Capitolo 4 POSSO SODDISFARTI
Punto di vista di Sebastian
La luna era salita alta nel cielo, piena e luminosa, e l’energia nel cortile era cambiata. La gente aveva cominciato a preferire le ombre, come me, ma per una ragione diversa.
Per trasformarsi.
La Caccia era la parte della Cerimonia della Luna in cui il branco correva nel bosco, inseguendo la selvaggina al chiaro di luna per riportarla come offerta all’Alpha. Era considerato il momento migliore per farlo, quando la Dea Selene era più vigile.
Un’altra tradizione che Ragnar aveva mantenuto viva e che il branco accettava, perché non teneva per sé ciò che gli veniva offerto. Se avevi fame, alla casa del branco ti davano da mangiare. Io lo sapevo bene.
La gente cominciò a togliersi i vestiti per prepararsi alla trasformazione. Io rimasi dov’ero, appoggiato a un albero mentre la folla si diradava.
I tamburi tacquero e cominciarono i ringhi, con un’eccitazione nell’aria che riuscivo a sentire sulla pelle. Anche Alisander la sentiva.
Ragnar era davanti a tutti, già in trasformazione. Il suo lupo era enorme, alto almeno un metro e ottanta, con il pelo nero e lucido e occhi azzurri luminosi. Lo osservai, con la bocca asciutta, mentre gettava indietro la testa e lasciava partire un ululato che mi fece fremere la pelle. Gli altri lupi si unirono a lui e i loro ululati riecheggiarono nella notte.
Feci un passo avanti senza rendermene conto, per vederlo meglio. Sapevo di essere ossessionato da lui, ma quella sera sentivo verso di lui un richiamo fisico che non sapevo spiegare.
Prima che potessi soffermarmi su quella sensazione, qualcuno mi spinse passando e per poco non mi fece cadere. «Spostati, Omega!» ringhiò una voce.
Barcollai, riuscendo a riprendermi mentre qualcun altro mi sfrecciava accanto: un lupo dal pelo marrone. La caccia era cominciata e i lupi si precipitavano nel bosco, con le zampe che martellavano il terreno.
«Fantastico», borbottai, arretrando per evitare di essere calpestato. Il mio lupo era piccolo, appena la metà degli altri, e più debole. Non c’era alcuna possibilità che riuscissi a stare al loro passo, e di certo non avevo intenzione di umiliarmi provandoci.
Alisander guaì nella mia testa, ma non insistette.
Mi lasciai scivolare a sedere ai piedi dell’albero, stringendomi le ginocchia al petto. Il bosco era vivo di ululati e dei suoni della caccia, ma io mi sentivo più solo che mai.
Rimasi lì, a fissare la luna, finché i membri del branco non cominciarono a tornare alla spicciolata. L’aria si riempì di risate e chiacchiere mentre, tornati in forma umana, recuperavano i vestiti e si dirigevano verso i tavoli per mangiare. Passai in rassegna la folla in cerca di Ragnar, ma non c’era traccia di lui. Mi si chiuse lo stomaco.
Mi alzai in piedi, spolverando la terra dalla mia camicia nuova. Se lui si era ritirato per la notte, allora l’avrei fatto anch’io.
Stavo decidendo che cosa portarmi via da mangiare quando qualcosa mi strattonò di nuovo, più forte stavolta. Non era una trazione fisica, ma qualcosa di più profondo, come una corda annodata attorno alle viscere che mi tirava in avanti. Mi immobilizzai, col cuore che galoppava.
«Che diavolo è?» dissi.
Alisander faceva il matto nella mia testa, guaendo per l’eccitazione.
Curiosa, mi misi in ascolto. I miei piedi si mossero da soli, portandomi via dal cortile e verso la casa del branco mentre quel richiamo si faceva più forte. Mi trascinò attraverso i corridoi, su per una scala, oltre persone in vari stati di svestizione, finché non mi fermai davanti a una porta.
Era socchiusa, uno spiraglio che mi permetteva di vedere la stanza. E nel momento stesso in cui capii cosa stavo guardando, il mio corpo si irrigidì. «Porca puttana!» urlai, riuscendo a stento a tenerlo dentro la mia testa.
Dentro, seduto su un letto enorme, c’era Alpha Ragnar, come non l’avevo mai visto prima. Quell’immagine mi si incise all’istante nella mente e la bocca mi si riempì di saliva. Deglutii, senza riuscire a sbattere le palpebre mentre lo fissavo.
Era nudo.
Ed era impressionante in tutto e per tutto come avevo fantasticato che fosse, anche quando pensavo che fosse irrealistico. La sua pelle abbronzata si tendeva su muscoli duri, e non avevo mai desiderato così tanto far scorrere la lingua su qualcosa.
Il mio respiro si fece più rapido mentre lo guardavo, sentendomi come se stessi invadendo la sua intimità ma sapendo che neppure gli dei in persona avrebbero potuto strapparmi da quella scena.
Si stava dando piacere da solo.
Aveva la testa reclinata all’indietro, il pomo d’Adamo che sobbalzava mentre una mano si muoveva pigramente. Mi sarei ricordata a lungo dei suoni che gli uscivano dalla gola, rumori bassi e rochi che mi accendevano il cervello.
In mezzo alla nebbia che mi offuscava la mente mentre guardavo, rapita, Alisander stava impazzendo nella mia testa.
Rimasi immobile sulla soglia, il cuore che martellava così forte che pensai potesse scoppiarmi fuori dal petto. Ma poi passò un minuto, poi due, e qualcosa cambiò.
Ragnar divenne quasi… frustrato.
Era ancora duro, ma aveva cominciato a tormentarsi le labbra, con le spalle tese. Chinò la testa per guardare il grosso spessore che stringeva in mano, gli occhi socchiusi, il respiro pesante, e poi dalle sue labbra uscì una bassa imprecazione. «Cazzo.»
Qualcosa non andava.
E Alisander stava praticamente dando di matto nella mia testa. Feci inconsciamente un passo avanti, ma mi bloccai in tempo.
Che diavolo stavo facendo?
Stavo invadendo il momento privato del mio Alpha. Non avrei dovuto essere lì e avevo già una fortuna sfacciata che non mi avesse ancora scoperta. Non sarebbe mai stato abbastanza, ma quello che avevo ottenuto quella sera era uno spettacolo che mi sarebbe bastato per settimane. Dovevo andarmene.
Un’altra imprecazione sfuggì alle labbra di Ragnar, ancora stretta tra i denti. Vidi le sue sopracciglia abbassarsi e il ritmo accelerare, ma ancora non si rilassava.
Davvero dovevo andarmene. Subito. Dovevo voltarmi e tornare a casa. Se fossi stata veloce, avrei potuto toccarmi nello stesso momento in cui lo stava facendo lui.
Il pensiero era così eccitante che quasi mi fece scattare in una corsa.
Ma la possibilità, per quanto minima, che il mio io avido potesse ottenere ancora di più, mi fece inspirare a fondo. Ad Alisander non dispiaceva; anzi, anche lui voleva che andassi avanti.
Così spinsi piano la porta ed entrai nella stanza.
