Capitolo 5
(Il punto di vista di Kaeleigh)
Mi stavo dando l’ultimo tocco di trucco allo specchio, mentre Tatum era seduta sul mio letto a guardarmi. Le lanciai un’occhiata e aggrottai la fronte.
«Non hai niente di meglio da fare?» le chiesi, e lei sorrise.
«No» rispose. «Allora, quando ce lo fai conoscere questo tipo?» domandò, muovendo le sopracciglia su e giù.
«Perché mai dovreste conoscerlo?» replicai. «Te l’ho detto, non è niente di serio. E lo è ancora meno ora che ci trasferiremo molto presto.» Tatum fece una smorfia. Odiava i traslochi più di tutti noi.
«Non me ne parlare. Vorrei solo mettere radici da qualche parte, sai com’è» disse con un’espressione triste. «Spero solo che papà trovi un posto con un giardino, stavolta. Le mie piante stanno morendo su quel balcone.» Tatum aveva un gran pollice verde, fin da quando eravamo piccole. Riempiva l’appartamento di piante, e se ne prendeva cura una per una.
«Tengo le dita incrociate» le dissi, e lei sorrise.
«Tornando al tuo bel Beta…» riprese, facendomi sbuffare. «Pensi che stavolta te lo chiederà?» domandò, e io feci una smorfia.
«Spero proprio di no, cavolo» risposi. Anche se negli ultimi mesi avevo passato del tempo con Jensen, ero ben consapevole che sembrava essere cambiato. Era diventato più esigente riguardo al mio tempo e più rapido a difendermi quando quella sua amica stronza iniziava con le sue frecciatine.
«Ha detto che voleva parlarmi di una cosa importante» aggiunsi, accigliata. Tatum arricciò il naso.
«Già, non sembra molto divertente.» Poi si rallegrò di colpo. «E se invece te lo chiedesse e così potessi mettere radici anche tu?» Scossi la testa. Avevo la forte sensazione che Jensen volesse qualcosa di più del nostro accordo, e in passato aveva già accennato al fatto che mi unissi al branco della Luna Oscura. Io, ovviamente, non avevo alcuna intenzione di farlo.
Odiavo i branchi e le loro gerarchie, e non volevo averci assolutamente nulla a che fare. Sebbene ci considerassimo ancora il branco del Cerchio Scarlatto, il nostro era morto da tempo. Potevi essere il branco più grande del mondo, ma se non avevi un tuo territorio, allora eri un branco di randagi, e i randagi erano considerati meno del rango omega in un branco consolidato. Lo stereotipo sui randagi è che siamo tutti solitari, ladri, assassini e traditori. Non era vero. Alcuni lo erano, ma altri, come noi, semplicemente non volevano essere governati da un piccolo gruppo di persone che sembrava ereditare il proprio rango invece di guadagnarselo.
Sospirai. Sapevo che quella conversazione con Jensen era imminente e che, quando l'avesse tirata fuori, be', avrei dovuto chiudere definitivamente con lui. Speravo solo che succedesse dopo che Ezra ci avesse trovato un posto nuovo. O almeno, era quello che speravo adesso. Dirgli che stavo per andarmene sarebbe stato molto meglio che rifiutarlo apertamente. Ma, per la legge di Murphy, avrebbe voluto avere quella conversazione proprio oggi. Fui a un passo dal dargli buca, ma sapevo che a quel punto avrebbe provato a venire a cercarmi a casa, e quello non poteva assolutamente succedere.
Guardai Tatum e le feci un debole sorriso.
«Oh, non ti preoccupare» disse lei, saltando in piedi per darmi un abbraccio. «Voglio dire, qual è la cosa peggiore che possa capitare, no?» La strinsi a mia volta, e supposi che avesse ragione. Erano settimane che mi preparavo mentalmente a quel momento. E mentirei se dicessi che non mi importava di Jensen, ma dovevo mantenere le distanze. Era meglio per tutti.
Qualcuno bussò alla porta della mia camera e, voltandomi, vidi Luke in piedi sulla soglia. Luke era tanto imponente quanto Tatum era minuta. Che fossero gemelli era pazzesco.
«Ehi» disse Luke con un sorriso. «Sto andando in piscina a fare qualche vasca. Vuoi un passaggio dai tuoi amici?»
Ricambiai il sorriso.
«Sarebbe fantastico, grazie» risposi, prendendo la borsa dalla scrivania.
«Non fare niente che non farei io» mi gridò dietro Tatum.
«Sì, come se questo escludesse chissà cosa» disse Luke, ridendo.
«Ehi!» esclamò Tatum dalla mia stanza, e lui rise ancora più forte.
Io e Luke scendemmo al parcheggio sotterraneo. Avevo la mia macchina, ma la usavo di rado, dato che non andavo quasi mai in posti che non fossero raggiungibili a piedi. Luke, invece, doveva guidare un po’ più lontano per trovare una piscina decente. Saltai sul sedile del passeggero della sua auto e allacciai la cintura. Luke si mise al posto di guida e cominciò a imprecare a bassa voce mentre cercava di sistemare il sedile. Divideva la macchina con Tatum e bisticciavano di continuo perché si spostavano a vicenda i sedili e altre cose. Avevano supplicato i loro genitori per avere un’auto ciascuno, ma l'unica risposta era stata di trovarsi un lavoro e guadagnarsi i soldi per comprarla. Era solo per questo che io avevo la mia macchina: perché me l'ero comprata. Una volta sistemato, Luke mise finalmente in moto e uscì dal garage.
«Cosa ne pensi di trasferirci di nuovo?» mi chiese mentre saliva la rampa. Feci spallucce e mi voltai a guardarlo. Dalla sua espressione capii che non ne era molto felice.
«A me non cambia molto, ci sono un sacco di bar in giro» dissi. «Ma immagino che tu non ne sia così contento, vero?»
Luke mi lanciò un'occhiata e sospirò.
«Sono solo stanco, Kae. Non so se sono davvero felice o no. Ma non abbiamo una casa da quando avevo due anni. Ricordo a malapena il vecchio posto, solo qualche immagine sfocata. Però ho paura di farmi degli amici, soprattutto se poi mi verranno strappati via dopo un anno.»
Annuii. Capivo cosa voleva dire. Era difficile creare legami. Pensai a Jensen e a cosa significasse per me. Mi sarebbe davvero dispiaciuto lasciarmelo alle spalle? Credo di sì.
Rimanemmo in silenzio per qualche minuto, mentre Luke si faceva strada tra le vie verso l'appartamento di Jensen. Mi ci aveva già accompagnata più di una volta, quindi conosceva bene la strada. Svoltò in una via laterale lì vicino e parcheggiò.
«Hai bisogno che ti venga a prendere più tardi?» mi chiese.
Sorrisi e scossi la testa.
«No, non ti preoccupare» dissi. «Posso tornare a piedi, se serve.»
Luke annuì. Si comportava da fratello maggiore nonostante avesse tre anni meno di me, ma lo adoravo per questo. Mi allungai e lo abbracciai.
«Vai a nuotare, pesciolino» dissi, e lui sorrise a quel vecchio soprannome. Era sempre stato attratto dal nuoto e, a un certo punto, non c'era verso di tirarlo fuori dalla piscina.
«Adesso preferisco vedermi più come uno squalo» disse gonfiando il petto, e io risi.
«Sì, ma "pesciolino" è più carino» replicai, e lui sbuffò.
«Risparmiami i tuoi insulti, donna» disse, e io risi di nuovo. Mi slacciai la cintura e saltai giù dalla macchina, chiudendo la portiera. Lo salutai con la mano mentre si allontanava e aspettai che sparisse dalla vista prima di girare l'angolo e dirigermi verso l'ingresso del palazzo di Jensen.
