Capitolo 4
Serena Vale
Quando il sole tramontò, ogni traccia della vita che stavo costruendo con Douglas era sparita.
Be’, quasi. Stavo ancora impacchettando le mie cose per trasferirle a casa di Lila. Douglas e io avevamo preso quella casa insieme. Era mia tanto quanto sua, ma non potevo più viverci, non quando ogni singolo angolo mi ricordava lui. Le questioni legali le avrei affrontate più avanti.
Quando chiamai la fiorista per avvisarla che il matrimonio era annullato, rimase interdetta. Aveva appena consegnato fiori freschi quella mattina e avrebbe dovuto portarli di nuovo la mattina successiva. La wedding planner fu più che sconvolta. Disse che eravamo una delle coppie più dolci che avesse mai incontrato. Ecco, un tempo lo pensavo anch’io.
Metà delle telefonate che ricevetti erano intrise di una compassione finta. L’altra metà era semplicemente affamata di pettegolezzi. Le uniche persone a cui importasse davvero come mi sentivo erano i miei genitori e i miei cugini.
La famiglia di Douglas tempestò il mio telefono di chiamate, ma non risposi a nessuna. Non ci riuscivo.
Dovetti spegnere il telefono per concentrarmi a portare fuori da quella casa tutto ciò che era mio. Per fortuna, Lila aveva un attico abbastanza grande da ospitare me e le mie cose. Non ero dell’umore per trascinarmi dietro tutta quella roba in un hotel, e lei comunque era raramente in casa.
Quella notte non dormii. Rimasi seduta alla finestra, a guardare le luci della città attraverso le lacrime, finché non arrivò l’alba.
La mattina dopo, la gente cominciò a venirmi a trovare nell’attico di Lila. Passarono i miei amici, i miei genitori, i miei fratelli, i miei cugini: tutti volevano consolarmi. Era soffocante.
Douglas mi chiamava, mi lasciava una sfilza di messaggi, dicendomi di non mandare tutto in malora. La cena di prova era stata annullata e le persone gli scrivevano per sapere cosa fosse successo, eppure lui continuava a volere che mi presentassi al matrimonio. Era nauseante.
In mezzo a tutte quelle parole di conforto che mi piovevano addosso, presi una decisione. Douglas e io saremmo dovuti partire per la luna di miele verso le sette di sera. L’avevo prenotata io, tanto a lui andava bene qualsiasi cosa. Non potevo restare lì a guardare tutti compatirmi per l’infedeltà di Douglas, così preparai una nuova valigia.
«Dove stai andando?» chiese Lila, ferma sulla soglia della mia stanza temporanea. I miei erano appena andati via, dopo aver capito che avevo bisogno di stare lontana da tutti.
«A Liora Bay,» risposi, mentre chiudevo la valigia. «Per la mia luna di miele.»
Lila batté le palpebre. «La tua luna di miele?»
«Non vedevo l’ora di andarci. Non permetterò a un uomo di rovinarmelo.»
Lila si morse il labbro, come se avesse qualcosa da dire ma si trattenesse.
I biglietti non erano rimborsabili. La villa era già stata pagata. Non pensavo che avrei avuto un’altra occasione di visitare l’isola tanto presto, con il lavoro che mi aspettava.
Avevo già buttato via un sacco di soldi con tutto quello che avevo annullato. Non potevo sprecare anche questo. L’isola doveva essere la nostra luna di miele. Adesso sarebbe stata soltanto la mia.
Quella sera, Lila mi aiutò comunque a caricare i bagagli in macchina. Avevo una tuta addosso e occhiali enormi, i capelli tirati su in uno chignon. Fuori non mi vedevano quasi mai così, ma in quel momento non avevo proprio l’energia di impegnarmi nel mio aspetto.
«Scrivimi quando atterri,» disse. «E per favore non limonare con uno sconosciuto misterioso sulla spiaggia.»
Mi sfuggì una risata leggera, il primo vero segno di felicità da quando avevo visto quella foto. «Cercherò di non farlo.»
«Bene. Perché i rimbalzi da cuore spezzato funzionano solo nei film.»
Le sorrisi. La verità era che non credevo nemmeno di essere ancora capace di provare attrazione. Avevo chiuso con Douglas ventiquattro ore prima. Non avevo dentro di me lo spazio per far entrare un altro uomo.
Il tragitto verso l’aeroporto fu silenzioso. Il sole stava cominciando a tramontare e i profili della città si innalzavano alti e scintillanti, del tutto indifferenti al fatto che il mio mondo fosse appena andato in pezzi.
Al check-in, l’addetta mi sorrise con cortesia. «Mi dispiace, signorina Vale, ma il suo volo è in ritardo.»
«Cosa?» Ma ce l’avevano tutti con me o cosa? «Per quanto?»
«Non lo so ancora. C’è un problema di manutenzione. Dovrà aspettare finché non faremo un annuncio con aggiornamenti.»
Certo. L’universo stava spargendo sale sulle mie ferite.
Trascinai la valigia verso una sedia e mi ci lasciai cadere sopra. Ormai non ero neanche più sorpresa. A quanto pareva, quello non era proprio il mio anno.
Fu allora che lo notai.
Un uomo era seduto qualche fila più avanti, impossibile non notarlo. Aveva i capelli castano scuro con le punte biondo sporco. Se ne stava appoggiato allo schienale con quel tipo di sicurezza che nasce dalla ricchezza e dal pericolo, o forse da entrambe le cose.
Il suo completo era tagliato alla perfezione. L’orologio gli brillava piano sotto le luci dell’aeroporto. Come se avesse sentito il mio sguardo addosso, alzò gli occhi.
Accennò un sorriso, sostenendo il mio sguardo per qualche secondo di troppo prima di tornare a fissare il telefono. Sentii lo stomaco contrarsi involontariamente, e mi rimproverai subito per quella reazione.
Non adesso, Serena.
Dopo quasi un’ora di attesa, l’annuncio arrivò finalmente dagli altoparlanti.
«Signore e signori, il volo 233 per Liora Bay è stato cancellato a causa di problemi tecnici. Vi preghiamo di recarvi al banco assistenza per la riprenotazione o il rimborso.»
Cancellato. Non in ritardo.
Strinsi le labbra. «Perfetto.»
Avevo già detto a tutti i miei amici che sarei andata a Liora Bay da sola. Avevo detto loro che avevo bisogno di stare lontana da tutti e da tutto, eppure sembrava che il mondo non volesse concedermi neanche un attimo di pace. Se non avessi annullato il matrimonio, avrebbero cancellato anche il volo per la luna di miele?
«A quanto pare, siamo diretti nello stesso posto.»
Irritata, girai la testa, pronta a liquidare chiunque stesse cercando di attaccare bottone approfittando della mia sfortuna. Mi bloccai quando vidi che l’uomo di prima adesso era seduto accanto a me.
Da vicino era ancora più pericoloso. Pericoloso nel senso che era troppo bello. La mascella era troppo affilata. Gli occhi troppo scuri. Lo sguardo troppo invitante. Aveva una piccola cicatrice vicino al sopracciglio, lieve ma visibile. Sembrava quasi un difetto messo lì di proposito per rendere più umano il suo essere perfetto.
Sì, era così bello.
«Liora Bay?» chiesi, cercando di sembrare disinvolta.
«Già.» Sorrise. «Mi chiamo Ralph.»
Esitai per un istante prima di stringergli la mano. «Serena.»
La sua stretta era ferma e calda, e trattenne la mia mano un secondo di troppo. «Noi andiamo con un jet privato e, visto che siamo diretti dalla stessa parte, puoi unirti a noi.»
«Noi?»
«Il mio...» Si fermò per un secondo, come se stesse cercando le parole giuste. «...amico è già a bordo del jet. Odia i ritardi.»
Sbatté le palpebre, sorpresa. «Mi stai offrendo un posto sul tuo jet privato?»
«A meno che tu non preferisca tornare a casa o aspettare di prenotare con un’altra compagnia.» Fece spallucce. «Decidi tu, tesoro.»
Lanciai un’occhiata a lui, poi al numero di persone deluse per la cancellazione del volo. Ogni parte razionale di me urlava pericolo, è uno sconosciuto. Ma la razionalità non mi aveva mai portata da nessuna parte. Avevo razionalizzato le azioni del mio ex fidanzato fino a quando la cosa non mi era esplosa in faccia.
Lila mi aveva messo in guardia dal limonare con un uomo misterioso sulla spiaggia, ma non aveva mai detto niente sul seguirne uno sul suo jet privato.
«Di solito non accetto offerte dagli sconosciuti...» lasciai la frase in sospeso.
«Bene, significa che sei intelligente,» rispose Ralph, con una lieve inflessione nella voce.
«Allora perché offrirmelo?»
«Perché sembri proprio una che ha bisogno di cambiare aria.»
Era ridicolo. Assolutamente ridicolo. Eppure, pochi minuti dopo, mi ritrovai a camminare al suo fianco attraverso il terminal privato, con la valigia che scorreva dietro di me.
