Capitolo 2 0002
Dopo aver fatto il bagno, mi cambiai con abiti puliti e uscii dalla mia stanza. Nonostante il dolore mi bruciasse ancora in tutto il corpo, mi costrinsi a continuare con le faccende.
Laviai i piatti in cucina, strofinai e spazzai ogni angolo, e quando ebbi finito mi diressi verso la stanza di Mila per sistemarla.
Quando arrivai davanti alla sua porta, rimasi lì un momento prima di bussare.
Silenzio.
Bussai di nuovo, ancora niente.
Piano, spinsi la porta e entrai.
La stanza era vuota; probabilmente era ancora con Father.
Lo sguardo mi scivolò in giro, e un sorriso amaro mi tirò le labbra. La sua stanza era l’esatto contrario della mia. Bella, spaziosa, arredata con gusto e tenuta in ordine, mentre la mia somigliava più al bugigattolo di una serva. Persino alcune caposerve avevano stanze migliori della mia.
Scossi la testa e mi avvicinai al suo guardaroba per raccogliere i vestiti sporchi da lavare.
Li strinsi fra le braccia e mi voltai per uscire, quando qualcosa mi colpì lo sguardo.
Una collana di diamanti.
Era lì, appesa, a brillare con una luce impossibile da ignorare. La fissai per un istante, rapita dalla sua bellezza. Senza rendermene conto feci un passo avanti e allungai la mano: le dita la sfiorarono e poi la sollevai con delicatezza.
Un sorriso sciocco mi si allargò sul viso mentre la ammiravo.
Poi…
La porta si aprì.
Sussultai e mi voltai di scatto, proprio mentre Mila entrava.
Per lo spavento la collana mi scivolò di mano e cadde a terra.
Il tempo parve rallentare.
La guardai, inorridita, mentre si frantumava all’impatto e i diamanti schizzavano sul pavimento.
«Che diavolo è successo?!» urlò Mila, gli occhi inchiodati sulla collana ridotta in pezzi.
Le gambe mi tremarono furiosamente mentre crollavo in ginocchio. Lacrime roventi mi rigarono il viso. Sapevo già di essere morta. Father mi avrebbe sicuramente uccisa quando l’avesse scoperto.
«Come osi distruggere la mia collana!» gridò Mila. «Me l’ha regalata Dad!»
«Mi dispiace… perdonami, ti prego», singhiozzai, chinando il capo. «Non volevo. Ti prego, Mila, perdonami.»
Rise, gelida. «Devi essere proprio stupida se pensi che ti perdonerò. Stavi cercando di rubarla, vero?»
«No! Non ti ruberei mai nulla!» scossi la testa disperata. «Ti prego, Mila—»
«Spudorata bugiarda!» scattò.
Prima che potessi reagire, il suo palmo mi schiaffeggiò.
Poi arrivò un calcio violento allo stomaco.
Mi piegai su me stessa, stringendomi l’addome, mentre un liquido caldo mi colava dalla bocca. Quando mi toccai le labbra, le dita mi rimasero macchiate di sangue.
Prima ancora che riuscissi a gridare, Mila mi afferrò i capelli e mi tirò indietro con tanta violenza che credetti mi si spezzasse il collo.
«Mila, ti prego!» piansi, dimenandomi debolmente nel tentativo di liberarmi.
«Maledetta», sibilò. «Come osi rovinare le mie cose? Ti porto da Father.»
Continuò a trascinarmi per la stanza tirandomi per i capelli.
«Ti prego… Mila… non portarmi da lui», la supplicai fra le lacrime. «Mi ucciderà.»
Mila scoppiò in una risata crudele.
«Che senso ha vivere, quando la tua vita fa così schifo?» mi schernì. «Se fossi in te, pregherei la Dea della Luna di prendermi. La tua esistenza è uno spreco.»
Poi urlò: «Guardie!»
Nel giro di pochi istanti due guardie irruppero nella stanza.
«Portatela nella sala», ordinò Mila con freddezza. «Da mio padre.»
«Mila, ti prego!» gridai, mentre le guardie mi afferravano e mi trascinavano fuori come un sacco di patate.
Le guardie mi trascinarono nella sala e mi scaraventarono a terra davanti a Father, che era nel mezzo di una riunione con il suo Beta e gli anziani.
«Che cosa sta succedendo qui?» pretese Father, fissandomi con uno sguardo mortale.
«Father, ha cercato di rubare la collana di diamanti che mi hai regalato», disse Mila, con lacrime finte che le riempivano gli occhi. «Quando l’ho sorpresa, l’ha rotta.»
Father si voltò verso di me, con la furia che gli incendiava lo sguardo. «Quanto c’è di vero?» ringhiò King Raze.
«Father, io…» singhiozzai. «Non l’ho rubata. Lo giuro…»
«Bugiarda!» ruggì. «Quante volte ti ho detto di non chiamarmi father? Non sei mia figlia. Ti ho rifiutata il giorno in cui sei nata!»
Quelle parole mi tagliarono dritto nel cuore.
«Renderla una schiava non basta», disse freddamente uno degli anziani.
Il cuore mi si serrò dal dolore.
«Mi chiedo perfino se abbia un compagno», sogghignò il Beta. «Quel poveraccio sarebbe sfortunato. Probabilmente lo ammazzerà anche lui, come il mostro che è!»
«Io penso che dovremmo bandirla», aggiunse un altro anziano. «Non ci serve qualcuno come lei qui. Un giorno potrebbe uccidere tutti noi, come ha ucciso la nostra Luna.»
Il cuore mi martellò contro le costole mentre alzavo lo sguardo, inorridita.
Esilio.
Era il destino peggiore che potesse toccare a un lupo mannaro.
Essere esiliati significava diventare un randagio: niente branco, nessuna protezione, nessuna identità. Peggio della morte. Una vita di miseria e vergogna. Qualunque Alpha ti avesse trovato avrebbe potuto ucciderti senza conseguenze. Saresti stata trattata come una pestilenza.
«Mira… ci esilieranno?» pianse Elena, la mia lupa, atterrita.
Le lacrime mi offuscarono la vista mentre sollevavo lo sguardo su mio padre. Rimase in silenzio, l’espressione indecifrabile, come se stesse davvero prendendo in considerazione le loro parole.
«Credo che io…»
Non fece in tempo a finire.
Le gambe mi cedettero e il buio mi inghiottì intera, mentre crollavo a terra.
Non riuscivo a sopportarlo.
Stava davvero per esiliarmi.
**
Le palpebre mi si schiusero a fatica e ansimai, mettendomi a sedere di scatto, il cuore impazzito nel petto. Mi guardai intorno, confusa, cercando di capire dove mi trovassi.
Quella non era la mia stanza.
Mi strofinai il viso, costringendo la vista annebbiata a mettere a fuoco. La debolezza mi invase il corpo e la testa mi pulsava con violenza, come se stesse per spaccarsi. La vertigine mi travolse, rendendo difficile perfino respirare.
Mi guardai attorno un’altra volta, e mi colpì all’improvviso.
La prigione.
La riconobbi all’istante. Mi ci avevano scaraventata troppe volte perché potessi scambiarla per qualsiasi altro posto.
Riuscii lentamente a mettermi seduta, con il corpo indolenzito, mentre cercavo di ricordare come fossi finita lì. Poi mi tornò tutto: ero svenuta quando uno degli anziani aveva proposto che dovessi essere punita.
Un odore acre e pungente mi invase le narici, facendomi rivoltare lo stomaco. La fame mi rodeva, mescolata al fetore insopportabile di marcio, umidità e sudiciume. Mi tappai il naso, lottando contro il conato.
Restare lì anche solo un giorno avrebbe potuto uccidere me e la mia lupa. Nessuno poteva sopravvivere a lungo in quel posto.
«Quando finirà tutto questo?» singhiozzò Elena nella mia testa. Sentivo la sua frustrazione, il suo dolore. «Ci odiano, Mira. Non smetteranno finché non ci avranno uccise.»
Aprii la bocca per risponderle…
Dei passi riecheggiarono fuori.
«Mira… stanno tornando,» mi avvertì Elena.
Mi costrinsi a rimettermi in piedi proprio mentre la porta della prigione si apriva con un cigolio.
Entrarono due guardie, ciascuna con un secchio pieno d’acqua.
«Sei sveglia,» sogghignò una.
Prima che potessi reagire, si avvicinò e mi rovesciò addosso il secchio.
L’acqua gelida mi inzuppò dalla testa ai piedi. Un brivido tagliente mi corse lungo la schiena e iniziai a tremare forte, i denti che battevano senza controllo.
Stavo ancora cercando di riprendermi quando mi addosso venne versato un altro secchio d’acqua glaciale.
«Svelta,» disse uno di loro, impaziente. «Portiamola dal Re. Non possiamo farlo aspettare per colpa di questo mostro.»
Uno mi afferrò il braccio con brutalità, la stretta dolorosa.
«Per favore… lasciami,» supplicai con un filo di voce.
«Tappati quella bocca sporca,» ringhiò.
Mi trascinarono fuori dalla prigione, il corpo zuppo che rabbrividiva.
Alla fine arrivammo alla porta d’ingresso e sentii il sangue irrigidirsi per la paura. Pregai in silenzio che la terra si aprisse e mi inghiottisse, perché non sapevo cosa mi aspettasse in quell’inferno oltre la soglia.
«Non farci perdere tempo,» disse una guardia, fulminandomi.
Rinchiusi le lacrime mentre la porta veniva spalancata. Tutti gli sguardi si voltarono su di me quando mi trascinarono avanti e mi scaraventarono a terra.
Mi chiesi cosa volessero ancora da me. Non potevano almeno lasciarmi riposare? Quella giornata era già stata colma di dolore.
Proprio allora lo sguardo mi cadde sulle guardie lì vicino, ognuna con un bastone in mano.
Le labbra mi tremarono mentre stringevo i pugni.
Mi avrebbero frustata.
Cos’altro stavo mai pensando?
Oggi mi avrebbero uccisa, senza ombra di dubbio.
Piangevo di dolore e terrore mentre affrontavo mio padre, l’Alpha.
«Credi di non essere punita dopo aver distrutto la collana della principessa?» tuonò.
Il mio mondo crollò a quelle parole.
«Ognuno dei guerrieri del Nightwood Pack ti infliggerà dieci colpi di frusta,» aggiunse, gelido.
Per poco non morii lì, sul posto.
Mi scattò lo sguardo verso i guerrieri schierati poco distante; erano più di venti. Se mi avessero colpita anche solo due volte ciascuno, non sarei sopravvissuta.
«Ben le sta,» risuonò la voce di Mila. «Così imparerà qual è il suo posto. Le serve non devono toccare ciò che appartiene ai reali.»
Voltai la testa verso di lei e vidi la gioia brillare limpida nei suoi occhi.
Non mi diedero neppure il tempo di reagire: mi trascinarono via e mi legarono.
Urlai. Supplicai.
Ma le mie grida caddero nel vuoto. Nessuno mi concesse neanche uno sguardo.
Cercai tra la folla con disperazione, sperando di vedere mio fratello.
Kael.
Non c’era.
Doveva essere via.
Non sarebbe venuto nessuno a salvarmi.
Il primo colpo di frusta mi si abbatté sulla schiena e sentii l’anima abbandonare il corpo.
I colpi continuarono, uno dopo l’altro, mentre i guerrieri si alternavano nell’eseguire l’ordine.
Attraverso gli occhi pieni di lacrime guardai mio padre, sperando che vedesse il dolore nel mio sguardo e li fermasse.
«Aumentate,» disse freddamente.
Le frustate calarono più dure, e le mie urla si fecero più forti.
Mentre mi flagellavano, il mio corpo si indeboliva a ogni colpo.
Il buio avanzò.
È l’ultima cosa che ricordo.
Sono morta.
