Capitolo 3

Punto di vista di Lina

Quelle parole mi colpirono come un secchio d’acqua gelata. Mi immobilizzai, certa di aver capito male.

«Tua… figlia?» ripetei, intontita.

Oh Dio. Ero andata a letto con il padre della mia migliore amica.

Non un padre qualunque: un Alpha. L’Alpha del branco più potente del Nord America.

Il panico montò in me come un’onda di marea quando ne afferrai tutte le implicazioni. Avevo passato la notte con Adrian Storm. Avevo fatto con Adrian Storm cose che mi facevano bruciare la faccia anche solo a pensarci.

«Devo andare via», ansimai, allontanandomi da lui in fretta e rischiando quasi di cadere dal letto. «È stato un errore… un errore enorme.»

Adrian si mise a sedere, il lenzuolo raccolto intorno alla vita, e l’espressione gli si indurì. «Lina, calmati.»

«Calmarmi?» ripetei, la voce che si alzava mentre cercavo freneticamente i vestiti. «Tu sei il padre di Chloe! E non ti è venuto in mente di dirlo prima che noi… prima di…»

«Ho dato per scontato che lo sapessi», disse, fissandomi con quegli occhi penetranti. «Non ti ha detto che ero io quello che doveva incontrarti?»

«Be’, non me l’ha detto!» sbottai, infilandomi il vestito sopra la testa con le mani tremanti. Mi investì una realizzazione agghiacciante: Chloe doveva aver voluto soltanto che suo padre parlasse con me, che mi offrisse conforto dopo la rottura.

Dio, che cosa avevo fatto? Ero andata a letto con il padre della mia migliore amica. La vergogna mi bruciò dentro. Dovevo uscire di lì prima che diventasse ancora più umiliante.

«Devo andarmene», dissi, infilando i piedi nei tacchi. «Non può succedere di nuovo. Mai.»

Adrian si mosse rapido e mi afferrò il braccio prima che raggiungessi la porta. La presa era gentile ma ferma; l’espressione, seria, mentre mi girava per costringermi a guardarlo.

«Lina, aspetta. Ascoltami prima di andartene.»

Incrociai le braccia sul petto. «Che cosa potresti mai dire che renda questa situazione anche solo un po’ meno mortificante?»

«Mi serve una Luna», dichiarò senza giri di parole, gli occhi grigi inchiodati ai miei. «Il Consiglio mi fa pressione da anni perché prenda una compagna, e i branchi confinanti mi stanno spingendo addosso le loro figlie in età da accoppiamento. Li ho tenuti a bada, ma il tempo mi sta finendo.»

Sbatté le palpebre, spiazzata dal brusco cambio di argomento. «E questo che c’entra con me, esattamente?»

«Chloe ha respinto ogni donna che ho preso in considerazione», continuò, passandosi una mano tra i capelli scuri. «È protettiva… testarda da morire, a dire il vero. Però ti adora.»

La comprensione arrivò lentamente. «Quindi che c’è, ieri notte è stata una specie di… colloquio?»

«No.» La sua risposta fu immediata e categorica. «Ieri notte è stato inaspettato… per entrambi, credo. Ma mi ha mostrato qualcosa che mi mancava.» Fece un passo verso di me, abbassando la voce. «Mi serve qualcuno di cui Chloe si fidi, qualcuno che non le farà del male. E tu hai bisogno di protezione da Jasper e dalla sua famiglia.»

Trasalii al nome di Jasper. «Non ho bisogno di essere protetta.»

«Davvero?» L’espressione di Adrian si addolcì appena. «Alpha Victor controlla ancora la registrazione del tuo branco. Se Alpha Victor scoprisse che cosa è successo tra te e Jasper, e se ti facessero pressione per un matrimonio politico? E se fossi costretta a sposare qualche lupo senza scrupoli?»

Lo stomaco mi si attorcigliò. Non aveva torto. Nel frattempo Jasper aveva una vena possessiva che smentiva il suo aspetto affascinante. Anche se aveva scelto Sophie, dubitavo che mi avrebbe lasciata andare tanto facilmente.

«Che cosa stai esattamente suggerendo?» chiesi con cautela.

«Un matrimonio di convenienza.» Il suo sguardo non vacillò. «Diventi la mia Luna, ottenendo la mia protezione e il mio status. Io ottengo una compagna che mia figlia approva già, e la pressione per un’alleanza politica si allenta.»

Mi sfuggì una risata sorpresa, secca, incredula. «Parli sul serio? Ci conosciamo a malapena!»

«Ci conosciamo abbastanza.» La sua voce era ferma, certa. «So che sei leale, gentile e più forte di quanto tu stessa ti riconosca. Tu sai che posso proteggerti e che prendo sul serio i miei doveri.»

«E per quanto riguarda…» feci un gesto vago tra noi, sentendo il calore salirmi alle guance al ricordo della sua bocca sulla mia pelle.

Un accenno di sorriso gli incurvò le labbra. «Quella parte funziona decisamente bene, no?»

Mi voltai, cercando di ragionare con lucidità nonostante il caos nella testa. Una parte di me voleva scappare: era folle, impulsivo, sconsiderato. Ma un’altra parte sussurrava che forse, solo forse, quella proposta assurda era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

«Sarebbe temporaneo,» dissi infine, tornando a guardarlo. «Finché non decideremo entrambi altrimenti.»

L’espressione di Adrian non cambiò, ma qualcosa gli guizzò negli occhi—soddisfazione, forse. «Farò redigere l’accordo oggi stesso. Non succede nulla senza il tuo consenso esplicito, Lina. È una tua scelta.»

Due ore dopo mi ritrovai a fissare un contratto battuto a macchina con ordine impeccabile. Le condizioni erano semplici: un matrimonio di reciproco beneficio, con clausole di scioglimento qualora una delle parti lo desiderasse, obblighi di riservatezza e confini chiari.

La mano mi tremò leggermente mentre firmavo il mio nome; la firma di Adrian, forte e sicura, era già lì accanto allo spazio vuoto dove sarebbe andata la mia.

«Sei sicura?» gli chiesi, con la penna sospesa sul foglio.

I suoi occhi sostennero i miei. «Completamente.»

Con un respiro profondo, firmai.

L’ufficio dell’anagrafe era silenzioso quando arrivammo; c’erano solo poche altre coppie in attesa del proprio turno. La mano di Adrian si posò leggera sulla mia schiena, appena sopra i fianchi, un tocco rassicurante più che possessivo, mentre ci avvicinavamo allo sportello.

«Nome?» chiese l’impiegata, senza quasi alzare lo sguardo dal computer.

«Adrian Storm e Lina Ward,» rispose Adrian, facendo scivolare i nostri documenti sul bancone.

La testa dell’impiegata scattò su, gli occhi che si spalancarono quando riconobbe quel nome. «Alpha Storm! Io—certo, signore, subito.»

Quello che seguì fu un vortice di moduli, domande e firme. Alla fine l’ufficiante disse: «In virtù dei poteri conferitimi dallo Stato, vi dichiaro marito e moglie.»

Il bacio di Adrian fu breve ma tenero; il pollice mi sfiorò la guancia mentre si scostava. Così, semplicemente, ero sposata. Con il padre della mia migliore amica. Con l’Alpha dello Storm Pack.

«Devo andare,» disse Adrian quando uscimmo, con un sincero rammarico nella voce. «Emergenza nel branco—non si può evitare. Te la caverai? Posso far accompagnarti a casa da qualcuno.»

«Starò bene,» lo rassicurai, ancora un po’ stordita. «Vai. Ho bisogno di un po’ di tempo per… metabolizzare, comunque.»

Mi studiò per un istante, come per assicurarsi che stessi davvero bene, poi annuì. «Ti chiamo più tardi.» Mi strinse la mano per un attimo, quindi si voltò e si diresse a passo deciso verso l’auto che lo aspettava.

Rimasi lì, a guardare il suo SUV nero e lucido allontanarsi dal marciapiede. Che cosa avevo appena fatto?

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