’avevano visto tutti.

Si sfregò freneticamente le mani sui vestiti finché la pelle non le si arrossò, ma le macchie marroni non venivano via.

«È impossibile… mi hai incastrata! L’hai fatto apposta!»

I due agenti si fecero avanti. «Signora Allegra Wipere, per favore collabori con l’indagine.»

Allegra afferrò disperata il braccio di Gemma. «Mamma! Mi ha incastrata lei! Falle confessare! Io sono tua vera figlia—non puoi lasciare che mi portino via!»

Gemma allungò d’istinto una mano verso di lei, ma gli agenti le sbarrarono la strada.

In questi tempi i controlli antidroga erano severissimi. Come avrebbe potuto Allegra procurarsi delle capsule di papavero?

Lucinda scacciò i dubbi, si rimise in spalla lo zaino e si voltò verso i controlli di sicurezza.

«Lucinda!» Gemma le corse dietro e le afferrò il polso, abbassando la voce. «Vai a dire alla polizia che ti sei sbagliata. Prenditi tu la colpa al posto suo! Ti ho cresciuta per vent’anni… è ora che mi ripaghi!»

Lucinda non rispose. Alzò l’altra mano e, uno dopo l’altro, staccò le dita di Gemma.

La forza del gesto fece indietreggiare Gemma di due passi. Guardò impotente Lucinda attraversare i controlli di sicurezza senza voltarsi.

«Lucinda!» esplosero alle sue spalle le imprecazioni di Gemma. «Ingrata miserabile! Vent’anni che ti allevo, e questo è quello che ottengo? Non avrai mai pace!»

Dietro di lei risuonarono le strida acute di Allegra. «Mamma… mamma, salvami…!»

Lucinda non si voltò. Camminò dritta verso il gate d’imbarco.

Gli altoparlanti continuavano ad annunciare cambi di gate.

Lucinda lanciò un’occhiata al tabellone delle partenze. Il suo volo era segnato in rosso.

[Check-in chiuso]

Il ritardo di prima le aveva fatto perdere l’aereo.

Si girò e si diresse verso lo sportello per la riprenotazione.

Aveva fatto appena due passi quando una figura le attirò l’attenzione con la coda dell’occhio: un uomo che avanzava a passo svelto dall’area arrivi.

Indossava un soprabito grigio scuro impeccabilmente tagliato, un tessuto che catturava la luce con una lucentezza discreta. Di sicuro costoso.

Ma l’orlo era impolverato, come se arrivasse da un posto pieno di terra.

L’uomo abbassò lo sguardo sul cappotto, aggrottò lievemente la fronte e si spazzolò con la mano.

Si alzò una nuvola di polvere. Lui girò il capo per evitarla, con un’espressione un po’ mortificata.

Quando rialzò gli occhi, lo sguardo scivolò sulla folla e si fermò sul volto di Lucinda.

Si immobilizzò. Per alcuni secondi la fissò, come se stesse verificando qualcosa.

Poi le andò incontro a grandi passi.

«Tu sei… Lucinda?»

Lucinda alzò lo sguardo su di lui.

Quando fu più vicino, riuscì a vedere chiaramente i suoi lineamenti.

Occhi infossati, un naso pronunciato, un’aria di autorità che veniva da anni passati in posizioni di potere.

Eppure il modo in cui la guardava era gentile, misurato, quasi esitante.

«Sono il tuo terzo fratello, Francis Douglas.»

La sua voce era bassa. «Mi dispiace essere in ritardo. Alla base di lancio il segnale era pessimo. Quando ho ricevuto il messaggio, era quasi troppo tardi.»

Abbassò lo sguardo sull’orlo impolverato e sorrise, come disarmato. «Arrivo appena dalla base. Il sistema di alimentazione di Starship aveva dei problemi, così ho passato qualche giorno a monitorarlo. La sabbia lì è micidiale… mi sono coperto di polvere e non ho neppure avuto il tempo di cambiarmi.»

Starship.

Lo sguardo di Lucinda si spostò appena.

Starship era un progetto di esplorazione dello spazio profondo a livello nazionale, seguito da tutto il mondo. Chiunque vi lavorasse faceva parte dell’élite.

Guardò l’uomo che si definiva il suo terzo fratello. Lo shock le crebbe dentro.

Non le avevano detto che i suoi genitori biologici vivevano nei bassifondi? Che aveva tre fratelli buoni a nulla?

Allora chi era quello?

Francis parve percepire la sua confusione. Il tono restò gentile. «Ti spiegherò tutto per strada. Andiamo, il jet privato ci aspetta. Se arriviamo ancora più tardi, cominceranno a preoccuparsi.»

Jet privato?

Una famiglia dei bassifondi con un jet privato?

A quanto pare, i suoi genitori biologici non erano affatto come Gemma li aveva descritti.

Lucinda abbassò gli occhi, nascondendo le emozioni.

«Lucinda!»

La voce stridula di Gemma risuonò alle sue spalle.

Lucinda si voltò e vide Gemma e Preston correre verso di loro.

Sul volto di Gemma c’erano ancora le scie delle lacrime, gli occhi di un rosso inquietante. Preston la seguiva, l’espressione cupa.

La raggiunsero, ma prima che uno dei due potesse dire qualcosa, lo sguardo cadde su Francis, fermo accanto a Lucinda.

Gli occhi di Gemma lo scandagliarono dalla testa ai piedi.

Soprabito grigio scuro… un buon tessuto. Però quell’orlo impolverato, le maniche stropicciate, lo sporco sulle scarpe…

Nei suoi occhi balenò un disprezzo malcelato.

Vestito così, con quell’aria di uno che ha viaggiato e si è consumato in giro… chiaramente un operaio edile.

Le grandi città erano piene di tipi così. Si mettevano un cappotto decente per darsi un tono, ma sotto restavano sempre spazzatura di campagna.

Gente di posti poveri e sperduti: per quanto si vestissero bene, non riuscivano a nascondere quell’aria trasandata.

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