Capitolo 1 1
PROPOSTA MALVAGIA
Andresti a letto con un cattivo per dare a tuo figlio una vita migliore?
Sono una mamma single.
E dal giorno in cui è nato mio figlio mi sono fatta una promessa:
non saltare mai, mai una buonanotte.
Poi il diavolo mi ha offerto un milione di dollari per farmi cambiare idea.
Ho detto di no.
Anzi, ho detto: col cazzo.
Ma poi ho cominciato a pensare ai buchi nelle scarpe di mio figlio… al brontolio del suo stomaco vuoto nelle notti in cui non potevo permettermi nemmeno un ramen…
… e ho iniziato a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi accettato.
Una notte.
Una notte al braccio di Yulian Lozhkin, lo stronzo più arrogante, bello, condiscendente e luridamente ricco che la città di New York abbia mai sputato fuori.
In cambio, tutti i miei problemi sarebbero spariti.
O almeno, così diceva lui.
Ma una notte con Yulian non è stata la fine dei miei guai: è stata solo l’inizio.
PROPOSTA MALVAGIA è il Libro 1 del duetto della Bratva Lozhkin. La storia di Yulian e Mia continua nel Libro 2, RIFIUTO MALVAGIO.
1
MIA
Brooklyn a luglio è un crimine di guerra per le mie narici.
Asfalto rovente, immondizia che marcisce e il sentore acre di sudore vecchio di giorni che sembra irradiarsi fin da qui, addosso al tizio che in questo momento mi sta spogliando con gli occhi dall’altra parte della strada.
Tengo lo sguardo fisso davanti a me, le dita che si stringono sulla tracolla del borsone.
La divisa mi si appiccica alla schiena come una seconda pelle. È umida dopo dodici ore passate a correre da un codice all’altro, ricucire squarci e ingoiare ogni fischio e ogni “Ehi, dolcezza” che vari ubriaconi del cazzo continuano a lanciarmi mentre cerco di sbrigarmi per tornare a casa in tempo per la nanna di Eli.
Dolcezza. Le parole mi strisciano lungo la spina dorsale, oleose e familiari.
Brad mi chiamava così.
Brad, con l’alito di whiskey e le nocche ruvide come carta vetrata.
Brad, che sussurrava: «Vieni qui, dolcezza» subito prima di—
No. Non oggi, Satana.
Sbatto le palpebre con forza, ricaccio quel ricordo indesiderato nella sua bara e accelero il passo.
Le mie sneakers schioccano sul cemento crepato, schivando buche e mucchi di merda di cane. Il negozio da un dollaro all’angolo spara reggaeton a tutto volume. Sopra la mia testa, un’insegna al neon morente ronza come una vespa.
Un gruppetto di ragazzini bighellona davanti alla bodega e fischia quando passo. Uno urla: «Cazzo, ma’, ti alleni o lavori?»
Riesco a tenere il dito medio in tasca, ma per un pelo.
Uno di questi giorni potrei davvero mollarglielo. Stasera, però, non ho tempo di cercare rogne con adolescenti pompati di svapo e testosterone.
Ci sono quasi.
Quasi a casa.
Mancano quattro isolati al mio appartamento, che vuol dire quattro isolati da Eli. Quattro isolati dai pochi, brevissimi secondi di pace che mi concedo affondando il viso nei suoi riccioli dolci e perfetti.
Poi devo cambiarmi via questi camici macchiati, schizzare fuori di nuovo e farmi di corsa il tragitto fino al mio secondo lavoro, in una med spa chicchissima a Tribeca, dove le signore ricche sborsano ottocento dollari a botta per farsi vaporizzare le grandi labbra.
Da parte mia, zero giudizi. Anzi: ben vengano le signore ricche.
Mamma ha le bollette da pagare.
Giro l’angolo della mia strada—e serro i denti.
Perché c’è un’auto parcheggiata dietro la mia, che mi blocca.
E non una macchina qualunque. Una Maybach nera, lucidata fino a brillare come liquida, appostata davanti al mio palazzo come una pantera in una discarica. La mia berlina malridotta—Rhonda la Honda—se ne sta lì intrappolata dietro.
«Ma mi stai prendendo in giro», borbotto.
Scruto l’isolato in cerca di colpevoli. All’inizio non vedo nessuno.
Poi—eccolo. Dall’altra parte della strada.
Un uomo in un impeccabile completo nero, talmente fuori posto in quest’ascella decrepita della città da sembrare una provocazione, sta avanti e indietro sul marciapiede col telefono schiacciato all’orecchio. Le scarpe luccicano come ossidiana sotto il lampione.
E il resto non è da meno. Sguardo grigio tempestoso. Barbetta da GQ. Addominali che ci potresti grattugiare sopra un’intera forma di Parmigiano.
Sono intollerante al lattosio, ma un morso glielo darei lo stesso.
O almeno, glielo darei—se avessi tempo per certe cose.
E non ce l’ho. Mio figlio vuole la favola della buonanotte, accidenti.
Marcio verso di lui, il borsone che mi rimbalza contro il fianco. «Ehi! Sei tu il genio che ha parcheggiato nel mio posto?»
Lui non alza nemmeno lo sguardo. Si limita a sollevare un dito.
Aspetta, dice. Sto facendo cose importanti.
Questo è il primo strike.
«Scusi? Signore?» Mi piazzo sulla sua traiettoria.
Lui mi scarta di lato, continuando a parlare. «—ho detto di cazzo di trovarla. Quale parte non era chiara?»
Secondo strike.
Mi pianto davanti a lui, braccia conserte. «Senti, Principe Azzurro. Mi stai bloccando la macchina e ho venti minuti per dare la buonanotte a mio figlio prima di arrivare tardi al lavoro. Sposta. La. Tua. Roba.»
Per la prima volta, si degna davvero di lanciarmi un’occhiata. Quegli occhi chiari mi passano addosso: i camici, la coda crespa pronta a esplodere, l’alone di sudore che si allarga sul colletto.
Gli si contrae la bocca.
Non un sorriso—uno sminuire.
Si gira dall’altra parte.
Ah, no.
Terzo strike.
«Bene. Bene, bene, bene.» Tiro fuori il telefono, compongo il numero sull’adesivo del deposito rimozioni appiccicato all’idrante più vicino e sfodero la mia vocina più dolce da assistenza clienti. «Pronto! C’è un’auto enorme parcheggiata illegalmente che mi blocca l’uscita in Sutter e Rockaway. Una Maybach. Sì. Non potete sbagliarla. Siete qui tra cinque minuti? Perfetto. Mi avete appena svoltato la giornata.»
