Capitolo 3 Una bacca per la bestia

Rae

Santa Ecate, ho fatto un casino. «Non entrare nel cerchio delle fate, Rae.» Sento la voce di Nanna nella testa, secca come sempre, e potrei urlare. E io che faccio? Entro dritta in quel maledettissimo cerchio delle fate. Il mondo mi piomba di nuovo addosso con tanta violenza che quasi perdo l’equilibrio. Quale mondo? Non ne ho la benché minima idea, ma davanti a me c’è una dannata montagna d’uomo, mezzo nudo, incatenato e appeso a un accidenti di muro in quella che ha tutta l’aria di essere una cella. Merda, Rae. Merda. Merda. Merda.

«Be’, questa è nuova», dice una voce maschile alle mie spalle.

Mi esce un verso che non ha assolutamente niente di grazioso, mi giro così in fretta che quasi inciampo nei miei stessi piedi e mi stringo il cestino al petto. Di fronte alla prima cella, un’altra montagna d’uomo è in piedi dietro le sbarre, con le braccia conserte e un sorriso largo stampato in faccia, gli occhi brillanti di divertimento. Faccio qualche passo incerto all’indietro, cercando di non iperventilare fino a finire in un’altra dimensione. O morta. O reincarnata. Sinceramente, a questo punto sono aperta a qualsiasi possibilità.

«Che cosa è nuova?» chiede una voce femminile da qualche parte che non riesco a vedere.

«Una minuscola umana è appena apparsa attraverso il varco che Cian ha aperto», risponde la montagna d’uomo divertita, senza smettere di fissarmi.

«Un’umana?» dice la voce femminile.

«Già. Una piccoletta.» Ma chi cazzo è Cian? Faccio un altro passo indietro e vado a sbattere contro un muro. Mi immobilizzo. Non è un muro. Non è un muro. Lentamente, molto lentamente, giro la testa. La dannata montagna d’uomo sul muro. Proprio dietro di me. Oh no. Oh, assolutamente no, cazzo.

Stridulo e balzo in avanti così in fretta che per poco non mi schianto con la faccia sul pavimento di pietra. Il cestino oscilla selvaggiamente, le more sul punto di schizzare via in qualunque nuova forma d’inferno sia questa, e io inciampo allontanandomi finché la schiena non sbatte contro le sbarre della cella di fronte. Quello divertito ride.

«Piano, tesoro. Non è morto.» Il che, in effetti, è tutt’altro che rassicurante. Fisso l’enorme uomo incatenato perché ormai è l’unica cosa che riesco a fare.

Il sangue gli rigava i muscoli duri e la pelle pallida. I capelli scuri gli cadevano scomposti intorno a un volto che sembrava appartenere meno a un uomo che a qualcosa che qualcuno aveva scolpito dalla pietra viva e poi dotato di occhi. La mascella è dura, gli zigomi abbastanza affilati da tagliare, e perfino mezzo incosciente e appeso alle catene sembra meno un prigioniero e più qualcosa di antico che qualcuno ha commesso il catastrofico errore di tentare di rinchiudere. Quindi quello dev’essere Cian.

Distolgo a fatica lo sguardo da lui e mi guardo intorno freneticamente. Celle. Pietra. Ferro. Altra gente che non riesco a vedere bene. Un’intera fila, a giudicare dai rumori. Sono in prigione. Una prigione piena di uomini giganteschi e spaventosamente attraenti, e a quanto pare almeno una donna.

«Che succede laggiù?» grida un’altra voce maschile, più in fondo al corridoio.

«Dal varco è sbucata un’umana», ribatte quello divertito.

«Una cosa?»

«Un’umana», ripete lui, deliziato. «Una piccoletta.» Stringo più forte il cestino. Non mi salverà. È solo un cestino. Un cestino pieno di more e frutta. Chiudo gli occhi per un singolo, orribile secondo. Ecco come muoio.

Non serenamente nel sonno a novantasette anni, dopo una bella vita e un orto di erbe aromatiche da far invidia a chiunque. No. Muoio in una segreta di pietra perché sono entrata in un cerchio delle fate e sono atterrata davanti a un gigante insanguinato incatenato a un muro, mentre una fila di splendidi sconosciuti commenta la cosa come se fossi un gatto trovato sotto la pioggia.

«Per favore, ditemi che sono svenuta», mormoro.

«Magari», dice quello divertito.

Apro gli occhi, mi giro e gli lancio un’occhiataccia. Il suo sorriso si allarga ancora di più. Lo odio all’istante.

«Qualcuno può spiegarmi letteralmente qualcosa?» sbotto, perché il panico sta cominciando a trasformarsi in irritazione.

Mi risponde la voce femminile. «Sei passata attraverso un varco.»

«Per me non significa assolutamente niente», ribatto.

«Sei passata attraverso la via che Cian ha aperto», dice lei.

«Quello», dico, indicando furiosamente l’uomo gigantesco incatenato, «non può essere reale.»

Quello divertito si appoggia alle sbarre della sua cella come se avesse tutto il tempo del mondo. «Quello sarebbe Cian. Ed è realissimo. Ha aperto un passaggio. Tu ci sei caduta dentro.»

Un suono basso si inceppa nel fondo della gola di Cian, e io mi immobilizzo. Molto, molto immobile. La sua testa si sposta contro il muro dietro di lui mentre gli sfugge un respiro ruvido. Poi apre gli occhi, e mi trovano all’istante. Dentro di me tutto tace. Mi guarda come se fossi l’unica cosa in questa stanza a non appartenervi. Il che, a essere onesti, è piuttosto accurato.

«Ciao?» squittisco, cercando con tutte le mie forze di sprofondare nel pavimento. Brava, Rae. Davvero un lavoro splendido.

Il suo sguardo scivola lentamente sul mio viso, sui miei capelli, sui miei vestiti, fino al cestino ancora schiacciato contro il petto, poi risale di nuovo. Un brivido mi corre lungo la schiena sotto quella valutazione, e mi ritrovo a fare un passo cauto verso di lui prima ancora di avere il buon senso di fermarmi. Quello divertito ride.

«Coraggiosina», mormora. O stupidina. Probabilmente la seconda. Potrebbe andare in entrambi i modi.

Mi fermo appena fuori dalla sua portata e alzo lo sguardo, sempre più su, verso Cian. I suoi polsi sono un disastro di sangue e pelle viva. Le spalle sembrano tese, quasi oltre il limite della sopportazione. Il sangue gli scorre in strisce che si stanno seccando sul petto e sul ventre, attraversando muscoli duri, fino a dove altre catene gli tengono le caviglie divaricate sul pavimento. Una rabbia mi attraversa il panico così in fretta che quasi mi toglie il fiato. Chi gli ha fatto questo? La risposta è probabilmente ovvia e al momento non mi è di alcun aiuto, ma mi brucia lo stesso nel petto.

Le labbra di Cian si schiudono, come se volesse dire qualcosa, ma non esce nulla. I suoi occhi restano fissi nei miei. Blu e argento. Luce di sole e tempesta. Umano e… decisamente non umano. Mi rendo conto, da qualche parte in lontananza, che anch’io lo sto fissando. È assurdo, eppure non riesco a distogliere lo sguardo.

«Mi capisce?» chiedo piano.

«Sì», dice la voce femminile.

«No», dice nello stesso istante quello divertito.

Cian inspira di nuovo con fatica. La sua fronte si corruga, come se restare cosciente gli costasse tutto ciò che gli è rimasto. Una delle catene sopra di lui scricchiola quando il suo corpo si muove appena. Poi il suo sguardo scende, solo per un secondo, sul cestino che tengo tra le mani.

«Oddio», sussurro. «Che maleducata. La nonna mi prenderebbe a calci. Vuoi una bacca?»

Quello divertito perde completamente il controllo. La sua risata rimbalza sulla pietra. Cian non ride. Invece, solleva appena le sopracciglia e annuisce.

«Non mordere, okay?» lo avverto con serietà, e aspetto finché non annuisce di nuovo. Solo allora prendo una sola bacca e la sollevo verso le sue labbra. Lui piega il collo, andando incontro alle mie dita a metà strada, gli occhi fissi nei miei, mentre faccio forse un’altra cosa molto stupida oggi.

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