Capitolo 1 0001
Per tre giorni, una guerra feroce aveva infuriato nel Branco di Nightwood. Il sangue inzuppava la terra mentre i lupi mannari si scontravano, uccidendosi a vicenda senza pietà. L’aria era densa di morte, dolore e disperazione.
Dentro la casa dell’Alfa, lontano dal campo di battaglia, si combatteva un altro tipo di guerra.
La regina Lyra urlò in preda all’agonia mentre il suo corpo si sforzava di portare la vita nel mondo. Il sudore le inzuppava la pelle e le dita si conficcavano nelle lenzuola mentre spingeva con tutto ciò che le restava.
«Mia regina, ancora una spinta», la incalzò la levatrice.
Lyra gridò, la voce che le si spezzava mentre spingeva, e pochi istanti dopo nella stanza risuonò il grido acuto di un neonato.
«È la mia bambina?» chiese la regina Lyra con un filo di voce, il petto che si sollevava a fatica.
«Sì, mia regina», rispose la levatrice, sorridendo. «È una femmina.»
Prima che il sollievo potesse posarsi su di lei, un’altra levatrice ansimò.
«Sta arrivando un altro bambino.»
Sul volto di Lyra balenò la paura.
«Mia regina, spinga!» gridò la levatrice, urgente.
Lyra raccolse la poca forza rimasta e spinse di nuovo. Il tempo parve dilatarsi all’infinito prima che il secondo bambino venisse finalmente alla luce.
Ma questa volta… non ci fu alcun pianto.
La stanza sprofondò nel silenzio.
«È… morta?» sussurrò una delle levatrici mentre strofinava il corpicino minuscolo, tentando disperatamente di farla piangere.
Niente.
«Posso avere la mia bambina?» disse la regina Lyra, costringendosi a mettersi a sedere nonostante il dolore.
La levatrice esitò, poi le posò la piccola tra le braccia.
Lyra fissò la neonata a lungo. Il cuore le si spezzò.
«È debole», sussurrò Lyra, le lacrime che le rigavano il viso. «Potrebbe morire. La mia bambina… la mia bambina potrebbe morire.»
«Che cosa facciamo?» chiese una delle levatrici, nel panico.
«Bisogna versarle del potere», disse piano la regina Lyra. «È l’unico modo perché sopravviva.»
Proprio in quell’istante, la porta si spalancò.
Il re Raze irruppe nella stanza, i vestiti macchiati di sangue, lo sguardo selvaggio di paura.
«Che succede?» pretese.
«Una delle bambine sta morendo», disse Lyra, disperata. «È troppo debole. Non possiamo lasciarla morire.»
Raze serrò la mascella. «Non importa», disse freddamente. «Abbiamo comunque l’altra.»
Lyra sollevò di scatto la testa. «No!» gridò. «Non posso lasciare che mia figlia muoia. Le darò il mio potere.»
Prima che il re Raze potesse fermarla, la regina Lyra cominciò a mormorare un incantesimo antico. Un bagliore d’argento la avvolse, scorrendo dal suo corpo dentro la neonata fragile che teneva tra le braccia.
«NO!» urlò il re Raze, precipitandosi verso di lei.
Ma era troppo tardi.
Il bagliore svanì.
Il corpo di Lyra cedette.
«Mi dispiace», sussurrò appena, mentre posava il neonato tra le braccia di Raze. Le palpebre le si chiusero lentamente e il respiro si spense.
La regina Lyra se n’era andata.
Il re Raze crollò in ginocchio, stringendo il bambino, e un urlo di dolore gli squarciò il petto, rimbombando nei corridoi di Nightwood.
DICIASSETTE ANNI DOPO
Punto di vista di Mira
Mi svegliai prima che il sole potesse sorgere e scivolai giù dal letto in fretta, con il corpo debole e indolenzito. Eppure non osai rimettermi sdraiata. Se lo avessi fatto, sarebbero state le mie ossa a pagarne il prezzo. Mi avrebbero picchiata come si picchia una cosa senza vita.
Sono una delle principesse del branco Nightwood, eppure tutti mi trattano come una schiava. Solo perché la mia nascita portò dolore invece che gioia, quella gioia che gli altri cuccioli portano quando vengono al mondo.
Mio padre mi odia.
Ogni volta che mi guarda, gli occhi gli si riempiono di rabbia. Si pente di essere mio padre. Ogni giorno mi minaccia di uccidermi o di bandirmi dal branco.
Tutto perché sono io la ragione per cui mia madre è morta.
È questo che mi hanno detto.
Hanno detto che mia madre ha rinunciato alla vita per me. Che la notte in cui io e mia sorella gemella nacquemmo, scoprì che ero debole, che stavo morendo. Per tenermi in vita, riversò in me tutto il suo potere e, nel farlo, perse la propria vita.
Hanno detto che mio padre provò a fermarla, ma mia madre si rifiutò. Disse che non poteva guardare morire suo figlio.
A volte… vorrei che lo avesse ascoltato.
A volte vorrei che mi avesse lasciata morire.
Perché che senso ha vivere quando tutti ti odiano?
Mi costrinsi a lasciare il letto e andai in bagno. Dopo essermi lavata, indossai l’uniforme da schiava e sistemai i capelli con cura. Davanti allo specchio, fissai il mio riflesso.
Non sapevo perché lo facessi ogni mattina.
Forse speravo che, un giorno, i miei occhi cambiassero, diventassero normali come quelli di tutti gli altri del branco.
I miei occhi sono diversi. Neppure io conosco il loro vero colore. Sono strani… innaturali. Qualcuno dice che sia una maledizione.
Ma io so di non essere maledetta.
Eppure non capisco perché i miei occhi siano diversi da quelli di tutti gli altri.
A volte mi chiedo se, un giorno, quando troverò il mio compagno, mi amerà per quella che sono, o mi odierà come tutti gli altri.
Ho sentito storie di compagni che trattano le proprie donne come regine. Io lo sogno. Sogno il giorno in cui il mio compagno mi porterà lontano da questo branco, in un posto dove potrò finalmente essere felice.
Ma se non gli piacessi?
«Mira, smettila di pensare sciocchezze», disse piano Elena, la mia lupa interiore. «Certo che il nostro compagno ci piacerà.»
Sorrisi appena.
«Lo spero», sussurrai.
«Mira, sei già in ritardo», mi avvertì Elena.
Sgranai gli occhi quando guardai l’orologio appeso al muro. Ero in ritardo di venti minuti con la colazione.
La paura mi travolse.
Senza perdere un altro secondo, uscii di corsa dalla stanza.
Mi precipitai in cucina alla massima velocità che il mio corpo riusciva a sostenere. Il cuore mi martellava nel petto mentre mettevo l’acqua a bollire per il tè. Presi le uova e cominciai a romperle in un piatto, con le mani che mi tremavano appena.
Stavo quasi finendo la colazione quando sentii qualcuno entrare in cucina.
Mi voltai e il cuore mi sprofondò.
Era mia sorella, Mila.
Mi bastò guardarla in faccia per capire tutto. Non avevo bisogno che nessuno me lo spiegasse. Ero nei guai fino al collo.
Ero in ritardo.
Non feci in tempo a dire una parola che un dolore acuto mi esplose sulla guancia.
Uno schiaffo.
Mila mi aveva schiaffeggiata.
Mi strinsi la guancia mentre lacrime roventi mi rigavano il viso, e il bruciore affondava fino in fondo.
«Mi vuoi dire perché la colazione non è ancora pronta?» urlò, sollevando dal piano la brocca d’acqua calda.
Sgranai gli occhi, terrorizzata. Sapevo benissimo che cosa stava per fare.
Me l’avrebbe versata addosso.
Proprio allora una voce tagliò la tensione.
«Mettila giù, Mila.»
Kael.
Nostro fratello maggiore.
Mila alzò gli occhi al cielo, infastidita, e rimise la brocca sul piano.
«Ti do un minuto per portarmi la colazione», disse gelida. «Se non lo fai, tra un minuto non sarai più viva.»
Mi lanciò uno sguardo irritato, poi se ne andò.
«Stai bene?» chiese Kael piano.
Annuii e mi asciugai in fretta le lacrime, senza fidarmi della mia voce.
Mi guardò a lungo, come se volesse dire qualcosa, poi si girò e se ne andò.
Deglutii a fatica e ripresi a preparare la colazione.
Kael è l’unica persona che mi vuole bene e mi tratta bene. Anche se a Padre non piace mai, Kael continua a starmi accanto.
A differenza di Mila, la mia stessa sorella gemella, che mi odia.
A volte mi chiedo perché mi odi così tanto. Cerca sempre ogni occasione per farmi del male.
È la preferita di Padre. La tratta come la principessa che è, la difende sempre anche quando ha torto.
A volte… la invidio.
A volte vorrei che Padre trattasse me come tratta lei, anche solo una volta.
Quando finii di preparare la colazione, portai i vassoi nella grande sala da pranzo. Padre e Mila erano già seduti, probabilmente ad aspettare che li servissi.
Mentre sistemavo il cibo sul tavolo, sentivo lo sguardo furioso di Padre bruciarmi addosso. Mi chiesi se non si stancasse mai di guardarmi con tanto odio. Per l’amor del cielo, ero pur sempre sua figlia. Nelle mie vene scorreva il suo sangue. Non poteva essere gentile con me, anche solo una volta?
Finito di servire, mi inchinai rispettosamente e mi voltai per andarmene.
«Mira.»
La voce gelida di Padre mi fermò.
Le gambe mi si bloccarono sul posto. Lentamente mi girai verso di lui, e il cuore mi sprofondò quando vidi quel sorriso crudele sul suo volto.
«Cos’è che ci hai messo tanto a preparare la colazione?» ringhiò. «Come osi farci aspettare?»
La sua voce mi fece correre un brivido lungo la schiena. Lanciai un’occhiata a Mila e la vidi sorridere in modo maligno, palesemente divertita.
Aprii la bocca per spiegare, ma non feci in tempo a dire una parola: Padre afferrò all’improvviso la brocca di tè bollente e me la rovesciò sulla testa.
Urlai dal dolore mentre il liquido ustionante mi inzuppava capelli e vestiti, costringendomi a crollare in ginocchio.
«Se succede di nuovo, non avrò pietà di te», ringhiò.
«Vorrei che tu fossi morta!» gridò. «Vorrei che non fossi mai nata!»
«Papà, basta!»
La voce di Kael attraversò la sala mentre irrompeva dentro di corsa.
«Non dirmi cosa devo fare!» urlò Padre.
«Non puoi continuare a trattare Mira così», disse Kael con fermezza. «Non ha fatto niente di male. Devi smetterla.»
«Ha fatto qualcosa!» ruggì Padre. «Ha ucciso la mia Luna. È colpa sua se tua madre è morta!»
«Era solo una bambina», ribatté Kael. «Non sapeva niente di tutto questo.»
«Ancora una parola da parte tua» tuonò Padre «e ti ricorderò che sono ancora l’Alpha di questo branco! Non mi parli in questo modo!»
Poi si voltò verso di me, indicandomi con rabbia.
«Sparisci dalla mia vista!»
Ignorando il dolore bruciante che mi avvolgeva il corpo, mi rimisi in piedi a fatica e corsi fuori dalla sala da pranzo, con le lacrime che mi accecavano mentre fuggivo.
Corsi dritta nella mia stanza e mi strappai di dosso i vestiti. La pelle stava già diventando pallida e arrossata per l’acqua bollente.
Le mani mi tremavano mentre aprivo il rubinetto. L’acqua fredda mi scrosciò addosso e crollai, singhiozzando, mentre il dolore sembrava bruciare sempre più in profondità nella carne. Le ginocchia mi cedettero e scivolai contro il muro, stringendomi da sola mentre l’acqua continuava a scorrere.
Il dolore era troppo da sopportare.
È davvero per questo che la Dea della Luna mi ha creata?
Solo per soffrire?
Le lacrime si mescolarono all’acqua sul mio viso mentre il petto mi si stringeva.
Forse neanche lei mi vuole bene…
