Capitolo 4
Punto di vista di Lina
Il telefono vibrò nella borsa; sullo schermo si accese il volto di Chloe. Feci un respiro profondo prima di rispondere.
«Ehi, Chloe.»
«Finalmente!» esclamò, la voce frizzante d’entusiasmo. «Stavo morendo dalla voglia di chiamarti da stamattina! Com’è andata? Papà ti ha aiutata? È riuscito a darti qualche buon consiglio?»
Quell’entusiasmo mi fece torcere lo stomaco dal senso di colpa. Mi avviai verso una panchina lì vicino e mi ci lasciai cadere, mentre all’improvviso mi piombava addosso la stanchezza.
«Perché non me l’hai detto?» chiesi piano, incapace di trattenere una sfumatura d’accusa nella voce. «Perché non mi hai detto che era tuo padre quello con cui mi stavi combinando?»
Ci fu un attimo di silenzio, poi Chloe scoppiò a ridere. «Oh mio Dio, la tua faccia dev’essere stata impagabile! Vorrei tanto averla vista!»
«Non è divertente, Chloe!» sibilai. «Io ho dorm—» Mi interruppi, non pronta a raccontarle quello che era successo tra suo padre e me. Solo il pensiero mi faceva bruciare le guance dall’imbarazzo.
«Ehi, ehi, calmati» mi placò, anche se nella sua voce sentivo ancora divertimento. «Senti, speravo che voi due andaste abbastanza d’accordo da farti prendere in considerazione l’idea di unirti al nostro branco. Sai quanto ho desiderato che vivessimo insieme!»
Aprii la bocca per ribattere, poi la richiusi. L’offerta era allettante, soprattutto considerando la mia situazione attuale.
«E poi» continuò, «dopo quel cretino di Jasper avevi bisogno di sostegno, e al nostro branco servirebbe davvero qualcuno con le tue capacità. È perfetto!»
Mi pizzicai il ponte del naso, sentendo arrivare un mal di testa. «Sei fuori di testa, lo sai?»
«Fuori di testa e geniale» mi corresse allegramente. «Allora che mi dici? Ti unisci a noi?»
«Io… sì, va bene. Mi unirò al branco.»
«Sì!» strillò Chloe. «Finalmente saremo sorelle di branco! Oh, mi aiuti a fare pratica con alcune routine?»
«Certo» accettai, anche se lo stomaco mi si rivoltava dal senso di colpa.
«Perfetto! E non preoccuparti di uscire con qualcuno: ti troverò io una persona fantastica nel branco. Qualcuno che farà crepare Jasper d’invidia!»
Nella mia mente balenò l’immagine di Adrian: i suoi occhi grigi e intensi, il modo in cui le sue mani si erano posate sulla mia pelle, il contratto che avevamo firmato.
Mi si accesero ancora di più le guance per il segreto che stavo tenendo. «Chloe, non è proprio necessario…»
«Sciocchezze! Lascia fare a me!»
Cercai in fretta di cambiare argomento. «Con cosa hai bisogno di fare pratica?»
Lei ridacchiò. «Si avvicina la mia valutazione di addestramento del branco e, se fallisco di nuovo, papà mi mette in punizione fino ai trent’anni. Solo un po’ di addestramento di base. Ti prego? Ci vediamo al campus tra un’ora?»
Nonostante tutto, mi ritrovai a sorridere. «Va bene. Un’ora.»
Tornata nel mio appartamento, mi cambiai con abiti più adatti all’addestramento: leggings scuri, una canotta aderente e i miei stivali robusti.
Fedele alla parola data, Chloe mi stava aspettando al margine del campus, dove confinava con il bosco: il posto perfetto per gli esercizi di base dell’addestramento da licantropi. Il sole del pomeriggio filtrava tra gli alberi, proiettando ombre screziate sulla radura.
«Finalmente!» esclamò, rimbalzando sulle punte con un’energia nervosa. «Mi sto esercitando a seguire gli odori, ma non riesco ancora a distinguere tra tracce simili.»
Annuii, entrando nella modalità da insegnante. «Partiamo dalle basi. Chiudi gli occhi e dimmi che cosa percepisci.»
Lavorammo per circa un’ora, e Chloe migliorò gradualmente nella capacità di riconoscere differenze sottili tra le scie di odore. In realtà era piuttosto brava: solo impaziente.
«Respira tra un odore e l’altro», le dissi, disponendo nella radura vari oggetti dai profumi ben distinti. «Lascia che la tua lupa ne elabori uno prima di passare al successivo.»
Chloe era nel bel mezzo di seguire una traccia che avevo preparato io quando si fermò di colpo, con il naso che fremette. Un sorriso birichino le si allargò sul viso mentre si voltava verso di me.
«Oh, guarda un po’», disse, muovendo le sopracciglia in modo allusivo. «Qualcuno ieri notte si è proprio divertita.»
Mi si scaldò all’istante la faccia. «Chloe!»
«Che c’è? Non è colpa mia se hai dei segni fin troppo evidenti sul collo.» Mi girò intorno, sempre con quel sorriso. «Allora, chi è il fortunato? Dopo cena sei andata in qualche locale per rimorchiare?»
Mi portai una mano al collo, mortificata. «Possiamo, per favore, concentrarci sul tuo addestramento?»
«Assolutamente no!» dichiarò. «Devo sapere tutto! Era bravo?»
Mi slanciai verso di lei per gioco, cercando di tapparle la bocca. «Chloe, ti prego—»
Lei sgusciò via danzando, ridendo.
Venti minuti dopo ci fermammo per riprendere fiato, sedendoci su dei tronchi caduti ai margini del bosco.
«Dovevi vedere la faccia di papà quando ho detto che ti avrei invitata a cena», disse, sogghignando. «Sembrava non riuscisse a capire se essere nervoso o entusiasta.»
Stavo per risponderle quando mi investì un odore familiare—sandalo e agrumi, una combinazione che avevo imparato ad associare al dolore e al tradimento. Mi si chiuse lo stomaco e i muscoli si tesero senza che potessi impedirlo.
«Be’, non è una scena tenera.»
Jasper era a pochi metri da noi, i capelli dorati che catturavano la luce del pomeriggio, il bel volto irrigidito in linee di disapprovazione. Sembrava l’erede potente che era—abiti firmati, postura impeccabile, occhi azzurri e gelidi. Vederlo mi provocò ancora una fitta al petto, ma ormai era più sorda, più rabbia che ferita.
Chloe si irrigidì subito accanto a me, un ringhio basso che le ronzò in gola.
«Che cosa vuoi, Jasper?» chiesi, orgogliosa del fatto che la mia voce non tremasse nonostante l’ansia che mi rimescolava lo stomaco.
Lui si avvicinò, ignorando Chloe del tutto mentre lo sguardo si inchiodava su di me. «Stai evitando le mie chiamate», disse, con un tono a metà tra l’irritazione e la preoccupazione. «Questo piccolo capriccio è durato abbastanza, non credi? È ora di tornare a casa.»
L’arroganza delle sue parole mi attraversò come una vampata—non desiderio, ma pura furia.
«A casa?» ripetei incredula. «Intendi la casa dove stavi organizzando il tuo fidanzamento con Sophie mentre tenevi me al guinzaglio? Quella casa?»
La mascella gli si contrasse. «Stai esagerando. Tengo a te, Lina. Ho sempre tenuto a te. Quello che io e Sophie abbiamo è… politico. Non cambia niente tra noi.»
Ai lati del corpo le mani mi si chiusero a pugno. Com’ero potuta essere così cieca? Com’ero riuscita a sprecare anni ad amare quell’uomo?
«Cambia tutto», dissi piano, alzandomi per affrontarlo. «Ma non importa più. Io sono andata avanti, Jasper. Adesso sono sposata.»
La sua espressione si immobilizzò, poi si oscurò di incredulità. «Sposata? Non dire sciocchezze. Chi mai—»
In quel momento il telefono gli squillò, troncando l’insulto che stava per sputarmi addosso. Jasper guardò lo schermo, si rabbuiò e rispose con un secco: «Che c’è?»
Qualunque cosa dicesse l’interlocutore gli fece impallidire leggermente il viso. Tornò a guardarmi, gli occhi assottigliati in un calcolo rapido, poi borbottò nel telefono: «Arrivo subito.»
«Questa conversazione non è finita», mi avvertì, arretrando. «Ne riparleremo quando sarai più ragionevole.»
Mentre si allontanava a grandi passi, Chloe si voltò verso di me con gli occhi spalancati. «Sposata? E quando pensavi di dirmi questo piccolo dettaglio?»
