Capitolo 2

Punto di vista di Lina

Mi lavai via lo champagne dai capelli tre volte, ma l’odore di quella sala da ballo mi restava addosso. Le bugie di Jasper. La risata di Sophie. L’invito di Luna Elena.

Quando finalmente mi guardai allo specchio, avevo gli occhi gonfi, eppure dentro di me era calato uno strano silenzio.

Se volevano che fossi l’orfana patetica nell’angolo, bene. Stanotte sarei diventata qualcuno che non avrebbero mai riconosciuto.

Stanotte sarei uscita per divertirmi. Mi piazzai davanti all’armadio, con addosso una temerarietà ostinata.

Tirai fuori un vestito nero che avevo comprato mesi prima e che non avevo mai avuto il coraggio di indossare. Mi fasciava ogni curva, lasciando ben poco all’immaginazione. Niente intimo: stanotte chiedeva scelte audaci.

I tacchi a spillo mi allungavano le gambe all’infinito. Un rossetto rosso sangue prese il posto del mio solito lucidalabbra rosa tenue.

La donna nello specchio era una sconosciuta: sicura di sé, pericolosa, nulla a che vedere con la ragazza che aveva pianto per Jasper.

Afferrai la borsa, buttandoci dentro l’essenziale più un preservativo che avevo comprato d’impulso poco prima.

Jasper pensava che fossi al di sotto di lui? Bene. Qualcun altro l’avrebbe pensata diversamente.

Il bar era esattamente come Chloe l’aveva descritto: musica pulsante, luci intermittenti e un mare di corpi stipati che si muovevano a tempo. Mi feci strada tra la folla verso l’area VIP, dove Chloe ci aveva prenotato un tavolo.

Quando raggiunsi la zona delimitata dalle corde e diedi il nome di Chloe alla hostess, lei mi accompagnò a un privé che dominava la pista da ballo.

Ma invece di trovare Chloe ad aspettarmi, nel nostro separé riservato c’era un uomo.

Era di una bellezza devastante: maturo, spalle larghe, impossibile non fissarlo. Dov’era finita Chloe? E chi era quello sconosciuto misterioso che si era preso il nostro tavolo?

Mi avvicinai al divanetto con esitazione, il cuore a martellarmi. «Mi scusi», dissi, cercando di sembrare sicura nonostante i nervi. «Lei è… Chloe l’ha mandato? Sono Lina.»

«Sì.» Gli occhi dell’uomo mi percorsero lentamente, con uno sguardo intenso e dichiaratamente compiaciuto. C’era qualcosa di magnetico nel modo in cui mi guardava, e il battito mi accelerò.

«Chloe non si unirà a noi stasera», disse, con una voce profonda e vellutata. «È… indisposta.»

«Indisposta?» Scivolai nel divanetto di fronte a lui, e nella voce mi si insinuò la confusione. «Che significa? È stata lei a organizzare tutto.»

Lui si appoggiò allo schienale morbido, completamente a suo agio, mentre io mi sentivo sempre più inquieta. «Diciamo che la tua amica ha cambiato programma. Ma non preoccuparti: sarò più che felice di farti compagnia stanotte.»

Il modo in cui lo disse mi fece accelerare il polso, anche se non capivo se fosse eccitazione o allarme. In quell’uomo c’era qualcosa che urlava potere e controllo, e io ne ero stranamente catturata.

«Non so nemmeno come si chiama», dissi, tentando di recuperare un po’ di contegno.

Un sorriso lento gli si allargò sulle labbra. «Adrian», disse semplicemente.

Quel nome mi suonò familiare da qualche parte nella mente, ma scacciai il pensiero. Stanotte non era una notte per pensare.

Fece un cenno alla cameriera, ordinando un whiskey di prima scelta per sé e un altro cocktail per me. Durante la conversazione mi ritrovai a protendermi in avanti, attratta da lui come una falena dalla fiamma. Ogni volta che le nostre dita si sfioravano per caso mentre prendevamo i bicchieri, tra noi scattava una scintilla.

«Chloe ti ha spiegato il… l’accordo, vero?» chiesi, facendo scorrere il dito lungo il bordo del mio bicchiere.

I suoi occhi si fecero più scuri seguendo quel movimento. «Sì. E devo dire che mi ha interessato parecchio.»

Il calore mi salì sulle guance. «Dimmi la verità: come mi trovi?»

Il suo sguardo mi attraversò con una fame senza alcun pudore. «Assolutamente irresistibile.»

Quando la sua gamba premette contro la mia sotto il tavolo, non mi scostai. Quel contatto mi mandò un brivido lungo la schiena, che si raccolse basso nel ventre con un caldo impulso di desiderio.

«E mentirei se dicessi che non voglio portarti a casa con me stanotte.»

«Probabilmente hai una fila di lupe pronte a scoparti», sussurrai, cercando di mantenere almeno un’ombra di controllo. «Non prendermi in giro.»

«Non spreco parole», disse, allungando una mano per sollevarmi il mento e costringermi a guardarlo.

Nei suoi occhi guizzò qualcosa di primordiale. «Fidati, Lina. Tu sei desiderata. Eccome.»

L’intensità del suo sguardo mi mozzò il respiro. Per settimane mi ero sentita indesiderata, scartata. Ma la fame negli occhi di Adrian era inconfondibile.

Sentii la mia fica contrarsi di nuovo, un’altra ondata di bagnato che mi inzuppava le mutandine. Allungai la mano verso il calice di vino e ne bevvi un lungo sorso per nascondere la mia reazione.

«Dovrei andare», riuscii a dire, con una voce imbarazzantemente roca. «Si sta facendo tardi.»

«Ti accompagno a casa io», si offrì.

«Posso chiamare un’auto», protestai debolmente.

«Insisto.» La mano di Adrian si posò sulla curva della mia schiena, appena sopra i fianchi: un tocco che mi mandò una scossa elettrica lungo la spina dorsale. «A meno che tu non preferisca non passare altro tempo in mia compagnia?»

I nostri sguardi si incastrarono in una sfida silenziosa. Sapevo che avrei dovuto andarmene, sapevo che stava succedendo tutto troppo in fretta, ma il calore tra le gambe e il vuoto doloroso nel petto pretendevano soddisfazione.

Cedetti con un lieve cenno del capo.

Sul sedile posteriore dell’auto, la tensione tra noi si fece più pesante a ogni minuto che passava.

La pelle dei sedili scricchiolò quando Adrian si spostò più vicino, la sua coscia potente che premeva con decisione contro la mia. Sentivo il calore che irradiava dal suo corpo, respiravo quella miscela inebriante di colonia e mascolinità cruda.

«Hai paura di me?» chiese, con una voce bassa e pericolosa.

Sostenni il suo sguardo, il cuore a martellarmi nel petto. «No.»

Le sue labbra si incurvarono in un sorriso predatorio. «E allora perché stai seduta così lontano?»

Prima che potessi rispondere, si mosse con la velocità di un Alpha e mi tirò sulle sue ginocchia in un unico gesto fluido. Ansmai quando sentii i piani duri del suo petto contro la mia schiena, la cresta inconfondibile della sua erezione che premeva contro il mio culo. La mia fica pulsò in risposta, inzuppando le mutandine mentre le sue mani mi circondavano la vita.

«Senti cosa mi fai», ringhiò, una mano che scivolava su a coprirmi il seno attraverso il vestito mentre l’altra mi stringeva l’anca, facendomi strusciare contro la sua durezza. «Ti ho appena sfiorata e sono già duro come una roccia.»

La mia fica si contrasse alle sue parole volgari, il bagnato che si raccoglieva tra le cosce. Inarcai la schiena d’istinto, premendomi contro di lui.

«Sento quanto mi vuoi», sussurrai senza fiato.

«Scommetto che sei fradicia anche per me», mormorò, il fiato caldo contro il mio orecchio. «Ti sento da qui. La tua dolce piccola fica che gocciola per me.»

Avrei dovuto offendermi per quella schiettezza, invece sentii un’altra ondata di bagnato tra le gambe. Dio, aveva ragione: ero bagnata in modo imbarazzante, il mio corpo tradiva quanto lo desiderassi disperatamente.

«Il mio hotel è qui vicino», disse, con la voce aspra. «Ma ho bisogno di sentirti dirlo, Lina. È questo che vuoi?»

In risposta lo tirai ancora più vicino, premendo le labbra contro il suo orecchio.

«Sì», sussurrai. «Lo voglio. Voglio te.»

Il resto della notte si sfocò in sensazioni: le lenzuola fresche del letto della sua stanza d’albergo, il calore della sua pelle contro la mia, il modo in cui sussurrava il mio nome come una preghiera. In quelle ore non c’erano dolore, rifiuto, solitudine: solo noi due, a trovare conforto nei corpi l’uno dell’altra.

Con Adrian mi sentivo voluta. Desiderata. Per una notte, bastava.

Il mattino arrivò con una luce dorata che filtrava dalle tende che avevamo dimenticato di chiudere. Mi svegliai lentamente, consapevole di un corpo caldo e solido accanto a me, di un braccio forte posato in modo possessivo intorno alla mia vita.

Per un momento mi concessi di godermelo: quella sensazione di sicurezza, di appartenenza. Il petto di Adrian si alzava e si abbassava nel ritmo regolare del sonno, il viso più morbido nel riposo, tanto da farlo sembrare più giovane, meno severo.

Quando i ricordi della notte precedente mi travolsero, sentii il rossore salirmi sulle guance. Non ero mai stata così sfrenata, così… esigente. Qualcosa in Adrian aveva liberato un lato di me che non sapevo nemmeno di avere.

Come se avesse percepito i miei pensieri, i suoi occhi si aprirono, subito vigili. Niente risvegli graduali per un Alpha, immagino.

«Buongiorno», mormorò, con la voce ruvida di sonno mentre mi tirava più vicino. «Hai dormito bene?»

Annuii, improvvisamente timida nella luce impietosa del giorno. «Benissimo.»

Le sue dita tracciarono disegni pigri sulla mia spalla nuda. «Rimpianti?»

Valutai la domanda con serietà, poi scossi la testa. «No. Ieri notte è stata… esattamente ciò di cui avevo bisogno.»

Lui sorrise, un sorriso autentico che gli trasformò il volto. «Bene.»

Rimanemmo in un silenzio comodo per qualche minuto, finché non trovai il coraggio di fare la domanda che mi rodeva da quando mi ero svegliata.

«Come conosci Chloe?» chiesi, curiosa del loro legame. «Cioè, mi sembri un po’… maturo per il suo solito giro di amici.»

L’espressione di Adrian cambiò; un accenno di qualcosa d’illeggibile gli attraversò i lineamenti prima che sorridesse. «Chloe è mia figlia», disse.

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