Capitolo 8 Una bella bugia

Rae

Le guardie mi conducono su per una scala scolpita nella pietra nera e attraverso corridoi che sembrano il frutto di un amore impossibile tra una foresta e un palazzo. È tutto troppo bello. Le pareti si incurvano come rami cresciuti fino a diventare arcate, pallide fioriture che traboccano da rampicanti spinosi addestrati lungo la pietra. Lanterna d’argento pendono basse nei corridoi, gettando una luce morbida su pavimenti lisci tanto scuri che, se ci indugio con lo sguardo, ci vedo riflessa la mia faccia. L’aria profuma di fiori e di pioggia fredda, con sotto qualcosa di dolce.

La prigione laggiù sembrava un incubo trascinato sottoterra. Questo posto quassù? Sembra una bugia bellissima. Le doppie porte si aprono davanti a me e io varco la soglia con il cesto stretto contro lo stomaco, e capisco subito che dev’essere lui: il Re.

È in piedi accanto a un lungo tavolo nero, disposto sotto alte finestre ad arco, una mano appoggiata appena alla superficie lucida, come se avesse tutto il tempo del mondo e nulla di tutto questo fosse minimamente insolito. I capelli sono d’oro pallido, gli occhi verdi, è slanciato e bellissimo, ma… qualcosa non torna.

Quando entro, si volta del tutto, e tutta quella calma elegante si posa dritta su di me. «Vieni qui, cosina.»

No. No, grazie — passo. Rifiuto totale, dalla testa ai piedi. Resto esattamente dove sono. La sua bocca si incurva appena, come se la cosa lo divertisse. Bene. Divertiti pure, laggiù. «Come ti chiami?» chiede.

Stringo più forte il cesto, evitando quelle mani stupidamente pulite. «Sunny» dico.

«Sunny», ripete piano. «Che nome appropriato.» Odio quanto sia bella la sua voce. «Qui sei al sicuro, Sunny.»

Certo. Sicuro. Perché gli uomini che tengono principi fae sanguinanti incatenati ai muri sono ovviamente molto interessati al mio benessere.

Tengo le spalle chiuse, le dita che serrano il manico del cesto. Lui osserva ogni cosa, studiandomi come un uomo potrebbe osservare il tempo o una scacchiera. Poi indica con un gesto la sedia di fronte a lui, al tavolo. «Siediti.»

Esito quel tanto che basta per sembrare credibile, poi mi avvicino e mi calo sulla sedia. Il cesto resta in grembo. Non lo appoggio. Non per lui. Non qui. Queste sono le mie bacche.

Lui prende posto di fronte a me con una grazia lenta e deliberata. «Hai fame?» chiede.

Lo fisso, sbattendo le palpebre; poi poso il cesto sul tavolo, tra noi, con un colpo sordo e lo indico. «Ho degli spuntini.»

Per un secondo cala il silenzio. Poi il suo sorriso si accentua. «Davvero?» dice.

Incrocio le mani sopra il cesto. «Già.»

Il suo sguardo scende su di esso e, quando torna a guardarmi, il divertimento è ancora lì, su quella faccia stupidamente bella. «Hai portato le tue provviste in una corte fae.»

«Non è che avessi programmato il viaggio.»

«No» dice. «Immagino di no.» Si appoggia leggermente allo schienale, la perfetta immagine di un re impeccabile, mentre io cerco di non immaginare quanto ci metterei ad arrivare da questo tavolo alla porta se dovessi darmi alla fuga. Poco. Abbastanza da morire, probabilmente. «Dimmi come sei arrivata qui» dice.

«Stavo camminando nel bosco vicino a casa mia. Ho trovato un cerchio di funghi e…» mi scappa una risatina tremante. «A quanto pare, mia nonna era molto meno pazza di quanto pensassi.»

La sua testa si inclina appena. «Un cerchio delle fate.»

«Non sapevo cos’era,» dico in fretta. «Cioè, sapevo cosa avrebbe dovuto essere, ma pensavo fosse tutto…» agito una mano, vaga. «Storie. Strane storie di una volta.»

«E invece eccoti qui.»

«E invece eccomi qui.»

Le sue dita tamburellano una sola volta sul bracciolo della poltrona. «Che cosa hai visto quando sei arrivata?»

Al ricordo lascio che il viso impallidisca un po’. Quella parte, almeno, non ha bisogno di recita.

«Un uomo in catene,» dico piano, abbassando per un momento lo sguardo. «C’era… c’era tantissimo sangue.»

«Cian of Hollow Hill ti ha spaventata.»

Sì, e no.

«Sono stata scaraventata in quello che sembrava un sotterraneo,» dico. «C’era un enorme fae insanguinato appeso a una parete. Direi che mi è concesso essere un po’ scossa.»

Qualcosa gli cambia negli occhi, come se gli piacesse che gli abbia risposto con franchezza invece di raggomitolarmi del tutto. È pericoloso.

«Scossa,» ripete, a bassa voce, quasi tra sé. «E gli altri?» chiede. «Ti hanno minacciata?»

Domanda pericolosa. Perché «no» suona troppo facile. E «sì» potrebbe dargli troppo.

«Hanno parlato,» dico con cautela. «All’epoca è bastato.»

Un angolo della sua bocca si solleva di nuovo, e mi dà davvero fastidio che io lo diverta. Intreccia le mani con noncuranza davanti a sé.

«Sei più sveglia di come ti hanno descritta le guardie.»

Merda. E come mi hanno descritta le guardie? Una cosina spaventata?

«Mi sto impegnando con tutte le mie forze per non morire,» gli dico, lasciandomi sfuggire una risata nervosa mentre riporto il cesto in grembo.

«Un obiettivo sensato,» dice lui.

Deglutisco e mi costringo a tenere le spalle rannicchiate, le dita che si stringono intorno al cesto sulle ginocchia. Poi cerco di rimettermi addosso, come una coperta, l’aria da ragazza terrorizzata.

«Quindi, ehm…» lancio un’occhiata alle porte, poi torno a fissarlo. «C’è qualche possibilità che io possa tornare a casa adesso?»

Lui ride piano, come se avessi detto qualcosa di quasi dolce.

«No,» dice alla fine. «Purtroppo no. Vedi, il mio popolo non controlla le antiche strade e i passaggi.» Piega le mani con ordine davanti a sé. «È l’unico motivo per cui quei fae sono nel mio sotterraneo. Si sono rifiutati di collaborare con le altre corti. Sono mostri con troppo potere e, per molto tempo, hanno cercato di dominare il resto di noi proprio attraverso quello.»

Lo fisso. Non è quello che hanno detto Eiran e Saoirse, bugiardo. Lo dice con una tale scorrevolezza che sento quanto sarebbe facile credergli, se non fossi già scesa di sotto.

«Be’…» mi aggiusto sulla sedia, lasciando tremare la voce quel tanto che basta. «Allora come dovrei tornare a casa? Non posso restare qui. Ho una vita. Delle persone. Un mondo intero a cui tornare.»

I suoi occhi verdi si posano su di me, e mi fanno sentire nuda e sporca. Poi si sporge in avanti.

«Forse,» dice piano, «possiamo aiutarci a vicenda.»

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