Capitolo 6 0006

Dalla mia stanza non riuscivo più a sentire né musica né tamburi: poteva voler dire una cosa sola. Il Festival della Luna di Sangue era finito e gli ospiti erano tutti tornati ai loro branchi.

Mi alzai e uscii in silenzio dalla camera, dirigendomi verso la cucina. Morivo di fame. Non potevo aspettare fino al mattino, altrimenti quel poco di calore rimasto nello stomaco sarebbe scomparso del tutto.

Mi infilai furtiva nel corridoio, camminando in fretta e con cautela verso la cucina.

Poi, all’improvviso, un odore familiare mi colpì le narici.

«Il nostro compagno… Lo sento. Lo senti anche tu, Mira?» chiese Elena, la voce piena di eccitazione.

«Sì», sussurrai.

«Forza, segui la scia. Dobbiamo trovarlo», mi incalzò Elena.

Mi guardai intorno, incerta da dove cominciare. In tutto il palazzo regnava il silenzio. Seguii il profumo come meglio potevo, finché non mi condusse davanti a una porta.

«Svelta, aprila. Il nostro compagno è lì dentro», disse Elena, impaziente.

Fissai la porta, con il cuore che martellava. La mano mi tremava mentre la sollevavo, senza sapere se avrei dovuto aprire oppure no. Dopo essere rimasta lì immobile per un lungo momento, abbassai il capo e mi voltai.

«Che diavolo stai facendo?» ringhiò Elena nella mia testa.

«Non posso», mormorai.

«Non essere sciocca. Apri quella porta. È la nostra ultima occasione per incontrare il nostro compagno», disse, ferma.

Guardai di nuovo la porta, poi scossi la testa e mi voltai ancora. Avevo appena fatto un passo quando la porta si spalancò.

Prima che potessi reagire, una mano forte mi afferrò e mi trascinò dentro la stanza.

Ansiai, sconvolta, e alzai gli occhi, per poi restare completamente paralizzata.

Era lui.

Il mio compagno.

Il mondo si fermò. Dimenticai come si respirava mentre fissavo i suoi occhi, e lui fissava i miei. Eravamo così vicini che potevo sentire il suo battito, rapido e costante, in sintonia col ritmo selvaggio del mio cuore.

Non sapevo spiegare quello che provavo. Era come se fossi in cima al mondo. Era l’uomo più bello che avessi mai visto e, solo guardandolo, dimenticai tutto… perfino la fame.

Quando sentii che la sua mano allentava la presa sulla mia, un’ondata di panico mi travolse. Temendo che potesse andarsene, gli afferrai la veste e mi gettai tra le sue braccia, stringendolo forte.

Non volevo lasciarlo.

Non adesso.

Mai.

Volevo solo che mi tenesse con le sue mani, a modo suo. Non volevo che mi lasciasse andare. Le lacrime mi scivolarono sulle guance mentre mi aggrappavo a lui, terrorizzata all’idea che, se avessi allentato la presa, sarebbe svanito.

Poi sentii la sua mano sulla schiena, che mi accarezzava con dolcezza, mentre si chinava verso di me e sussurrava: «Shhh… smettila di piangere».

La sua voce era il suono più dolce che avessi mai sentito. Mi avvolse il cuore e placò il dolore che avevo dentro.

Si ritrasse leggermente, quel tanto che bastava perché i nostri sguardi si incontrassero. Io tremavo ancora quando, lentamente, alzò una mano e mi asciugò le lacrime dagli occhi.

Prima ancora che riuscissi a capire cosa stesse succedendo, sentii le sue labbra posarsi sulle mie.

Per un attimo, la mia mente si svuotò del tutto. Lo fissai sotto shock: non mi aspettavo che mi baciasse. Poi, piano, chiusi gli occhi e ricambiai il bacio.

Era il mio primo bacio.

E mi sembrò… giusto.

Tutto il dolore che mi portavo dentro svanì, mentre mi scioglievo in quel bacio. All’inizio fu delicato, come se mi stesse dando il tempo di sentirmi al sicuro. Io non mi ritrassi. Rimasi lì, e basta, lasciandomi attraversare da ogni sensazione.

Lo baciai a mia volta, lasciandomi fondere in quell’istante. Sulle sue labbra c’era un lieve sapore di vino, ma non importava; anzi, rendeva tutto più vero.

In quel momento, non contava nient’altro.

PUNTO DI VISTA DI ASHER

Il Festival della Luna di Sangue era finito.

King Raze mi aveva offerto una delle stanze per gli ospiti per la notte, dato che non sarei tornato al mio branco fino al mattino. Dopo il bagno, mi avvolsi un accappatoio intorno alla vita e mi sdraiai sul letto, fissando vuoto il soffitto.

Il sonno non voleva saperne di arrivare.

Nella mia mente c’era una sola cosa: la mia compagna.

La mia compagna era qui, dentro questo stesso branco, dentro la casa del re… eppure non l’avevo vista per tutta la durata del festival. Quel pensiero mi attorcigliò il petto in una fitta dolorosa. Com’era possibile che fosse così vicina e, allo stesso tempo, completamente fuori dalla mia portata?

Mi girai e rigirai, inquieto, frustrato, e anche il mio lupo non trovava pace.

Poi, all’improvviso…

Ryn si fece avanti nella mia mente, esplodendo di entusiasmo.

«È qui», disse, e la sua voce vibrava di certezza. «La sento.»

Mi misi seduto di scatto.

Proprio in quell’istante il suo profumo mi investì: morbido, dolce, travolgente. Mi si avvolse addosso come un incantesimo, facendo martellare il cuore contro le costole.

Mi alzai così in fretta che il letto cigolò alle mie spalle.

Più mi avvicinavo alla porta, più il suo profumo diventava intenso. Il battito mi rimbombava nelle orecchie. Non esitai: aprii la porta.

E poi…

Il mio mondo si fermò.

Era lì.

La mia compagna.

Sembrava sul punto di andarsene, ma io non potevo permetterlo, non dopo averla finalmente trovata. Allungai una mano e le presi la mano, tirandola dentro la stanza con dolcezza, ma senza lasciarle scelta.

Lei alzò lo sguardo su di me, lo shock dipinto sul volto.

Per un attimo, mi dimenticai come si respira.

Era mozzafiato. Delicata. Troppo perfetta per essere reale. I suoi occhi, quegli occhi… la cosa più bella che avessi mai visto, occhi in cui avrei potuto perdermi per un’eternità.

Ma poi vidi la paura nei suoi.

Aveva paura di me.

La consapevolezza mandò in frantumi qualcosa dentro il mio petto. L’ultima cosa che avrei mai voluto era che la mia compagna avesse paura di me. Allentai la presa, pronto a lasciarla andare, ma prima ancora di riuscire a ritrarre la mano lei afferrò all’improvviso la mia veste e si gettò tra le mie braccia.

Il suo corpicino tremava contro il mio.

Sentii le sue lacrime inzupparmi i vestiti e qualcosa dentro di me si spezzò del tutto.

Le strinsi le braccia attorno, tenendola vicino, sentendo quanto fosse magra, quanto fragile sembrasse nel mio abbraccio. La rabbia mi bruciava feroce nel petto.

Chi le aveva fatto del male?

Chi aveva fatto piangere così la mia compagna?

«Shhh… non piangere,» mormorai, accarezzandole la schiena, cercando di calmarla.

Mi scostai appena, quanto bastava per vederle il viso. Le lacrime le restavano appese alle ciglia, le labbra le tremavano, e il cuore mi si strinse con dolore. Sollevai una mano e, con il pollice, le asciugai dolcemente le guance.

Non riuscivo più a trattenermi.

Mi chinai e la baciai.

La baciai con delicatezza, come se potesse andare in pezzi sotto il mio tocco, ma quando lei ricambiò, dentro di me ogni cosa scattò al proprio posto. Il mio lupo ruggì, approvando.

Era mia.

Dopo tutti quegli anni a cercare… finalmente stavo stringendo la mia compagna.

Il bacio si approfondì in modo naturale, la mia lingua sfiorò la sua mentre assaporavo la sua dolcezza. Sapeva di calore e di desiderio, di qualcosa che mi era mancato per tutta la vita. La baciai finché la sentii lottare per riprendere fiato, poi mi staccai a malincuore, le mani ancora salde sui suoi fianchi, mentre la guardavo riprendersi.

Il suo viso era rosso di calore mentre abbassava lo sguardo, timida.

Non potei fare a meno di sorridere.

Le sollevai piano il mento, così che potesse guardarmi. «Come ti chiami?» chiesi a bassa voce.

«Mira,» sussurrò.

La sua voce era musica per le mie orecchie.

«Ashur,» dissi. «Chiamami Ashur.»

Mi chinai e la baciai di nuovo, incapace di saziarmi di lei. Il suo profumo, miele selvatico e latte caldo, mi riempì i sensi, facendomi impazzire nel modo più dolce possibile.

Mi staccai lentamente dalle sue labbra, le mani che tremavano appena, come se potesse svanire se l’avessi lasciata andare. Prima che potesse dire una parola, infilai un braccio sotto le sue ginocchia e l’altro dietro la schiena, sollevandola senza sforzo tra le mie braccia.

Era così leggera.

Troppo leggera.

Come se non pesasse nulla, e quella consapevolezza mi mandò una fitta acuta al petto. Stava mangiando a sufficienza? O qualcuno stava facendo patire la fame alla mia compagna? Il solo pensiero fece agitare inquieto il mio lupo.

La portai al letto e la adagiai con delicatezza, attento come se fosse fatta di vetro. Mi stesi accanto a lei, voltandomi per guardarla. Per un lungo istante nessuno dei due parlò. Ci limitammo a fissarci, respirando la stessa aria, assorbendoci a vicenda, come se quel momento non fosse reale e potesse svanire se avessimo sbattuto le palpebre.

Lentamente mi chinai su di lei e la baciai di nuovo.

Ancora non riuscivo a credere che fosse reale. Dopo anni passati a viaggiare da un branco all’altro, a inseguire un legame che non riuscivo a sentire, sopportando delusioni interminabili… la mia compagna era finalmente qui. Tra le mie braccia.

Le baciai la fronte, le guance, l’angolo delle labbra, scendendo fino al collo mentre inspiravo il suo profumo. Dolce. Caldo. Confortante. Mi avvolse come casa.

Poi vidi un segno scuro sul lato del suo collo.

Sembrava una bruciatura.

Ryn ringhiò con violenza nella mia testa, la sua furia divampò. Strinsi la mascella mentre la rabbia mi attraversava, cruda e incontrollabile. Mi ritrassi appena e le guardai il viso.

«Chi ti ha fatto questo?» chiesi, la voce bassa, tirata, mentre lottavo per tenere a freno la mia collera. Non volevo spaventarla.

Lei evitò il mio sguardo e scosse lentamente la testa, rifiutandosi di parlare.

La osservai in silenzio per un momento, poi sollevai la mano e le sfiorai piano la guancia con le dita. La sua pelle era calda sotto il mio tocco. Mi chinai e baciai di nuovo le sue labbra gonfie, più piano stavolta. La tirai a me, cullandola contro il mio petto.

Le mie mani si mossero sul suo corpo lentamente e, quando arrivarono alla schiena del vestito, non riuscii più a trattenermi. Le abbassai con calma la cerniera, il cuore che martellava. La desideravo terribilmente. So che è la nostra prima notte, che ci incontriamo appena adesso, ma non riuscivo più a controllarmi. Ho aspettato per così tanto tempo.

Quando l’abito le scivolò via dal corpo, il fiato mi si fermò.

I miei occhi si posarono sulla sua pelle, e il mio mondo andò in frantumi.

C’erano segni… tanti segni. Strisce che parevano fatte da un bastone, alcune vecchie, altre nuove. Il cuore mi si contrasse dolorosamente e la rabbia mi bruciò dentro con tale forza che il mio lupo ringhiò d’ira.

Chi le ha fatto questo?

La guardai e lei distolse subito lo sguardo, la vergogna scritta su tutto il viso. Le lacrime le rotolarono sulle guance mentre cercava di afferrare il vestito per coprirsi, ma io le fermai dolcemente la mano.

«No», sussurrai.

Mi avvicinai, la mano che tremava mentre le toccavo la guancia. Mi si stava spezzando il cuore. Come poteva qualcuno fare del male a una creatura così fragile, così pura?

«Sei bellissima», dissi piano, con voce bassa e seria. «Sei perfetta.»

Mi chinai e le baciai gli occhi, asciugandole le lacrime con il pollice. Lei scoppiò a piangere più forte e, senza pensarci, la strinsi tra le braccia.

Sentii il suo corpo esile contro il mio, e la rabbia mi riempì di nuovo.

«Lo giuro», mormorai tra i suoi capelli, «chiunque ti abbia fatto questo la pagherà.»

La adagiai con delicatezza sul letto e mi sdraiai accanto a lei, tirandola a me, avvolgendola tra le braccia come se la stessi proteggendo dal mondo intero.

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