Capitolo 9 Cosa piace alle donne mortali?
Lorcan
«La mia Nanna mi ha sempre detto di non stringere patti con il Piccolo Popolo.»
«Immagino ti abbia anche detto di non entrare in un cerchio fatato,» dico, con un piccolo sorriso che mi increspa le labbra.
Lei sbuffa e si stringe il cestino più vicino al petto. «Già,» borbotta. «E guarda dove mi ha portata ignorare quel consiglio.» Il suo labbro inferiore trema, e questo provoca in me qualcosa di irreversibile. Non è lussuria, anche se di certo c’è anche quella. E non è soltanto curiosità. È qualcosa di più scomodo. Voglio calmarla. Più strano ancora, voglio tenerla al sicuro. Che assurdità. «Che ne dici di niente patti ufficiali?» chiedo con leggerezza. «Solo due persone che si aiutano a vicenda. Ti sembra accettabile?»
I suoi occhi azzurri schizzano subito nei miei, e la speranza che vi leggo è così aperta, così immediata, che quasi mi pento di averglielo proposto. Quasi.
«Davvero?» chiede. «Vi è permesso farlo?»
Una risata mi sfugge prima che possa trattenerla. C’è qualcosa di pericolosamente affascinante nella sua innocenza. «Ci è permesso fare molte cose,» le dico. «Tu hai bisogno che quelle strade vengano aperte. Anch’io. Perché non lavorare verso lo stesso obiettivo senza inganni tra noi?» Sollevo appena le mani, vuote, rilassate, innocue, ma lei restringe gli occhi fissandomi.
«Perché hai bisogno che le strade vengano aperte?» chiede.
La studio per un momento, questa minuscola mortale dai nervi a pezzi e dalla testarda piccola schiena dritta, e decido che merita abbastanza verità da continuare a parlare. «Perché le strade lasciate allo stato selvaggio sono pericolose,» dico. «Troppo potere nelle mani sbagliate può distruggere le corti, e il principe di sotto preferirebbe tenere quel potere sepolto insieme al suo popolo. Preferirebbe trattenerlo piuttosto che permettere al resto di noi di proteggere sia il nostro mondo che il vostro da qualunque cosa potrebbe attraversarle.» Le sue sopracciglia si aggrottano. «Io credo,» continuo, «che ci sia un motivo per cui sei stata attirata qui.» Lei è ancora seduta sulla sua sedia, le dita che si stringono attorno al manico del cestino.
«Un motivo?»
«Sì.» Torno verso il tavolo e appoggio con leggerezza le mani sul suo bordo lucido, concedendole tutta la mia attenzione. «Per anni le strade ci hanno ignorati. Hanno risposto al sangue e al dolore con il silenzio. Poi, all’improvviso, una si apre, e attraverso di essa arrivi tu.» La sua gola si muove mentre deglutisce, e io abbasso la voce. «Una ragazza umana. Viva. Intatta. Caduta quasi direttamente nelle sue mani. Mi piacerebbe vedere cosa succede se tu lo aiuti a convincersi ad aprire quelle strade per me.» Mi aspetto paura, forse disgusto. Invece, quello che ottengo è uno sguardo così tagliente che quasi sorrido. Lei posa il cestino sul tavolo con studiata precisione e intreccia le mani sopra di esso.
«Se,» dice lentamente, «decido di aiutare in una qualunque di queste cose, ci sono delle condizioni.»
Condizioni? Nessuno mi parla in questo modo. Nessuno a Bright Thorn osa guardarmi in faccia e cominciare a stabilire termini come se fossimo seduti uno di fronte all’altra da pari. Eppure eccola qui. Minuscola, adorabile, mortale, e abbastanza autoritaria da farmi schiudere dentro qualcosa di oscuro e compiaciuto. Non dico nulla, e lei lo prende per un permesso e prosegue senza fermarsi.
«Niente patti,» dice per prima cosa, sollevando un dito. «Non ufficiali. Non segreti. E niente di quelle strane scappatoie da fae.»
Incrocio le braccia con aria rilassata e mi concedo di godermi la scena. «Un inizio ragionevole.»
«Secondo,» dice, alzando un altro dito, «voglio una vera camera da letto.» Inarco un sopracciglio.
«Con una porta,» aggiunge. «Che si chiuda e si possa chiudere a chiave. La privacy è importante.»
Un angolo della mia bocca si tende. «Terzo, niente strana prigionia.»
«Definisci strana.»
Mi fulmina con lo sguardo. «Niente catene. Niente celle. Niente rinchiudermi in qualche torre e chiamarla ospitalità.»
Quando non ha paura ha un carattere straordinario. Brilla più feroce quando è arrabbiata e io, a quanto pare, adoro guardare quel fuoco ardere. «Altro?» chiedo.
«Sì.» Si raddrizza un poco sulla sedia. «Se provo davvero ad aiutarti a riaprire queste strade, lo faccio a modo mio. Niente torture. Niente farlo sanguinare su quella pietra. Non gli farai del male.»
Ah. Quest’ultima è quella che mi interessa di più. Non per la richiesta in sé, anche se ci vuole audacia per scagliarla contro un re nelle sue stesse stanze. No, ciò che mi interessa è il calore che c’è dietro. Crede ancora che si possa dissuadere la crudeltà con la ragione. Lascio che il silenzio si prolunghi un istante più del necessario. Lei si agita sotto il suo peso, ma non distoglie lo sguardo… splendida piccola sciocca. Alla fine, chino il capo. «Puoi avere una stanza.»
Lei sbatte le palpebre, schiudendo appena le labbra.
«Potrai muoverti liberamente all’interno di Bright Thorn e dei suoi terreni, ma non oltre. Per un’umana, al di fuori, ci sono troppi rischi.»
Arriccia il naso, ma alzo una mano prima che possa interrompermi. «Potrai provare, in qualunque modo ti suggeriscano i tuoi istinti mortali, a convincere il principe laggiù ad aprire le strade. Parlagli. Siedi con lui. Dagli da mangiare more, se questo ti sembra il tuo metodo preferito.»
Il suo viso diventa scarlatto. Che cosa affascinante. Mi piace quel colore sulle sue guance.
«Per due settimane,» dico. «Se, passato quel tempo, le strade saranno ancora chiuse, allora passeremo al mio metodo.»
Le sue sopracciglia si aggrottano di nuovo. «Qual è il tuo metodo?»
Sorrido. «A tempo debito.»
Mi fissa come se le piacerebbe moltissimo tirarmi una di quelle more in testa. Trovo l’immagine irragionevolmente incantevole. Alla fine mi stacco dal tavolo.
«Vuoi che ti mostri una stanza?»
Esita, chiaramente intenta a decidere se accettare sia saggio oppure solo l’opzione meno terribile tra quelle disponibili. Poi annuisce una volta e si alza, stringendo di nuovo il cesto contro il ventre. Mi dirigo verso le porte e gliele apro io stesso. Lei, però, non passa. Invece gira la testa oltre la spalla e mi guarda, i capelli color miele che le scivolano da un lato del viso, quegli occhi luminosi spalancati, guardinghi e fin troppo vivi per le stanze di Bright Thorn.
«Da che parte?» chiede.
Inclino la testa davanti alla minuscola umana che è uscita da un cerchio fatato ed è entrata nel mio regno, ha rifiutato la mia mano, mi ha negato il suo cibo, ha dettato condizioni nella mia camera e adesso se ne sta lì ad aspettare che io la conduca in un posto sicuro come se fossi soltanto un altro uomo a cui può dare ordini. Sorrido e le faccio cenno di camminare davanti a me. «Di qua, Sunny.» E, con mio silenzioso stupore, sto già pensando a che cosa potrei mettere nelle sue stanze per indurla a restarci più volentieri. Mi chiedo: che cosa piace alle donne mortali?
