Capitolo 5 Ferito

Serrai la presa sul telefono. Il lato sinistro del petto ricominciò a farmi male.

A quanto pareva, sul telefono di Henry non ero nemmeno salvata in rubrica.

Strinsi le labbra. «Sono io. Sei libero domani?»

Dall'altra parte ci fu un lungo silenzio, poi Henry rispose con freddezza: «Dimmi solo cosa vuoi.»

Con voce soffocata, dissi: «Domani devo operarmi. Il medico ha detto che serve la firma di un familiare. Tu...»

Prima che potessi finire la frase, la risata gelida di Henry risuonò dall'altra parte del telefono. «Amelia, fai la gelosa perché ho accompagnato Aria in ospedale?»

Mi affrettai a spiegare: «No, devo operarmi per davvero.»

Henry sogghignò: «Se fossi stata male, a mezzogiorno non mi avresti seguita al ristorante per fare una scenata ad Aria.»

All'improvviso mi sentii impotente. Qualsiasi spiegazione sarebbe stata inutile; Henry non mi aveva mai creduta.

Avrei voluto aggiungere altro, ma in quel momento sentii la voce smorfiosa di Aria in sottofondo. «Henry, la ferita mi fa malissimo. Potresti soffiarci un po' su?»

Henry le rispose con tono affettuoso e fece per riagganciare.

«Henry,» dissi disperata, «se domani non vieni, morirò.»

Henry parlò lentamente, ogni parola scandita e gelida. «Amelia, nel mio cuore sei morta nel momento in cui mi hai lasciato per andartene all'estero.» Poi chiuse la chiamata.

Rimasi immobile, stordita. Avevo il viso gelato. Non capii quanto tempo fosse trascorso prima che qualcuno mi chiamasse per nome.

Quando aprii gli occhi, fui accolta da un alone bianco e sfocato. Al centro c'era il viso di Brian. Il suo sguardo severo mi fece tornare immediatamente lucida.

Brian mi guardò dall'alto in basso, con espressione rigida. «Non sei consapevole delle tue condizioni? Ti sei messa a vagare di notte e sei svenuta nella tromba delle scale. Se un'infermiera non ti avesse trovata in tempo, saresti potuta morire.»

Schiusi le labbra, ma non ne uscì alcun suono.

Brian rimase in piedi accanto al letto, lo stetoscopio appeso al collo. «Hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te. Ci sono molti esami da fare prima dell'operazione.»

«Non ce n'è bisogno, dottor Scott,» mormorai con voce rauca. «Posso cavarmela da sola.»

Mi osservò in un silenzio carico di preoccupazione.

«Starò più attenta d'ora in poi, davvero,» mi affrettai a rassicurarlo. «E posso firmare da sola il consenso per l'intervento.»

Brian non cercò di insistere. «Mentre eri priva di sensi, l'infermiera ha contattato la tua famiglia. Tuo marito ha detto che sarebbe passato.»

Rimasi di sasso. Henry aveva detto che sarebbe venuto? Impossibile.

«Chi avete contattato?» chiesi d'un fiato. «Mio marito è molto impegnato, dubito che avrà tempo di venire.»

Brian mise via lo stetoscopio e rispose con naturalezza: «Ha detto che si trovava già in ospedale con un'altra persona, quindi era nei paraggi. Non lo sapevi?»

Forzai un sorriso. Come potevo non saperlo? Aria si era ustionata per colpa mia, quindi lui era sicuramente in ospedale con lei.

Visto che non rispondevo, Brian non insistette. Si alzò e mi raccomandò: «La ferita alla mano è stata medicata. Fai attenzione a non bagnarla.»

Abbassai lo sguardo e notai una garza quadrata sull'avambraccio sinistro. Mi bruciava un po' a ogni movimento.

La giovane infermiera accanto a me intervenne: «Deve essersi tagliata cadendo. Il dottor Scott l'ha medicata di persona.»

Feci per ringraziarlo, ma quando alzai la testa, Brian era già sparito oltre la porta.

«Vi ringrazio.» Provai a sorridere, senza riuscirci.

L'infermiera fece un cenno con la mano, sorridendo. «Di nulla. Si ricordi solo di fare il prelievo e le analisi. Più tardi ci sarà confusione e le toccherà fare la fila.»

Annuii. Quando uscì dalla stanza, rimasi a riposare a letto ancora per un po', poi mi alzai e mi diressi in infermeria per il prelievo.

Avevo il terrore degli aghi. Quando io e Henry stavamo insieme, una volta dovetti fare delle analisi del sangue perché non stavo bene.

Dopo l'accettazione avrei voluto scappare, ma lui mi aveva trascinata verso lo sportello dei prelievi.

Nell'atrio dell'ospedale, impregnato dell'odore di disinfettante, mi ero nascosta dietro di lui, con troppa paura persino per aprire gli occhi.

Con pazienza, Henry mi aveva convinta a sedermi. «Amelia, non puoi nasconderti sempre dietro di me. Fatti coraggio. Affronterò ogni difficoltà al tuo fianco.»

L'ago freddo mi bucò la vena e rimasi a guardare il sangue rosso scuro defluire nella provetta, del tutto apatica.

Henry, non avevo più paura degli aghi. Ma tu dov'eri?

Dopo aver riempito quattro provette per le analisi, andai al primo piano per la visita.

Mentre ero in fila, vidi Henry e Aria entrare dall'ingresso principale, mano nella mano.

Sembravano la coppia perfetta: era impossibile non notarli.

Henry aveva la sua solita espressione fredda e indossava un completo nero senza cravatta, fedele al suo stile. Aria era sottobraccio a lui, con le dita intimamente intrecciate alle sue.

Aria indossava un abito chiaro e i suoi morbidi boccoli le ricadevano fino alla vita. Con la mano ustionata reggeva uno scaldavivande rosa; i segni rossi sul braccio le conferivano un'aria indifesa.

Abbassai lo sguardo su me stessa. Per stare più comoda in ospedale, avevo indossato una tuta grigia.

Dopo lo svenimento sulle scale della sera prima, i vestiti erano sporchi e sgualciti, e non avevo avuto modo di cambiarmi.

Voltai la testa in silenzio, rivolgendo lo sguardo altrove.

Ma la voce di Aria risuonò alle mie spalle. «Henry, ma quella non è Amelia?»

Prima che potessi reagire, mi si avvicinò a passo svelto e mi afferrò per un braccio.

La ferita alla mano sinistra prese a pulsare per il dolore e, d'istinto, mi divincolai.

Si udì un tonfo sordo: lo scaldavivande era caduto pesantemente a terra, spargendo zuppa d'avena ovunque.

Nell'atrio dell'ospedale calò il silenzio. Mi voltai e mi ritrovai davanti all'espressione cupa di Henry.

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