Capitolo 3 0003
«Mira!»
Sentii il mio nome chiamato da una voce che non conoscevo.
Aprii lentamente gli occhi e mi ritrovai in un posto estraneo. Sembrava un villaggio abbandonato: le case stavano storte e sventrate, ragnatele appese ovunque, la polvere densa nell’aria.
Mi voltai, gli occhi che correvano sul terreno.
E poi mi immobilizzai.
Mi si spalancarono per l’orrore di ciò che vidi.
Cadaveri.
Cumuli e cumuli, disseminati dappertutto come sabbia. Alcuni corpi erano senza testa; ad altri mancavano gli occhi, lasciando orbite vuote al loro posto.
Mi tremarono le gambe.
«Che ci faccio qui?» sussurrai tra me e me.
«Elena!» chiamai la mia lupa.
Non ci fu risposta.
Il cuore mi sprofondò.
Credo di essere morta… la mia lupa mi ha lasciata.
Fu allora che notai una donna in piedi a poca distanza da me. Le lacrime le rigavano il viso.
Aggrottai appena la fronte e mi alzai lentamente, avvicinandomi a lei, cercando di capire chi fosse.
Poi mi si mozzò il respiro.
Il cuore si fermò.
Era mia madre.
Non l’avevo mai vista di persona; era morta subito dopo avermi partorita, ma avevo visto le sue fotografie appese in tutta la stanza di Padre.
Era lei.
Le corsi incontro e mi gettai fra le sue braccia, singhiozzando senza riuscire a fermarmi. Nessuno poteva sapere da quanto tempo desiderassi quell’abbraccio.
«Mamma!» piansi.
«La mia piccola,» sussurrò lei, stringendomi forte.
«Mamma, perché mi hai lasciata?» singhiozzai. «Nessuno mi ama.»
«Mi dispiace, Mira,» pianse con me. «Sento il tuo dolore, tesoro. Mi dispiace tanto.»
«Che ci faccio qui?» chiesi tra le lacrime.
«Tu… tu sei morta,» disse piano.
Rimasi a bocca aperta, stordita.
Sono davvero morta.
Con mia sorpresa, non ero triste.
Ero felice.
Almeno adesso potevo riposare. Almeno non avrei dovuto tornare da quella gente.
«Sono morta,» dissi a bassa voce. «Questo significa che posso restare qui con te, vero? Mamma?»
Lei sorrise con tristezza e mi prese delicatamente il viso tra le mani.
«No, tesoro.»
«Perché?» piansi. «Mi stai mandando via?»
Scosse il capo, senza distogliere lo sguardo dal mio.
«Ti è stata data una seconda possibilità di vivere. La Dea della Luna ti ha concesso un’altra vita.»
Mi staccai da lei, con le lacrime che mi colavano sul viso.
«Una seconda possibilità?» risi amaramente. «Una seconda possibilità per soffrire di nuovo?»
«Mamma, nessuno mi ama,» piansi. «E tu mi stai dicendo che la Dea della Luna vuole che torni indietro solo per farmi uccidere ancora?»
«Padre mi odia. Crede che io abbia causato la tua morte. Avresti potuto lasciarmi morire, invece di lasciarmi sola in un mondo dove nessuno mi vuole!»
Tutto il dolore che avevo trattenuto dentro tracimò.
«Mi dispiace,» sussurrò.
«Andrà tutto bene,» aggiunse dolcemente.
«No!» urlai. «Non andrà bene niente!»
Le afferrai le mani, disperata.
«Per favore, lasciami restare con te. Ti prego, non rimandarmi indietro.»
Lei scosse la testa e mi sorrise un’ultima volta.
Poi… cominciò a trasformarsi in polvere.
Proprio davanti ai miei occhi.
«Mamma!» urlai, tentando di afferrarla, ma era già sparita.
Un vento forte attraversò quel luogo.
I corpi scomparvero.
Ogni cosa venne cancellata.
Caddi in ginocchio, inorridita, urlando a squarciagola mentre lacrime roventi mi colavano sul viso. Il dolore mi lacerò il corpo, facendomi tremare con violenza.
«Mira!»
Sentii di nuovo il mio nome.
Stavolta riconobbi la voce.
Kael.
Sussultai, mi misi seduta di colpo, ansimando; il cuore mi martellava nel petto.
«Mira!» gridò Kael. «Finalmente ti sei svegliata. Ho pensato di averti persa.»
Lo guardai con debolezza, poi guardai me stessa.
«Sono morta… vero?» chiesi.
«No,» disse in fretta. «Sei viva. Mira, mi hai spaventato. Sei stata in coma per una settimana.»
Mi strinse in un abbraccio forte.
«Ma io voglio morire,» singhiozzai contro la sua spalla.
«Shh,» mormorò, accarezzandomi la schiena. «Non morirai.»
«Mi dispiace,» disse piano. «Non ero lì a salvarti. Te lo prometto, d’ora in poi resterò al tuo fianco.»
Annuii lentamente, aggrappandomi a lui come se fosse l’unica cosa che mi tenesse in vita.
**
NEL BRANCO SILVER
PUNTO DI VISTA DI ASHER
Sedevo nelle mie stanze, scorrendo alcuni documenti, anche se la mia mente era lontanissima dai fogli sulla scrivania.
Ero rimasto sveglio tutta la notte, incapace di dormire. Il cuore era irrequieto, inquieto, come se mancasse qualcosa.
Ero appena tornato dal branco Ravenshade in cerca della mia compagna, ma ancora una volta non avevo trovato nulla.
Ero già stato in così tanti branchi, cercandola senza sosta… eppure non si trovava da nessuna parte.
A questo punto, la stanchezza cominciava a farsi strada.
Come Alpha del branco Silver, avevo bisogno di una Luna; una donna abbastanza forte da stare al mio fianco. E solo la mia compagna poteva occupare quel posto. Ma se la Dea della Luna si fosse dimenticata di me?
E se non fossi mai stato destinato ad avere una compagna?
Quel pensiero mi fece montare la rabbia.
Se fosse stato così, allora non avrei avuto altra scelta che scegliere una donna senza compagno e marchiarla come mia Luna. Ma non volevo che la mia storia finisse così.
Io volevo la mia compagna.
Come ogni altro lupo.
Gli occhi erano fissi sul grosso documento sulla scrivania, ma non stavo leggendo neanche una parola quando udii bussare alla porta.
Lasciando uscire un sospiro pesante, dissi:
«Entra.»
Sentii qualcuno varcare la soglia. Anche senza voltarmi, sapevo chi fosse.
Il mio Beta.
«Che vuoi, Dax?» dissi, la voce che mi si alzava appena mentre lottavo per restare calmo. «Ti ho detto che volevo stare da solo.»
«Mi perdoni, mio signore,» disse Dax con rispetto.
Mi voltai lentamente verso di lui, l’espressione gelida.
«Che cosa vuoi, esattamente?»
«Avete ricevuto un invito da King Raze del Nightwood Pack,» disse, posando una busta sulla mia scrivania. «È per il Festival della Luna di Sangue.»
Fissai la busta per un momento, poi alzai lo sguardo su di lui.
«Non ci vado,» dissi, piatto.
«Perché?» chiese Dax.
Gli lanciai un’occhiata tagliente.
«Non si mettono in discussione le mie decisioni.»
«Chiedo perdono, mio Re,» disse inchinandosi.
«Pensavo soltanto che, visto che state ancora cercando la vostra compagna, partecipare al festival potrebbe aiutarvi,» continuò con cautela. «Ci saranno molte fanciulle di branchi diversi. Potreste trovarla.»
«Dax,» dissi con fermezza, «vattene. Voglio stare da solo.»
Lui si inchinò di nuovo e uscì dalla stanza.
Mi lasciai andare contro lo schienale della sedia, massaggiandomi le tempie, il palmo a sorreggermi la mandibola.
«Credo che dovremmo andare,» parlò Ryn, il mio lupo, nella mia testa. «Dax potrebbe avere ragione. La nostra compagna potrebbe essere lì.»
«E se non ci fosse?» scattai. «Siamo tornati da un altro branco appena ieri. Sono stanco di cercare.»
«Non puoi essere stanco,» ringhiò Ryn. «La nostra compagna è da qualche parte, ad aspettare che noi la troviamo.»
«Allora dov’è, diavolo?» ringhiai a mia volta. «Abbiamo cercato in innumerevoli branchi. Non andremo a nessun festival. Ho bisogno di riposare.»
«Devi andare,» insisté Ryn. «Come puoi riposare se non abbiamo trovato la nostra compagna?»
«Ryn, lasciami pensare,» dissi a denti stretti.
«No,» ribatté secco. «Non finché non accetti. Andremo al festival. Ho la sensazione che lui sarà lì.»
«Non ci andiamo,» dissi, inflessibile.
«Ci andiamo,» rispose Ryn.
«No.»
«Sì.»
«Ho detto di no!» ruggii nella mente e lo bloccai immediatamente, prima che mi facesse impazzire.
Seguì il silenzio.
Chiusi gli occhi, cercando di ragionare con lucidità…
Oggi era il diciottesimo compleanno mio e di Mila.
Mi svegliai presto e corsi subito in bagno per fare un bagno. Poi mi vestii e mi fermai davanti allo specchio, a fissare il mio riflesso.
Sembravo debole e magra, come se la vita stessa mi fosse stata prosciugata a poco a poco.
Lasciando uscire un sospiro lieve, presi l’elastico per i capelli dal tavolo e legai con cura i miei lunghi capelli bianchi. Mi voltai e stavo per uscire dalla stanza quando sentii bussare alla porta.
Il cuore mi saltò in gola.
Chi poteva essere?
Ti prego… non oggi. Non volevo essere picchiata di nuovo. Oggi era il mio compleanno.
La porta si aprì ed entrò Kael.
«Buon compleanno, sorellina,» disse con un sorriso caldo.
«Fra…» lo chiamai piano, con l’emozione che mi stringeva la gola.
Kael era l’unico che si ricordasse del mio compleanno. L’unico che ogni anno mi facesse gli auguri. Era il tipo di fratello che tutti pregavano di avere.
«Vieni qui,» disse con dolcezza, aprendo le braccia.
Mi avvicinai e mi gettai nel suo abbraccio.
«Grazie,» sussurrai.
«Ti ho preso una cosa,» disse, scostandosi appena.
Lo guardai mentre tirava fuori un braccialetto dalla tasca. Mi prese delicatamente la mano e me lo infilò al polso.
«Ti piace?» chiese.
Le lacrime mi scesero sulle guance mentre lo abbracciavo di nuovo.
«Grazie, Kael.»
«Non devi piangere,» disse piano, asciugandomi le lacrime. «Sarai sempre mia sorella.»
«Grazie,» ripetei.
«Va bene,» sorrise. «E smettila di piangere, d’accordo?»
Annuii.
«Ora devo andare,» dissi. «Oggi c’è il Festival della Luna di Sangue. Arriveranno molti ospiti e devo assicurarmi che sia tutto pronto prima che arrivino.»
Lui annuì e mi lasciò.
«Ci vediamo in giro,» disse, posandomi un bacio leggero sulla fronte prima di uscire.
Un sorriso mi si allargò sul volto; non di tristezza, ma di felicità.
Almeno avevo qualcuno a cui importasse di me. Qualcuno che mi volesse bene.
Abbassai lo sguardo sul braccialetto al polso, sorridendo di nuovo, e poi uscii dalla mia stanza.
