Capitolo 6
La porta si stava già aprendo mentre mi avvicinavo e vidi Jensen fare capolino. Sorrise quando mi vide, e non potei fare a meno di ricambiare.
«Ehi, principessa» disse, scendendo di corsa le scale e dandomi un bacio sulla guancia. «Sono contento che tu sia venuta. Ero sicuro che mi avresti dato buca».
«Ho detto che sarei venuta, no?» risposi con un sorriso, anche se meno di un’ora prima stavo seriamente valutando se presentarmi o meno. Jensen mi prese la mano e mi guidò su per le scale, nell'edificio principale. Sapevo che sarebbe stato quasi vuoto, dato che era di proprietà del branco, ma ero comunque diffidente all'idea che ci fossero altri membri mentre c'ero anch'io.
Jensen mi condusse all'appartamento all'ultimo piano che, ovviamente, era il più grande e occupava l'intero livello. Il palazzo era un vecchio edificio vittoriano, ma l'interno era stato ristrutturato in stile moderno: era tutto fresco e di un bianco brillante. Lasciai la borsa vicino alla porta e mi diressi verso il salotto, mentre Jensen andava in cucina. La prima cosa che notai furono i due calici e la bottiglia di Sauvignon Blanc che si stava raffreddando in un secchiello del ghiaccio sul tavolino. Inarcai le sopracciglia verso Jensen, che rientrò nella stanza con un piatto di pizzette al formaggio.
«Il mio vino preferito e i miei stuzzichini preferiti?» domandai, e lui sorrise.
«Diciamo che ormai penso di conoscerti piuttosto bene» disse, facendomi l'occhiolino. Posò il piatto sul tavolo e si sedette accanto a me sul divano.
«Kae, volevo parlarti di una cosa importante» disse, prendendomi la mano. Oh, merda. Ci siamo. Be', tanto valeva togliersi il dente e porre fine alla sofferenza di entrambi.
«Stiamo insieme da un po', ormai» cominciò.
«Be', siamo amici» lo corressi, e lui si accigliò.
«Credo che entrambi sappiamo di essere più che amici» disse, e la sua voce perse un po' di quel tono affascinante. Il mese prima mi aveva chiesto di diventare la sua ragazza. Avevo cercato di essere gentile dicendogli che preferivo mantenere le cose sul vago, ma se l'era presa comunque e non si era fatto vedere per una settimana.
«Jensen, ti prego» dissi, avvicinandomi a lui. Se fossi riuscita a distrarlo abbastanza da fargli dimenticare l'argomento, avremmo potuto passare una bella serata. Mi chinai e iniziai a lasciargli dei piccoli baci sul collo. Lo sentii reagire mentre premevo il mio corpo contro il suo. Ma poi lui emise un gemito.
«No, Kae» disse, spingendomi via. «Devo togliermi questo peso dal petto». Sospirai vedendo lo sguardo determinato nei suoi occhi. Non c'era modo di evitarlo.
«Va bene» dissi. «Sputa il rospo». Si accigliò di nuovo per il mio tono, ma poi scosse la testa.
«Voglio chiedere all'Alfa Daniel il permesso di farti unire al branco» disse. Eccola lì. Sapevo che sarebbe successo, ma non pensavo che vedere l'entusiasmo nel suo sguardo sarebbe stato così difficile. Sospirai di nuovo. Non volevo davvero farlo. Ma sapevo di doverlo fare, perché non c'era la minima possibilità che mi unissi ai Dark Moon, o a qualsiasi altro branco.
«No» dissi con tono deciso. Jensen si accigliò di nuovo e sbuffò.
«Che vuol dire, no?» chiese con tono esigente. Mi alzai in piedi, sfilando la mano dalla sua.
«Sai benissimo cosa intendo, Jensen» dissi. «Lo sai che non mi piacciono i branchi e tutte le stupide regole che avete.»
«Quali stupide regole?» Vedevo che si stava irritando.
«Oh, che ne dici del fatto che dovresti fare una petizione perché io mi unisca, tanto per cominciare?» sbottai. «O la mia preferita: se anche tu la presentassi e il tuo onnipotente Alfa permettesse a una reietta di contaminare il suo branco, cosa succederebbe?» Sapeva a cosa mi riferivo, ma rimase lì impalato a guardarmi torvo.
«Già, esatto, Jensen. Sarei una misera Omega, e so bene cosa pensate voi dei branchi degli Omega. Credete che esistano solo per pulirvi i cessi e tutta l'altra vostra merda» urlai. «Beh, no, grazie. Non ho alcuna intenzione di essere la serva tua o di chiunque altro.» Sentivo la rabbia montarmi dentro, e lo odiavo.
«Beh, è sempre meglio che essere una reietta» sbottò lui, e a me cascò la mascella. Lo fissai, incapace di credere a ciò che aveva appena detto. Mi voltai e uscii dalla stanza, dirigendomi verso la porta prima di scoppiare a piangere.
«Ehi, dove vai?» mi chiamò, inseguendomi nel corridoio. Mi si parò davanti, bloccandomi l'uscita.
«Fammi passare, Jen» sbottai. «Non vorrò mica abbassarti al livello di una sporca reietta standoti vicino, no?»
«Kae» disse lui con voce supplichevole. «Ti prego, scusami. Non lo pensavo davvero.»
«No, Jensen» dissi. «Il problema è proprio questo. Lo pensavi. Voi tutti pensate queste stronzate sui reietti e ci fate di tutta l'erba un fascio, ma non sapete nemmeno perché lo siamo. Perché non ci uniamo semplicemente a un branco? O perché ci aggrappiamo ai resti del nostro vecchio branco, anche se non esiste più?» Lo spinsi, con le lacrime che mi rigavano il viso.
«Pensate solo che siamo tutti ladri e assassini, feccia da calpestare.» Scaraventai di nuovo la borsa a terra. «Non capite neanche che il mio rango di Gamma è l'unico legame che mi resta con i miei genitori, o che il branco del Cerchio Scarlatto è l'unico a cui sia mai voluta appartenere, perché era quello dove si trovava tutta la mia famiglia.» Jensen assunse un'espressione strana quando menzionai il nome del mio vecchio branco e per un breve istante temetti di aver parlato troppo. Ma poi mi dissi che non importava. Ce ne saremmo andati da lì a breve.
«Tu vieni dal branco del Cerchio Scarlatto?» domandò, sgranando gli occhi. Io feci un passo indietro per allontanarmi.
«Lo conosci?» chiesi, e lui annuì.
«Sì, certo, avevo quasi dieci anni quando…» si interruppe, e io annuii a mia volta, sapendo cosa non voleva dire.
«Ma avevo sentito dire che non era sopravvissuto nessuno» disse lui. Abbassai la testa e diedi un calcio a vuoto.
«Era quello il piano» dissi. «Volevamo che chiunque ci avesse fatto quello che ci ha fatto pensasse di aver vinto.» Sospirai, alzai lo sguardo verso di lui e feci spallucce.
«Ma immagino non importi, perché non ha funzionato.» Inclinò la testa di lato, con una domanda inespressa negli occhi.
«Ci stanno ancora cercando. È per questo che ci spostiamo così tanto. Qualunque cosa vogliano quei bastardi, a quanto pare ce l'abbiamo ancora e continuano a darci la caccia per averla.» Lo guardai dritto negli occhi. Immaginai che fosse il momento migliore per dirglielo.
«Ecco perché probabilmente ce ne andremo tra un paio di giorni.»
