Capitolo 6
Punto di vista di Lina
Dopo essere salita in macchina, osservai i palazzi della città cedere gradualmente il posto a pini altissimi e colline ondulate; miglio dopo miglio, il paesaggio mi diventava sempre più familiare.
«Quasi arrivati!» trillò Chloe, dondolando appena sul sedile mentre imboccava una strada privata.
Il cuore mi ebbe un sussulto nel petto quando il riconoscimento mi colpì in pieno. No, non poteva essere…
L’auto superò l’ultima curva e lì, davanti a noi, apparve il mio rifugio d’infanzia: Rose Heaven. L’immenso lodge di montagna, con la facciata in pietra naturale e le ampie finestre che parevano abbracciare la foresta circostante. I miei genitori l’avevano costruito solo per me, un porto sicuro dove la nostra piccola famiglia poteva fuggire dalle pressioni della vita di branco.
Ma dopo che erano stati uccisi da cacciatori con lame d’argento, il mio avido zio si era preso tutto: la nostra casa, il nostro branco, la nostra eredità. Se Alpha Victor e Luna Elena non mi avessero accolta, sarei diventata una Rogue.
«Chloe,» sussurrai, con la voce che tremava, «perché siamo qui?»
Lei si slacciò la cintura e si voltò verso di me, gli occhi scintillanti d’entusiasmo. «Dai, scendi e ti spiego tutto.»
Scesi dall’auto con le gambe instabili, gli occhi che bevevano ogni dettaglio di quel posto che avevo creduto perduto per sempre.
«Papà l’ha ricomprato per te,» annunciò Chloe, quasi saltellando sulle punte. «Tutto Moonstone Lake: il lodge, i terreni intorno, ogni cosa. Adesso è tutto tuo, Lina.»
Mi voltai di scatto verso di lei, certa di aver capito male. «Cosa? No, è impossibile. Questo posto deve valere…»
«Una piccola fortuna? Sì, la vale.» La voce profonda di Adrian arrivò da dietro di me. Mi girai e lo vidi avvicinarsi dal suo SUV, che non mi ero nemmeno accorta fosse arrivato. «Ma vale ogni centesimo, per vedere quella faccia.»
«Adrian, non posso accettarlo,» balbettai, scuotendo la testa con forza. «È troppo. Troppo, davvero.»
Fece un passo più vicino e mi sorprese scompigliandomi piano i capelli; al suo tocco, un calore inatteso mi si riversò addosso. «Consideralo un compenso per essere mia moglie a contratto,» disse, con un tono che d’un tratto si fece serio. «E anche qualcosa che volevo fare per te, Lina. Per favore, accettalo.»
Guardai di nuovo il lodge—l’ultimo dono dei miei genitori—poi l’espressione sincera di Adrian. La vista mi si annebbiò, mentre le lacrime minacciavano di scendere.
Quel posto era l’ultimo vero pezzo dei miei genitori che mi fosse rimasto, l’unica cosa che avevo sognato di riprendermi da quando avevo tredici anni.
Non c’era modo che potessi rifiutare.
«Grazie,» sussurrai, e lo intendevo con ogni frammento spezzato e pieno di speranza che avevo dentro.
In quell’istante mi feci una promessa silenziosa: sarei stata la migliore Luna finta possibile, per lui.
Non meritava niente di meno.
Il telefono di Adrian squillò, spezzando il momento. Guardò lo schermo e aggrottò appena la fronte.
«Devo rispondere,» disse con tono dispiaciuto. «Voi due andate avanti e date un’occhiata in giro. Vi raggiungo tra poco.»
Chloe mi infilò il braccio nel suo, ma parve cogliere il mio stato d’animo. «Anzi, credo di aver dimenticato una cosa in macchina. Perché non vai a esplorare? Dopotutto, è il tuo ritorno a casa.»
Rimasta sola, varcai la porta d’ingresso ed entrai nel lodge. Era tutto mantenuto in modo impeccabile: i pavimenti in legno lucido brillavano, il camino in pietra dominava maestoso il grande salone e le finestre a tutta altezza offrivano ancora una vista mozzafiato sulle montagne.
Poi mi diressi verso il giardino sul retro, con le dita che sfioravano i muri, come se vibrassero di ricordi.
Il giardino era esattamente come lo ricordavo: rose e gigli disposti con meticolosa cura attorno a una piccola fontana di pietra, l’orgoglio e la gioia di mia madre. Chiusi gli occhi, quasi riuscendo a sentirla canticchiare mentre si prendeva cura dei suoi fiori.
«Non è cambiato molto, vero?»
Quella voce.
Aprii gli occhi di scatto, e il gelo mi invase le vene. Sul vialetto del giardino c’era Jasper Lockwood, l’ultima persona al mondo che avessi voglia di vedere.
«Che diavolo ci fai qui?» sbottai, la voce calata di parecchi gradi.
Lo sguardo di Jasper scivolò sul giardino come se avesse tutto il diritto di essere lì. «Sapevo che prima o poi saresti venuta qui», disse piano. «Rose Heaven è sempre stato il tuo sogno più grande dopo la morte dei tuoi genitori. Ho provato a ricomprarlo per te, Lina. Davvero.»
Il petto mi si strinse, ma non per gratitudine. Un tempo, quelle parole avrebbero sfondato ogni difesa. Un tempo, avrei creduto che la sua premura fosse amore.
Adesso sentivo soltanto il calcolo che ci stava sotto.
«Non ho bisogno che tu faccia niente per me», dissi, costringendo la voce a restare calma. «E non voglio che ti presenti così. Qualunque cosa tu creda che ci sia tra noi, è finita da un pezzo.»
Un lampo di dolore gli attraversò il viso, ma sparì così in fretta che per poco non pensai di essermelo immaginato. Al suo posto, la mascella gli si indurì.
«Finita?» ripeté, facendo un passo verso di me. «Perché hai detto che eri sposata?»
Le dita mi si chiusero lungo i fianchi.
«Sono sposata.»
Jasper rise tra sé, ma non c’era alcun divertimento. «L’hai detto per farmi male. Per punirmi. Ti conosco, Lina. Eri arrabbiata, così ti sei inventata la cosa più crudele che ti venisse in mente.»
«Non mi conosci più.»
«Ah no?» La sua voce si fece tagliente. «Allora dimmi chi è.»
Mi immobilizzai.
Gli occhi di Jasper si strinsero davanti al mio silenzio, e qualcosa di brutto gli strisciò nell’espressione. «È quello che pensavo. Non c’è nessun marito. Ci sono solo Alpha Adrian Storm e sua figlia che ti girano intorno come predatori, cercando di portarti via da chi ci tiene davvero a te.»
«Non parlare di Chloe in quel modo.»
«Perché no?» scattò. «Perché ti ha sorriso? Perché ha fatto la parte dell’amica leale mentre suo padre comprava la tua casa d’infanzia e te la metteva in mano come un guinzaglio?» Si avvicinò ancora, la rabbia che ribolliva sotto ogni parola. «Svegliati, Lina. Chloe non ti ha fatto amicizia per bontà.»
Lo stomaco mi si contorse, ma non perché gli credessi. Era la crudeltà con cui trascinava il nome di Chloe nel fango della sua gelosia a farmi bruciare il sangue.
«Non sai niente di lei», dissi.
«So abbastanza. Chloe Storm è una piccola marionetta viziata che fa tutto quello che suo padre le dice di fare. Sorride, lusinga, finge di interessarsi, e tu ci caschi perché sei disperata per una famiglia.»
Quelle parole colpirono troppo vicino a ferite vecchie, e per un secondo terribile non riuscii a respirare.
Jasper lo vide. Scambiò il mio dolore per esitazione e si fece sotto.
Prima che potessi indietreggiare, la sua mano si chiuse attorno al mio braccio. Mi spinse contro il muro di pietra accanto all’arco del giardino: non abbastanza forte da farmi male, ma abbastanza da intrappolarmi. Le pietre fredde mi premevano sulla schiena e il polso mi schizzò in alto mentre il suo corpo chiudeva ogni via di fuga.
«Lasciami andare», dissi, la voce bassa e tremante.
«Non finché non mi rispondi.» La presa si strinse. «Se sei davvero sposata, allora con chi? Dimmi il suo nome, Lina. Dimmelo in faccia.»
