Capitolo 1 Rare of Sunshine
Rae
La luce del mattino mi brucia negli occhi. Bene. Buongiorno, mondo. Mi spingo giù il piumone di patchwork e lascio che i miei calzettoni morbidi tocchino il pavimento di legno della baita. La mia baita. Fa ancora strano pensarlo. Da una settimana è mia. Prima era di Nanna, e io l’ho sempre considerata semplicemente casa: la piccola baita nel bosco dove sono cresciuta. Quella dove in cucina pendevano erbe ad essiccare, dove su ogni davanzale c’erano barattoli scheggiati pieni di fiori selvatici, e dove non mi era mai permesso fischiare dopo il tramonto perché, a quanto pareva, era così che si invitavano i guai. Adesso è mia.
La polvere fluttua nel raggio di sole che attraversa il letto e mi arriva dritto in faccia. Mi solletica il naso, e starnutisco abbastanza forte da svegliarmi per bene.
«Bene,» borbotto. «Oggi smettiamo di essere infestati e cominciamo a essere produttivi.» Fase uno: aprire tutte le finestre. Fase due: Fleetwood Mac. A tutto volume. Fase tre: tè. Mi sembra un piano solido per riprendermi la mia vita.
Il pavimento scricchiola sotto i miei piedi mentre giro per la baita e spalanco la prima finestra sopra il lavello. L’aria fresca del mattino entra dentro a ondate, portando con sé l’odore della terra umida e delle foglie scaldate dal sole. Apro la finestra successiva, poi quella dopo ancora, finché tutta la casa non sembra respirare di nuovo. Nanna diceva sempre che le case hanno bisogno d’aria, proprio come le persone. Mi si stringe la gola, ma mando giù quel nodo. No. Non oggi. Oggi non è il giorno per sprofondare nel mio dolore. Oggi è il giorno delle pulizie.
I Fleetwood Mac prendono vita con un crepitio dal vecchio altoparlante sullo scaffale, e alzo il volume finché la musica non si avvolge alle pareti di legno e non spinge il silenzio stantio negli angoli. Poi metto il bollitore sul fuoco, preparo il tè e mi metto al lavoro. Comincio staccando i piccoli mazzetti secchi legati con lo spago, poi raccolgo i barattoli pieni di cose che forse, un tempo, erano utili. Tolgo le ciotoline di sale dagli angoli, estraggo i chiodi di ferro conficcati negli stipiti delle porte e sciolgo tutti i rametti di sorbo legati sopra gli ingressi con filo rosso sbiadito. In tutta la baita pendono sacchettini di stoffa appesi nei posti più strani, e raccolgo anche quelli, ammucchiandoli uno a uno sul tavolo della cucina.
Ogni volta che rimuovo una delle strane piccole protezioni di Nanna, mi sento più leggera, come se insieme a loro stessi spazzando via anche tutta quella vecchia pesantezza. So che sembra una cosa orribile. Le volevo bene. Le voglio ancora bene. Mi manca così tanto che a volte mi prende una fitta al petto per una sciocchezza, come vedere la sua tazza accanto al lavello o uno dei suoi cardigan ancora appeso al gancio vicino alla porta. Ma non posso vivere per sempre dentro i suoi rituali.
Da bambina pensavo che Nanna si inventasse metà di quelle cose per impedirmi di correre libera nel bosco. Aveva così tante regole, e nessuna aveva senso. Mai uscire scalza dopo il tramonto. Mai sanguinare nei luoghi antichi. Mai seguire un sentiero se gli uccelli smettono di cantare. E qualsiasi cosa tu faccia, non entrare mai, mai in un cerchio delle fate. Davo per scontato che tutto questo dipendesse dal fatto che fosse molto vecchia e assolutamente decisa a portare avanti la sua messinscena.
Scosto alcune bacche dal pavimento con il piede e vado verso la finestra della cucina, sciolgo il minuscolo sacchetto appeso lì e lo lancio sul mucchio che cresce sul tavolo.
«Ecco,» dico. «Già molto meno da strega.»
Con la tazza di tè in mano, resto in mezzo alla baita e mi guardo attorno. È ancora piena di lei, ma, sinceramente, se devo continuare a pulire anche adesso finisce che mi metto a piangere nel secchio del mocio. Il bosco mi sembra molto più invitante. Finisco il tè, sciacquo la tazza e vado in camera mia. Frugo nel comò finché non trovo i miei pantaloni a zampa preferiti, ammorbiditi dal tempo e decorati da fiori sbiaditi. Nanna li chiamava i miei pantaloni da bambina della luna. Me li infilo, poi mi tiro addosso una maglietta giallo pallido. Sul davanti, in lettere bianche scrostate, c’è scritto PACE NEL MONDO. Poi mi sfilo i calzini e li lancio sul letto. Oggi ho bisogno di sentire la terra.
Prendo il cestino dal gancio accanto alla porta, esco e sorrido. Quando il sole mi colpisce la pelle, il calore mi si posa addosso. Le assi sotto i piedi sono fredde, e il rosmarino e la menta cresciuti selvatici nella vecchia aiuola delle erbe hanno un profumo meraviglioso. Resto un attimo sul portico a respirarlo. «Va bene,» mormoro agli alberi. «Riproviamoci.»
Seguo il sentiero che curva lungo il fianco della baita e si infila nel bosco. Subito l’aria si fa più fresca all’ombra, e il terreno diventa morbido sotto i piedi. Mi accovaccio accanto al primo roveto che trovo e comincio a raccogliere more, lasciando cadere nel cestino le più mature, una per una. Qualcuna finisce anche direttamente in bocca, perché Nanna diceva sempre che i rovi riscuotevano una tassa. «Una nel cestino, una per me,» mormoro. «Così è giusto.»
Riprendo a camminare quando sul fondo del cestino c’è uno strato di bacche. Supero il tronco caduto su cui una volta facevo equilibrio. La betulla storta dalla corteccia che si sfoglia. Il piccolo cespuglio di fiori blu vicino alla pietra piatta su cui Nanna mi diceva sempre di non sedermi, perché certi posti appartenevano a cose che non vediamo mai.
Il sentiero scende verso il ruscello e lo seguo per un tratto, cogliendo la frutta dagli alberi lungo la strada. Più avanti un piccolo rialzo segna il bordo di una radura che conosco bene. Se la stagione è quella giusta, lì spuntano funghi e fiori selvatici. Nanna odiava quella radura. «Certi posti sono passaggi, Rae-girl. Non andare a mettere i piedi dove il mondo sembra troppo immobile.» Io il rialzo lo salgo lo stesso, perché non ho più otto anni e i “passaggi”, in questo caso, probabilmente significano serpenti o terreno fangoso.
La radura è piccola, rotonda e inondata di sole, e lì, incastonato nell’erba come qualcosa lasciato da mani attente, c’è un cerchio perfetto di funghi chiari. Alzo le sopracciglia. «Be’.» Minuscoli fiori bianchi punteggiano il verde dentro l’anello, e l’erba lì sembra più morbida, in qualche modo. Più luminosa. Mi avvicino di qualche passo, più divertita che altro. «Non entrare nel cerchio delle fate.» La voce di Nanna mi suona nella testa. Sorrido e rido piano tra me e me. «Sei proprio teatrale, vecchia mia.»
Poi una brezza mi scorre sulla pelle, abbastanza fresca da rizzarmi i peletti sulle braccia, e il sorriso mi si spegne. La radura sembra… strana. Alzo lo sguardo verso gli alberi. Gli uccelli si sono zittiti. In qualsiasi altro punto di questi boschi non stanno mai fermi. Cinguettano e bisticciano e frusciano e cantano come piccoli pazzi piumati. Ma qui c’è solo il sussurro delle foglie e il suono del mio respiro. Riabbasso gli occhi sul cerchio di funghi pallidi. Tra me e il cappello bianco più vicino c’è una striscia di sole. Mi scappa una risatina. «Va bene, se ci metto piede dentro e non succede niente, torno a infestarti.»
