Capitolo 4
Il punto di vista di Lisa
Sbattei le palpebre. "Mi hanno appena presa a frustate. Forse ci sono ancora pezzi della mia anima sparsi sul pavimento laggiù."
"Hai ancora le gambe."
"A malapena."
"Il cuore ti batte ancora."
"A malapena."
"Respiri ancora."
Gemetti. "A malapena anche questo."
Si chinò, dandomi un leggero schiaffetto sulla coscia. "Allora sei ancora viva. E finché respirerai, andremo a ricordare a quella feccia di Alpha cosa si è perso, perciò... discoteca, arriviamo!" urlò a squarciagola, alzando le braccia al cielo.
"Ma mi stai almeno ascoltando?" chiesi, alzandomi in piedi mentre lei si tappava le orecchie in modo teatrale.
La fulminai con lo sguardo. "Quindi la discoteca è il posto in cui si va a festeggiare per essere state rifiutate e prese a frustate come un animale addestrato male?"
"No. È il posto in cui vai per metterti il vestito più attillato mai cucito da una dea ubriaca, muovere il culo a ritmo di canzoni che non conosci e ricordare a te stessa che sei Lisa. Non un caso umano da compatire."
Incrociai le braccia. "Non ho niente da mettermi."
"Ci penso io."
Assottigliai lo sguardo. "Non azzardarti a darmi quello rosso."
Sorrise a trentadue denti. "Oh, ti darò esattamente quello rosso."
"Fiona!" urlai, coprendomi le tette mentre lei scoppiava a ridere.
"Lisa!" mi fece eco urlando il mio nome e lanciandomi il vestito.
Ci sfidammo con lo sguardo; la tensione era palpabile, mancava solo una musica drammatica in sottofondo.
Trenta minuti dopo...
Ero in piedi davanti al suo specchio crepato, cercando di non morire di vergogna.
Il vestito rosso... non era un vestito. Era un filo che si spacciava per stoffa. Le mie tette sembravano sul punto di lanciarsi fuori da un momento all'altro, le mie cosce imploravano libertà e il retro? Inesistente.
"Se ti pieghi in avanti, chiameranno un'ambulanza," commentò Fiona, ridacchiando alle mie spalle.
"Ma chi l'ha creato? Dei demoni della lingerie?" chiesi, cercando di coprirmi.
"Sei uno schianto," commentò, mentre io scuotevo la testa in disaccordo.
"Sembro un'esca per arrapati," borbottai.
"È proprio questo il punto," disse, spingendomi via.
Alzai gli occhi al cielo e mi legai i capelli in una coda alta. "Ti odio."
"Mi ringrazierai quando si gireranno tutti a guardarti."
"Spero solo che nessuna di quelle teste appartenga a Bryan."
"Allora avrai l'onore di guardare il rimpianto divorarlo dall'interno."
La discoteca era un tripudio di rumore, sudore e feromoni a fior di pelle. Odorava di alcol, pessime decisioni e muschio di lupo. Esattamente la mia idea di inferno.
Ci facemmo largo a fatica tra la folla, trovammo un divanetto vicino alla postazione del DJ e ordinammo degli shot di cui non sapevamo pronunciare il nome.
"Bevilo!" urlò Fiona sovrastando la musica, spingendomi il bicchiere contro le labbra.
Lo annusai. "Sembra che qualcuno abbia cercato di imbottigliare il rimpianto."
Alzò gli occhi al cielo. "Lisa. Zitta e bevi."
Reclinai la testa all'indietro e inghiottii. Il bruciore quasi mi staccò l'anima dal corpo.
"Ancora!" urlò, versandone un altro.
Due shot dopo, la testa era più leggera. Il corpo più caldo. Il dolore? Leggermente più sfocato.
Fiona mi trascinò sulla pista da ballo. La musica pompava così forte che, lo giuro, il mio battito cardiaco iniziò a sincronizzarsi con i bassi.
Lei fece una giravolta. Io mi mossi. Poi ridemmo. Di gusto.
Un tizio prese Fiona per la vita. Lei mi fece l'occhiolino e si lasciò far fare una giravolta.
Rimasi lì per un attimo, respirando quell'atmosfera sfrenata, cercando di lasciarmi andare.
"Mi concedi questo ballo?" chiese qualcuno alle mie spalle, facendomi scivolare un braccio intorno alla vita.
Mi voltai lentamente e mi ritrovai davanti, in carne e ossa, una sorta di perfetto semidio greco. Sbattei rapidamente le mie lunghe ciglia.
Non solo aveva un profumo pazzesco, ma, dannazione, un viso assolutamente perfetto.
"Sei vero?" chiesi lentamente, studiando i suoi lineamenti, quando sentii risuonarmi nelle orecchie la voce che meno mi sarei aspettata. Almeno, non quella sera.
"Chi ha fatto entrare una di basso rango come te?" domandò la voce con un ringhio sommesso.
Bryan.
Camicia nera, maniche arrotolate, capelli tirati all'indietro e quegli occhi che mi facevano venire voglia di prenderlo a pugni e baciarlo allo stesso tempo.
Fanculo il legame predestinato, imprecai tra me e me, riscuotendomi all'istante dalle mie fantasie.
"Che problema c'è, amico?" intervenne il ragazzo che mi aveva invitata a ballare, cercando di allontanare Bryan, ma quello stupido arrogante non si mosse di un millimetro e fece un passo verso di me.
"Il gatto ti ha mangiato la lingua?" chiese, tirandomi i capelli con forza.
Gemetti di dolore, cercando di divincolarmi dalla sua presa, quando Fiona si materializzò alle mie spalle come un demone custode.
"Fai un passo indietro, Principe dei Traditori. Non è il tuo momento," gli urlò contro, spingendolo via da me.
Bryan serrò la mascella. "Questa è una questione tra me e..." Prima che potesse finire la frase, feci un passo avanti e gli sferrai un violento calcio all'inguine.
"Bastardo," sibilai furibonda, col petto che si alzava e si abbassava per il fiatone.
"Come osi..." ringhiò lui, scattando in avanti per colpirmi, ma qualcuno gli bloccò la mano a mezz'aria.
"Non dovresti comportarti da gentiluomo, visto che ti trattano come tale?" domandò l'uomo, respingendo il braccio di Bryan con uno strattone che gli fece perdere l'equilibrio.
Bryan indietreggiò barcollando, con la furia che gli bruciava negli occhi. "Chi diavolo credi di essere?" abbaiò, cercando di riprendersi dal calcio improvviso e da quella respinta ancora più umiliante.
L'uomo non rispose subito.
Rimase fermo, immobile come un'ombra. Il volto era interamente celato da una maschera scura ed elegante, che gli fasciava la mascella come se fosse stata una seconda pelle. Aveva una voce suadente: raffinata, ma con una sfumatura di potere impossibile da mettere in discussione. Quel genere di voce che domina una stanza non con il volume, ma con la pura presenza.
"Ti ho fatto una domanda!" sbraitò di nuovo Bryan, lanciandosi in avanti come un randagio indisciplinato che si è scordato del guinzaglio.
L'uomo mascherato si mosse a malapena. Fece scattare una mano, afferrò Bryan per il colletto a mezz'aria e lo fece roteare di lato come una bambola di pezza. Con un unico movimento, la schiena di Bryan si schiantò sul pavimento con un tonfo sordo e irriverente.
Si levarono dei sussulti. La musica non si fermò, ma l'atmosfera cambiò drasticamente.
Bryan si rimise in piedi a fatica, come un cane bagnato, a denti scoperti e pugni serrati, ansimando come se gli avessero appena strappato via l'ultimo briciolo di orgoglio. "Te ne pentirai."
L'uomo mascherato inclinò leggermente la testa, calmo, freddo e padrone di sé.
"Solo gli uomini deboli alzano le mani sulle donne," disse con una pacatezza inquietante, "e solo gli stolti combattono quando hanno già perso."
Fiona batté le mani con fare teatrale alle mie spalle. "Ops! Digliene quattro, Daddy Shadow!"
