Capitolo 2 Cosa ha portato la strada

Cian

«Collina sopra di me. Pietra intorno a me. Strada sotto di me, ricordami. Nome dentro di me, resta.»

«Sta cantilenando di nuovo,» dice una delle guardie con una risata. Tengo la fronte appoggiata al muro e costringo le parole a uscire da labbra spaccate.

«Collina sopra di me. Pietra intorno a me. Strada sotto di me, ricordami. Nome dentro di me, resta.»

La frusta mi morde la schiena prima che riesca a finire il respiro successivo. Il dolore mi lacera con tanta violenza che la vista mi si annebbia di bianco, e un ruggito mi esplode fuori. Le catene sopra di me si tendono di colpo, e il ferro affonda ancora di più nei polsi. Le loro risate riempiono la cella mentre la mia testa ricade in avanti, finché la fronte non urta contro la pietra. Il sangue mi scorre caldo lungo la schiena, poi si fa più freddo quando l’aria lo raggiunge. Non mi spezzeranno.

Un altro schiocco di frusta lacera la carne mezza guarita e la riapre.

«Ancora abbastanza bello per un principe,» dice la guardia. «Anche se ogni giorno un po’ meno.»

Sollevo appena la testa, quanto basta per guardarlo oltre la spalla. Sta fuori dalla mia portata, in cuoio trapunto di fili d’argento e stivali lucidati, la frusta mollemente stretta in una mano, il glamour disteso liscio su ogni bruttura nascosta sotto. Bright Thorn ha sempre amato la seta stesa sul veleno.

«Dove sono i superstiti di Hollow Hill?» chiede. Non dico niente. Mi afferra i capelli e mi tira indietro la testa. «Dove sono fuggiti? Chi li nasconde? Quali strade ti rispondono ancora?»

Una risata mi pulsa nel petto, ma si inceppa nel sangue. Le strade qui non mi rispondono. È questo il senso di questo posto. L’hanno costruito in profondità. Pietra stipata di cenere di sorbo. Ferro lavorato in ogni giuntura. Protezioni sotto il pavimento, dentro i muri, dentro di me. Mi hanno sepolto dove gli antichi sentieri si fanno esili e strangolati, dove nessuna soglia si apre del tutto e nessun silenzio mi appartiene. Tranne la pietra di interdizione incastonata al centro della cella. Quella l’hanno lasciata. Quella l’hanno scolpita per me. Un unico punto da cui le strade possono ancora essere raggiunte, se versano abbastanza del mio sangue da costringerle ad ascoltare.

La guardia mi lascia i capelli, e la mia faccia sbatte contro il muro. Stelle esplodono dietro le palpebre. Le chiudo lo stesso. C’è stato un tempo in cui riuscivo a sentire le strade sotto il mondo. A percepirle sotto radici e colline, antichi passaggi nascosti ripiegati tra un respiro e l’altro. Mia madre mi ha insegnato ad ascoltarle sotto Hollow Hill, la sua mano sulla mia, la sua voce bassa nel buio. Ascolta prima. Ascolta sempre prima.

Il primo ceppo al polso cede con un secco schianto metallico. Il braccio mi ricade giù, e il dolore mi lacera la spalla mentre il sangue riprende a scorrervi. Segue il secondo polso, poi i ferri alle caviglie. Le guardie mi trascinano via dal muro, ridendo mentre inciampo.

«Piano, principe.»

Se potessi raggiungerlo, lo ucciderei con i denti.

Mi trascinano al centro della cella e mi costringono giù nel cerchio di interdizione inciso nel pavimento. Punto i talloni per oppormi, ma una mano mi si chiude nei capelli mentre un’altra mi colpisce dietro le ginocchia. La pietra sbatte contro l’osso, e il respiro mi esce in un grugnito secco.

«Tenetelo fermo.»

Delle mani mi si serrano intorno alle braccia e alle spalle, inchiodandomi a terra. La mano sinistra mi viene forzata in avanti, le dita aperte sul centro nero e levigato del cerchio, dove troppo sangue ha macchiato la pietra di un colore più scuro del resto. Mi divincolo contro le mani che mi tengono, ma sono troppi loro e troppo poco quello che resta di me.

«Aprilo.»

Lo Hollowing non è fatto per questo. Non è una maniglia. È sangue e istinto e ascolto. È terra scura che ricorda i tuoi passi. È il mondo che si allenta ai bordi perché ti conosce. Ma questi macellai sanno solo tagliare finché qualcosa si strappa.

Il ronzio sotto il pavimento cresce. Le strade tremano, lontane e sottili e furiose. Mi ci oppongo con tutto quello che mi resta, spingendo giù l’attrazione, chiudendola a chiave dietro il dolore e la rabbia, dietro la gabbia in rovina del mio stesso corpo. La mano mi si contrae contro la pietra mentre il mio sangue inonda il cerchio, le linee del sigillo guizzano di luce e il mondo si allenta. No.

Sento una cucitura impigliarsi. Un passaggio che sforza. Trascinato più largo con la forza. I margini delle pareti si piegano e, da qualche parte oltre la puzza di ferro e marcio, si insinua un altro odore. Cose verdi. Terra bagnata. Erba scaldata dal sole. Mi scattano gli occhi aperti. Quello non è uno dei nostri. Di certo non è la strada profonda e scura sotto Hollow Hill, né un qualunque passaggio fatato sepolto.

«Tenetelo fermo,» ringhia la guardia, e colgo il filo sottile del trionfo nella sua voce. Credono di raggiungere la mia gente. Credono che, se strappano lo Hollowing abbastanza spalancato, una delle strade nascoste risponderà e consegnerà loro Hollow Hill. Sciocchi. Le strade non funzionano così.

La cucitura trema sotto il pavimento. Per un battito sospeso, tutto ciò che riesco a sentire sono piedi nudi su un terreno morbido, aria d’estate, una presenza leggera e viva sul bordo di una strada antica. Come? Non lo so. Le guardie non avvertono la differenza. Non sanno che cosa stia sfiorando il bordo lacerato della cucitura. Per loro è soltanto un altro bagliore di luce del sigillo, un altro impulso di sangue che attraversa pietra rubata. Il cerchio ronza una volta sotto la mia mano, così forte da far vibrare le incisioni. Poi la pressione si spezza e le linee del sigillo si spengono. La guardia davanti a me impreca.

«Niente,» borbotta uno degli altri.

«Nessuna strada,» dice un altro.

Quello con la frusta fissa il sangue nelle linee incise, la mascella serrata dall’ira. Poi si alza.

«Incaténatelo di nuovo.»

Mi strappano dal pavimento e mi trascinano all’indietro nella cella. Il ferro morde quando mi tirano le braccia di nuovo ben sopra la testa. Mi divaricano le caviglie e me le fissano al loro posto. Il dolore mi squarcia, ma quasi non lo sento. Sono concentrato sulla pietra del sigillo. Sulla cucitura che loro non vedono. Uno dopo l’altro, sento le guardie andarsene: la porta sbatte. La chiave gratta nella serratura. Eppure il passaggio resta, tremante nel buio, e io lotto per tenerlo d’occhio. Per restare sveglio. Per aggrapparmi alla speranza folle e impossibile che, questa volta, qualcosa attraversi e mi trascini fuori da questo inferno.

La stanza si sfoca e la pietra ondeggia davanti alla vista… Poi la cucitura si apre e una figura cade sulla pietra del sigillo con un respiro tagliente. Per un secondo impossibile, penso che la prigione mi abbia finalmente spaccato la mente in due. È minuta. Pelle morbida. Occhi azzurri enormi. Un groviglio di capelli biondi sciolti che le ricade sulle spalle. Così piccola che potrei schiacciarla. Così bella che non dovrebbe stare in un posto come questo. Alza lo sguardo verso di me… E il buio mi prende.

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