Capitolo 3

(Il punto di vista di Kaeleigh)

Un paio d’ore dopo, mi ero fatta la doccia e mi ero vestita per la serata. Al bar non c’era una divisa, bastava vestirsi di nero, così avevo indossato i miei immancabili jeans neri attillati e un top nero smanicato e scollato. Stavo giusto finendo di truccarmi leggermente quando la porta della mia camera si aprì e Tatum entrò. Quella ragazza di ventun anni, con i suoi lunghi capelli biondi e la sua corporatura minuta, era uno schianto. Si lasciò cadere sul mio letto e si mise a guardarmi. La sbirciai nello specchio e aggrottai la fronte.

«Grazie per aver bussato» dissi.

Lei sogghignò e mi fece l’occhiolino. «Prego.»

Alzai gli occhi al cielo. Tatum poteva sembrare dolce e innocente, di quelle che non farebbero male a una mosca, ma in realtà aveva una vena maliziosa lunga un chilometro.

«Avevo pensato di farti compagnia stasera» disse, e io squadrai il suo vestito nero attillato che lasciava ben poco all’immaginazione. Scossi la testa.

«No» dissi, e lei roteò gli occhi.

Era un balletto che mettevamo in scena regolarmente. Lei cercava di convincermi a portarla al bar e io mi rifiutavo categoricamente. Era un locale pieno di creature soprannaturali a cui non importava nulla della vita umana, perciò qualsiasi essere umano doveva essere accompagnato. Tatum aveva provato a farsi portare lì da quando avevo iniziato a lavorarci e, anche se Ezra non si fosse opposto con un netto rifiuto, non l’avrei comunque portata con me.

«Dai» supplicò. «Radium è così noiosa adesso. Gli umani sono noiosi.»

«Tu sei umana» le feci notare, e lei mi lanciò un’occhiataccia.

«Tecnicamente, sono mezza licantropo» mise il broncio.

Risi. «Metà dormiente, e la risposta è sempre no.»

Tatum mi fece la linguaccia e io risi di nuovo. Mi passai la spazzola tra i capelli rosso chiaro e li raccolsi in una coda alta. Afferrai la borsa dalla sedia e mi voltai verso di lei.

«Ti voglio bene, ma la tua sicurezza è una mia preoccupazione» dissi, e lei rimise il broncio.

«Se solo sapessi. So badare a me stessa» affermò con aria di sfida.

«E cosa vorresti dire con questo?»

Ci voltammo entrambe verso la voce sulla soglia e vedemmo Elaina che osservava attentamente sua figlia. Tatum sospirò.

«Niente» disse, e uscì fulminea superando Elaina.

Elaina scosse la testa mentre guardava Tatum entrare nella sua stanza e sbattere la porta. Poi si girò e mi sorrise.

«Ezra sta andando all’aeroporto e vorrebbe sapere se ti serve un passaggio» mi disse.

Scossi la testa. «Grazie, ma preferisco farmela a piedi. Altrimenti arriverei troppo presto» risposi con un sorriso, che lei ricambiò.

«D’accordo, e sta’ attenta anche tu» disse. «Forza da licantropo o no, mi preoccupo comunque per te.»

Andai ad abbracciarla. «Grazie, Elaina» dissi. «Prometto che starò attenta.»

Per arrivare al bar ci volevano venti minuti a piedi attraverso la città. Faceva ancora caldo, quindi la passeggiata fu piuttosto piacevole. Mi misi la borsa in spalla, infilai gli auricolari e mi incamminai con la musica a tutto volume nelle orecchie. Non ci misi molto a raggiungere la porta sul retro del locale, digitai il codice sul tastierino di sicurezza ed entrai. Il bar era già aperto e ragionevolmente affollato. Nello spogliatoio mi tolsi la borsa e mi diressi verso la sala principale.

«Ah, Kaeleigh!» mi chiamò Bobby, il vampiro di duecento anni proprietario del bar, non appena entrai. «Che visione incantevole sei oggi.»

«Grazie, Bobby» risposi con un sorriso e mi misi subito al lavoro. Bobby mi piaceva molto. Era un buon capo. Severo ma giusto, e sopportava il mio caratteraccio molto più di quanto ci si potesse aspettare.

Cominciai a servire i clienti, dando un’occhiata in giro per la sala. Non era un posto enorme. Abbastanza grande da ospitare una pista da ballo, la postazione del DJ e parecchi posti a sedere, ma non così grande da impedirmi di controllare chi ci fosse. In quel momento, c’era un gruppo di fate della corte Unseelie e una manciata di licantropi solitari. Era troppo presto per i vampiri, che arrivavano più tardi nella notte. C’erano però un sacco di streghe. Un cliente attirò subito la mia attenzione, e lo guardai di sottecchi mentre servivo una strega. Era seduto in fondo al bancone e, a un osservatore casuale, sarebbe sembrato indifferente a tutto. Io, però, capivo che stava tenendo d’occhio con grande attenzione tutto ciò che accadeva intorno a lui.

Capii anche che era un lupo mannaro Alfa. E la cosa mi preoccupò. Non l'avevo mai visto prima nel bar e questo non mi piaceva per niente, specialmente con Ezra in stato di massima allerta. Non era insolito che i lupi di un branco entrassero nel locale, ma gli Alfa si facevano vedere di rado, il che per me andava benissimo. Non mi piacevano gli Alfa, a parte Ezra, ovviamente. Erano spesso territoriali e autoritari. Avevo avuto la mia buona dose di Alfa senza compagna che decidevano che, in quanto lupa solitaria, sarei stata una compagna adeguata per loro, e non ne avevo la minima intenzione. L'idea di vivere in un branco strutturato, con tutte le loro regole e cazzate varie, non faceva per questa lupa. Ero felice di essere una solitaria, nonostante la reputazione che avevamo, ed ero felice della libertà che ne derivava.

L'Alfa si accorse che lo stavo guardando, sorrise e sollevò il bicchiere. Mi sforzai di sorridere a mia volta e andai da lui.

«Un altro?» chiesi, indicando il suo bicchiere vuoto. Lui sorrise e annuì.

«Sarebbe fantastico, grazie» disse, con una voce affascinante quanto il suo sorriso. Un'annusata veloce mi rivelò che aveva bevuto un whisky e cola, così presi un bicchiere pulito e iniziai a versargli da bere.

«Sei una solitaria?» domandò. Annuii in risposta, sapendo benissimo che poteva capire che non ero affiliata a nessun branco. Primo, non avresti mai trovato un lupo di branco a lavorare in un bar come questo. Secondo, un lupo mannaro poteva riconoscere a quale branco apparteneva un altro dal suo odore. Un licantropo porta con sé due odori: il proprio e quello legato al suo branco, come una replica o un'estensione dell'Alfa di quel branco. Dato che tecnicamente non facevo parte di nessun branco, avevo solo il mio odore. Spesso era per questo che i lupi mannari mi trovavano attraente, perché l'odore di un altro branco non copriva il mio. Non odoravo di un altro Alfa.

«Giri con altri lupi mannari?» chiese l'Alfa, e io lo guardai socchiudendo gli occhi con sospetto. Lui inarcò un sopracciglio alla mia reazione e il suo sorriso si allargò.

«Chiedevo solo perché stavo cercando un mio vecchio amico. Ho sentito dire che è in zona» disse con disinvoltura.

«Un vecchio amico?» chiesi. «Di dove? Della scuola? Non sembri abbastanza grande da avere un vecchio amico». In quanto lupi mannari, invecchiavamo più lentamente degli umani. Non vivevamo molto più a lungo, forse una cinquantina d'anni al massimo, ma passavamo gran parte della nostra vita dimostrandone meno di quelli che avevamo.

«Sono abbastanza grande» disse facendomi l'occhiolino, «ma apprezzo il complimento». Mi porse i soldi per il drink e li battei sulla cassa.

«Allora, potresti conoscerlo?» domandò quando gli diedi il resto.

«Conoscere chi?» chiesi. Ammetto che stavo facendo la finta tonta, ma non avevo intenzione di dare alcuna informazione.

«Il mio amico. Si dice che abbia un branco di solitari». Gli sorrisi di rimando e scossi la testa.

«Mi dispiace» dissi. «Sono solo io, da sola». Toccò a lui socchiudere gli occhi, e capii che non mi credeva. Mi aspettavo che mi desse della bugiarda, ma poi sorrise di nuovo e i suoi occhi color nocciola brillarono.

«Beh, è un vero peccato che una così bella ragazza sia tutta sola» disse, e io alzai gli occhi al cielo. Ecco, questo era più simile a ciò a cui ero abituata.

«Me la cavo benissimo, grazie» risposi.

L'Alfa sembrava sul punto di dire qualcos'altro, quando un gran baccano proveniente dalla porta attirò la nostra attenzione.

Capitolo precedente
Capitolo successivo