Capitolo 1
Punto di vista di Hannah
«Ti prego, Hannah. Sii la mia ragazza. Per tutto il tempo che mi resta.»
Le dita sottili di Peter mi serrarono il polso con una forza sorprendente, mentre giaceva nel suo letto d’ospedale improvvisato. Il volto un tempo bello era ormai scavato, la pelle tirata sugli zigomi, ma gli occhi ardevano di un’intensità febbrile che mi fece ritrarre sulla sedia.
«I-io… non so cosa dire», balbettai, ritraendo d’istinto la mano. La cameretta nella modesta casa di Edward, all’improvviso, mi sembrò senza aria. Le apparecchiature mediche che ingombravano lo spazio parevano stringersi intorno a me, e i loro bip accelerarono fino a seguire il ritmo del mio cuore.
Quello era Peter, il figlio di Edward. L’uomo che era rimasto con me durante innumerevoli incubi dopo l’incendio. La stessa persona che mi aveva preparato il tè e raccontato storie assurde finché non riuscivo di nuovo a respirare. Ma per me non era mai stato — e non poteva essere — più che famiglia.
«Io ho sempre voluto più di un’amicizia», continuò, la voce incrinata dalla disperazione. «Non lasciarmi morire sapendo che non ho mai avuto una possibilità con te. Ti prego, Hannah. Te lo chiedo in ginocchio.»
Mi spostai a disagio sulla poltrona lisa accanto al suo letto. Come potevo rifiutare la richiesta di un uomo che stava morendo? Soprattutto quando quell’uomo era il figlio di Edward Johnson, l’insegnante di sostegno in pensione che mi aveva salvata dalla strada dopo che la villa dei Lancaster era bruciata fino alle fondamenta, portandosi via i miei genitori e i miei tre fratelli.
«Peter, io ti voglio davvero bene, ma…»
«Ma cosa?» La sua voce si alzò di colpo, facendomi sobbalzare. «Sto morendo, Hannah! Morendo! È davvero troppo chiederti che mi dia quest’unica consolazione prima di andarmene?» Il petto gli si sollevò in un ansimare agitato e il monitor cardiaco accanto al letto cominciò a suonare più in fretta.
Quelle parole mi colpirono come un pugno. Tre anni di gratitudine e di dovere mi si posarono addosso come un peso schiacciante. Edward mi aveva dato un tetto quando non avevo più dove andare. Mi aveva aiutata a ritrovare uno scopo consigliandomi per un posto al Sunshine Special Education Center.
«Peter, ti prego, calmati. Devi riposare…»
«Riposare?» Lasciò uscire una risata amara che si sciolse in un accesso di tosse. Quando finalmente riprese fiato, le lacrime gli rigavano le guance scavate. «Avrò tutto il tempo di riposare quando sarò morto. E sarà presto, visto che non possiamo permetterci le cure a Boston.»
L’impotenza mi schiacciò il petto. Il figlio unico di Edward stava scivolando via giorno dopo giorno, e io non potevo fare nulla per fermarlo. Non riuscivo a costringermi a fingere sentimenti romantici che non provavo, nemmeno per un uomo morente. E non avevo soldi, né risorse da mettere per quelle cure che forse lo avrebbero salvato. Il nome Lancaster, un tempo sinonimo di ricchezza e influenza, ormai era solo un guscio vuoto, un promemoria di tutto ciò che avevo perduto.
«Devi prendere le medicine», dissi piano, porgendogli acqua e pastiglie, disperata di cambiare argomento e calmarlo.
Le sue labbra pallide si torsero in qualcosa a metà tra un sorriso e una smorfia, mentre con un colpo mi fece volare via le pillole dalla mano. Si sparsero sul pavimento con piccoli ticchettii. «A che serve, Hannah? Lo sappiamo entrambi che ormai non cambierà nulla. Non senza le cure vere.»
«Tuo padre ha rinunciato a così tanto…»
«Mio padre mi guarderà morire!» La voce gli si spezzò in un singhiozzo. «Perderà il suo unico figlio, e non c’è niente che nessuno dei due possa fare. A meno che…» Lasciò la frase sospesa, gli occhi fissi su qualcosa dall’altra parte della stanza.
Seguii il suo sguardo fino alla scrivania dove tenevano la sua cartella clinica. Un foglio lucido spuntava da sotto i fascicoli, e un angolo catturava la luce del pomeriggio.
«A meno che cosa?» chiesi, anche se qualcosa nello stomaco mi si attorcigliò, inquieta.
Il respiro di Peter era irregolare, il volto arrossato per la febbre e per l’emozione. «Potrebbe esserci… un modo. Ma non posso chiedertelo. Non ne ho il diritto.»
«Peter, di che cosa stai parlando?»
Chiuse gli occhi, e nuove lacrime gli scivolarono da sotto le palpebre. «Nella scrivania. C’è una pubblicità. L’ho trovata settimane fa, ma non riuscivo… non volevo…» Un altro accesso di tosse lo afferrò, più violento di prima.
Le mani mi tremavano mentre mi avvicinavo alla scrivania, spinta da un terribile senso d’inevitabilità. Tirai fuori il foglio lucido, e gli occhi mi si spalancarono mentre leggevo:
[Famiglia d’élite cerca madre surrogata. 500.000 dollari al raggiungimento di una gravidanza avvenuta con successo, restanti 1,5 milioni dopo il parto. Richiesta rigorosa riservatezza. Screening genetico obbligatorio. Contatti in allegato.]
«No», sussurrai, con il foglio che mi tremava tra le dita. «Peter, no. Non puoi star suggerendo—»
«Non sto suggerendo niente!» gridò, la voce resa aspra dalla disperazione. «Non te lo chiederei mai, Hannah. Mai. Ma che scelta ho? Che scelta ha papà?» Lottò per mettersi seduto, le braccia magre che tremavano per lo sforzo. «Sta vendendo tutto. La casa, la macchina, i risparmi della pensione. Tutto ciò per cui ha lavorato tutta la vita, e non basterà comunque. Non ci andrà nemmeno vicino.»
«Dev’esserci un altro modo—»
«Non c’è!» Il bip del monitor cardiaco si fece frenetico. «Pensi che non abbiamo cercato? Pensi che papà non abbia esaurito ogni possibilità, ogni beneficenza, ogni programma? È questo, Hannah. È l’unico modo perché io sopravviva.»
Indietreggiai dal letto, stringendo l’annuncio nel pugno. «Non posso. Peter, non posso farlo.»
«Allora sono morto.» Le sue parole furono piatte, definitive. «E papà non avrà niente. Niente figlio, niente casa, niente futuro. Solo il ricordo di avermi visto spegnermi perché non siamo riusciti a trovare due milioni di dollari.»
La stanza prese a girarmi intorno. Non poteva succedere davvero. Non poteva essere questa la scelta che avevo davanti.
«Hannah.» La voce di Peter si abbassò fino a un sussurro rauco. «Non ti sto chiedendo di amarmi. Lo so che non mi ami, non in quel modo. Ma ti supplico—mi metterei in ginocchio se riuscissi a stare in piedi—di salvarmi la vita. Di salvare mio padre da questo incubo.»
«Non è giusto», riuscii a dire a fatica, con le lacrime che mi annebbiavano la vista.
«Niente di tutto questo è giusto!» urlò, poi fu scosso da un altro accesso di tosse. Quando riuscì a parlare di nuovo, la sua voce era appena udibile. «Ti prego. Fai solo la chiamata. Solo… informati. È tutto quello che ti chiedo. Una telefonata.»
Sentivo le gambe cedere. Guardai l’annuncio, poi il corpo consunto di Peter, poi la foto incorniciata di Edward sul comodino—Edward gentile, che mi aveva salvata quando non avevo nulla.
«Solo una chiamata», implorò Peter, gli occhi febbrili di disperazione e speranza. «Ti prego, Hannah. Sto morendo. Non lasciarmi morire quando c’è una possibilità. Non lasciare che papà perda tutto quando c’è un modo per salvarmi.»
Le mani mi tremavano mentre tiravo fuori il telefono dalla tasca. Ogni istinto mi urlava di rifiutare, di trovare un’altra via, ma quale altra via c’era? Peter aveva ragione—Edward aveva già provato tutto. Questo era ciò che restava.
«Ecco», mi incoraggiò Peter, con una nota quasi maniacale nella voce. «Componi il numero. Senti cosa dicono.»
Con dita tremanti inserii il numero dell’annuncio. Il cuore mi batteva così forte che ero certa avrebbe svegliato i vicini. Uno squillo. Due squilli. Tre. A ogni secondo che passava, il dito mi si avvicinava al tasto per chiudere la chiamata.
«Non riattaccare», mi esortò Peter, fissandomi con attenzione. «Ti prego, non riattaccare.»
Proprio mentre stavo per interrompere, ci fu un clic, seguito dal silenzio. Poi arrivò la voce di un uomo—fredda, secca, completamente professionale.
«Come posso aiutarla?»
Mi si mozzò il respiro in gola. Guardai Peter, che annuì freneticamente, gli occhi supplichevoli.
«Pronto?» incalzò l’uomo, con impazienza evidente nel tono.
«Io…» La voce mi si spezzò e mi schiarii la gola. «Mi chiamo Hannah Lancaster. Chiamo per… per l’annuncio.»
«Quale annuncio?» La voce dell’uomo rimase distaccata, clinica.
Deglutii a fatica, senza staccare gli occhi dal volto di Peter. «Quello per… per la madre surrogata.»
Ci fu una breve pausa, e in sottofondo sentii frusciare dei fogli. «Ah, sì. L’opportunità di surrogazione. Sta chiamando per candidarsi, signorina Lancaster?»
