Capitolo 6

Nico

Resto irritato e furioso. La mascella mi trema. Alcuni si voltano a guardarmi; io li fulmino, gli occhi che si stringono. Distolgono lo sguardo, consapevoli che fissarmi è una mancanza di rispetto. Sono il fottuto Don: come osano?

«Nico.» Sento una mano sulla spalla. «Abbiamo un problema. Uno dei casinò è stato rapinato.» Fisso mio fratello di mezzo, Tony, e serro la bocca così forte che sento i molari stridere. Mi passo le mani tra i capelli. I suoi occhi scuri, gli stessi di nostro padre, sono pieni di apprensione; le sopracciglia aggrottate, e sul volto gli si legge anche la rabbia.

«Quanto? Quale casinò?»

«Tre milioni. Quello di Aldo.»

«Porca puttana. Chi è stato? Li voglio trovati subito e voglio conseguenze. Nessuno ruba alla famiglia Santangelo.»

«Stiamo indagando.» Lo scosto e mi dirigo a passo lungo verso l’altra coppia di porte a battente, schioccando le dita perché la mia scorta mi segua. Due energumeni con spalle più larghe di quelle di un giocatore di football in divisa aprono la porta e mi precedono. Uno parla nel microfono al polso. Di certo per avvisare il mio autista che sto uscendo.

Mio padre alza lo sguardo dal tavolo dove è seduto con mia madre, la poveretta che soffre. Non che lui le metta le mani addosso, ma la merda che ha dovuto sopportare… Una ragazza che, al liceo, si è ritrovata a innamorarsi di lui. A volte mi chiedo se, sapendo che un giorno suo marito sarebbe diventato il capo di un Cartello, lo avrebbe sposato lo stesso. Lei mi guarda, gli occhi colmi di preoccupazione. Capisce che sta succedendo qualcosa: chiamatela intuizione materna. Mi blocco; non devo dimenticare le buone maniere.

Posso essere tante cose, posso averne fatte tante, alcune così terribili da finire nei libri di storia del crimine organizzato, ma andarmene senza salutare i miei genitori, soprattutto mia madre, quello non accadrà mai. Mi ha portato in grembo per nove mesi, mi ha nutrito al suo seno, mi ha dato tutto ciò che serviva perché crescessi forte e me la cavassi in questo mondo. È la mia roccia, la mia salvezza, l’unica donna che amerò mai. So che mia madre non mi lascerà mai; non mi abbandonerà.

«Madre, Padre. Devo andare. C’è stato un problema.» La sua mano guantata di bianco sale alla bocca.

«Stai attento, Nico», mi dice. Vedo l’angoscia nei suoi occhi color mandorla, incorniciati da ciglia scure. Quasi sessantenne, mia madre è ancora una donna bellissima; ha portamento ed eleganza e sa come stare al mondo. È esile, per via dell’alimentazione sana che segue, del Pilates che pratica ogni giorno e della corsa tre volte a settimana. Ha dedicato la vita a prendersi cura di sé, dei suoi tre figli e, naturalmente, di suo marito.

«Hai bisogno di me?» chiede mio padre, Giovanni. È ora che cominci a pensare alla pensione: anche se si è fatto da parte e io sono il Don, lui continua a tenere mano. Dovrebbe fare crociere lunghe con mia madre, non preoccuparsi di quello che succede negli affari.

«No, abbiamo tutto sotto controllo. Grazie, Padre.» Lui annuisce.

«Molto bene, allora. Stai attento e, Nico, sii intelligente.» Quell’ultima osservazione mi fa tornare a serrare i molari. Quand’è che non sono intelligente? Non diventi il Don di questa famiglia senza esserlo. Datemi un po’ di fottuto credito. Ma è mio padre e queste parole le dice sempre.

Me la svigno, lasciando loro e la mia festa di fidanzamento. Mi scappa un soffio secco: festa di fidanzamento, già. Una farsa. Per fortuna Gianluca mi desidera quanto desidera un ferro rovente nel suo culo sodo e stretto. Ed è davvero sodo e stretto; mi chiedo se la sua figa sia altrettanto stretta o se sia stata con un sacco di uomini. Perché diavolo sto pensando a lei proprio adesso? È una distrazione, e una di cui posso fare a meno, adesso. Ho cose più urgenti in testa, come questa faccenda del cazzo di casinò.

Qualcuno mi ha rubato dei soldi, e chiunque sia, rimpiangerà di essere nato. La sua vita non verrà risparmiata, non mostrerò misericordia. Se tocchi la mia famiglia, perdi la vita. È una regola semplice, tutti conoscono la mia regola. Non mi piego e non cedo per nessuno.

La mia limousine mi aspetta fuori; Lincoln, il mio autista, mi apre la portiera. Salgo con mio fratello, Tony dietro di me. «Chi pensi che sia stato? Voglio nomi, dettagli, orari. Dammi tutte le informazioni.» Il telefono squilla, lo ignoro. Niente deve distrarmi, adesso. Dentro di me ribollo; ho lo stomaco attorcigliato. Tre milioni: è una cifra enorme. Nessuno può entrare nel mio casinò, nessuno di loro, e rubare soldi. Ho la migliore sicurezza che ci sia, non solo uomini, ma anche tecnologia. Ogni angolo, ogni prospettiva è coperta da telecamere.

«È un lavoro dall’interno?» chiedo a mio fratello. Tony annuisce prima ancora di rispondere. I suoi capelli scuri e morbidi gli ricadono sulla faccia. Mi irrita. Perché non può semplicemente tagliarseli, quei cazzo di capelli?

«Sembra di sì, Nico. In che altro modo qualcuno potrebbe riuscirci? Devono aver manomesso le telecamere.»

«Quando è successo?»

«Un’ora fa.»

«Un’ora fa e me lo stai dicendo solo adesso.» Cristo, in questo momento potrei prendere a pugni mio fratello in piena mandibola. Espiro, mi sistemo la giacca dello smoking e raddrizzo le spalle.

«Eri in sala e stavi anche parlando con Lucky. Non volevamo interromperti.» Dio mio. Adesso pensano che una donna con una figa tra le gambe, una donna che non sopporto nemmeno, debba avere la precedenza sul fatto che il mio casinò è stato derubato. Hanno perso quel poco di cervello che si ritrovano?

«Non esitare mai a interrompermi. È chiaro?» Tony annuisce. «E dov’è diavolo Dario?» È il più giovane dei miei fratelli; io sono quello di mezzo. Dario ha appena ventinove anni e, purtroppo, dobbiamo sempre tenerlo d’occhio. I soldi e il potere di appartenere alla nostra famiglia gli hanno dato alla testa. Ha iniziato a drogarsi a scuola, più o meno a quindici anni, ed è entrato e uscito da centri di riabilitazione più volte di quante ne possa contare. Abbiamo provato di tutto, ma è una mina vagante. Fa festa troppo, si porta a letto chiunque, e Dio solo sa se usa precauzioni. Mi aspetto quasi che qualche donna bussi alla nostra porta dicendo di essere incinta di suo figlio. Scuoto la testa.

«Nessuno l’ha visto. È andato via presto dalla tua festa di fidanzamento.»

«Porca puttana. Te l’avevo detto, Tony, di tenerlo d’occhio. Non riesci nemmeno a fare quello?»

Tony mi fulmina con lo sguardo. Ha tre anni più di me. Non dovrei parlargli così. Non è la babysitter del nostro fratellino, ma Dario ne ha bisogno.

«Lo troveremo.» Tira fuori il cellulare e comincia a muovere le dita sui tasti con destrezza.

L’auto si ferma davanti al mio casinò, Aldo’s. L’ho chiamato così in onore di mio nonno, che arrivò dall’Italia. Aveva iniziato come scaricatore al porto e si era alleato con una famiglia mafiosa per guadagnare abbastanza da sposare la sua innamorata, Lucia, e portarla in America. Non era l’inizio migliore che si possa avere nella vita, ma la famiglia Moretti lo prese sotto la propria ala e una cosa tirò l’altra.

Il casinò è una proprietà imponente, con vetri di sicurezza a specchio all’esterno. Scendo dal veicolo e salgo i gradini rivestiti di moquette rossa. Due addetti alla sicurezza sono di guardia fuori e mi fanno un cenno. Uno mi tiene la porta aperta mentre entro nell’atrio. Slot machine e tavoli sono vuoti, il locale è stato sgomberato.

«Quanti soldi abbiamo perso in incassi stanotte, oltre ai tre milioni?» Temo la risposta; la rabbia mi bolle dentro come un vulcano sul punto di eruttare.

«Stimerei due milioni e mezzo.»

Sibilo tra i denti e mi avvio a grandi passi verso il retro, dove si trova il mio ufficio. «Li voglio tutti qui, subito. E chiamami Ivan.» È il migliore che io abbia in materia di cybersicurezza: se qualcuno può scoprire come sono stati rubati i soldi, come qualcuno sia entrato e abbia raggiunto le nostre casseforti chiuse e sigillate, è lui.

Tony si dà da fare mentre io mi siedo sulla mia poltrona nera di pelle con schienale ad ali, dietro la solida scrivania in mogano. Il mio ufficio è nero, senza finestre. Ne ho un altro al piano di sopra, una specie di acquario, solo per poter guardare giù sulla sala del casinò e tenere d’occhio tutto. Qui, invece, mi piace l’oscurità: mi ricorda qualcosa come la tana di un vampiro. Dalla bottiglia di whisky costoso mi verso un bicchierino, poi un altro. Odio perdere soldi; odio essere fregato. Ma qualcuno dall’interno della mia azienda mi ha fatto questo, e farò della mia vita la missione di scoprire chi è quel bastardo.

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