Capitolo 1

«Katrina, hai spinto Lena e ti rifiuti di chiedere scusa? Allora resta in questa stanza dei serpenti!»

Le gambe di Katrina Fontaine erano avviluppate da due serpenti grossi e muscolosi. Un terrore pungente le corse lungo il cuoio capelluto e per poco non svenne.

In mezzo a quella paura che le mozzava il respiro, sollevò la testa, pronta a implorare aiuto.

Ma suo fratello maggiore, Brandon, se ne stava fuori dal recinto di vetro e la osservava con freddezza mentre lei veniva messa all’angolo.

Un’ondata di shock la investì.

Ricordava benissimo di essersi gettata da un edificio alto; perché quella scena, così familiare, stava accadendo di nuovo?

Possibile che fosse rinata proprio nel giorno del suo ventiduesimo compleanno, quello in cui Helena le aveva teso la trappola?

Helena Swift era la figlia di suo zio. Lo zio aveva donato un rene per salvare la Madre, ma era morto per un’infezione post-operatoria. Anche la Madre, consumata dal senso di colpa, non aveva resistito a lungo.

Il Padre e i suoi tre fratelli avevano allora accolto Helena nella famiglia Fontaine.

Ma da quel giorno, l’estranea era diventata lei, presa di mira senza tregua.

Alla festa di compleanno, Helena era caduta giù per le scale e aveva dato la colpa a lei.

Senza aspettare spiegazioni, Brandon l’aveva costretta a inginocchiarsi e a chiedere scusa. Lei, ovviamente, si era rifiutata.

E così lui l’aveva spinta nella stanza dei serpenti. Lei, terrorizzata, lo aveva supplicato con tutta se stessa di farla uscire.

Lui si era limitato a guardare, finché la paura non l’aveva fatta sprofondare nell’incoscienza.

Quando si era risvegliata, le era rimasto addosso un trauma psicologico feroce: era diventata timida e fragile, sempre pronta a strisciare pur di compiacerli.

Ma la sua sopportazione non aveva fatto che peggiorare le cose.

Helena si era presa il merito di aver salvato il capofamiglia dei Quinn e, con un balzo, si era ritagliata un posto nell’alta società.

Temendo che Katrina potesse causare problemi, Brandon l’aveva drogata, lasciandola senza voce per mesi.

Helena le aveva portato via con la forza l’abito da ballo che la Madre le aveva fatto cucire su misura, solo perché «le piaceva». E il Secondo Fratello aveva consegnato a Helena tutte le cose della Madre.

Quando Helena si era ammalata e aveva avuto bisogno di midollo osseo, il Terzo Fratello le aveva prelevato il sangue di persona per la tipizzazione. Poi, con le sue stesse mani, aveva legato Katrina al tavolo operatorio per salvare la vita di Helena.

Schiacciata da sofferenze senza fine, era caduta nella depressione.

Aveva raccolto le prove che Helena plagiava le opere musicali altrui, ma il Padre le aveva scoperte. Senza la minima esitazione, l’aveva fatta rinchiudere in un ospedale psichiatrico, tenendola segregata per dieci anni.

Lì aveva sopportato abusi disumani: elettroshock, percosse, molestie, quasi annegamenti...

A trentadue anni si era gettata dal settimo piano, mettendo fine al dolore.

Non avrebbe mai immaginato di rinascere.

E ora, guardando l’uomo fuori dal recinto di vetro, immobile e senza espressione, sentì il cuore dolerle fino a intorpidirsi.

Che assurdità.

Era la loro sorella di sangue, la loro figlia. Eppure, alla fine, non era stata nulla in confronto a un’estranea.

Proprio allora, un serpente le strisciò su per la schiena e la lingua le sfiorò la guancia.

Gli anni di trauma le piombarono addosso con violenza, e il buio la inghiottì.

Fuori dal recinto di vetro, Brandon aveva gli occhi incollati al telefono, a controllare le condizioni di Helena.

Poi sentì un rumore e vide Katrina a terra, il viso livido, pallido come la morte.

«Katy!» La sua espressione cambiò di colpo; spalancò la porta e la sollevò tra le braccia, portandola fuori.

In quel momento Helena arrivò zoppicando. Vedendo la scena, nei suoi occhi dall’aria innocente guizzò un lampo di veleno.

Svenuta per così poco? Bene. Meglio ancora se morisse.

Ma a parole fu un’altra cosa. «Bran, che cosa è successo a Katy? Vado subito a chiamare un medico.»

Si voltò per andare. Dopo due passi, finse di cedere, accasciandosi con debolezza. «Oh no… il piede…»

A quella vista, a Brandon si strinse il cuore. Spinse immediatamente Katrina tra le braccia di una domestica e corse a sostenere Helena.

«Ti sei appena fatta male al piede. Come puoi essere così distratta? Ti porto di nuovo dal medico.»

«E Katy?»

«È solo svenuta, non è morta. E poi se l’è meritato!» La voce di Brandon era concitata.

Senza nemmeno voltarsi verso Katrina, si affrettò via con Helena in braccio.


Katrina rimase incosciente per un giorno e una notte, prima di riprendere finalmente conoscenza.

Quando aprì gli occhi, si ritrovò distesa sul letto morbido della sua camera. Aveva la gola arida e il corpo indolenzito. Le scene terrificanti di prima dello svenimento le tornarono in mente, una dopo l’altra.

Sopportò il dolore, ripetendosi che, con quella rara seconda occasione che la vita le stava concedendo, non poteva assolutamente farsi abbattere da un piccolo contrattempo.

In questa vita avrebbe vissuto bene, per sé stessa.

Con quel pensiero, a poco a poco, le emozioni si placarono.

La porta si aprì di colpo. Entrò una figura alta e imponente: Brandon.

Il suo viso era gelido mentre la squadò. Prima ancora che parlasse, Katrina avvertì l’aria nella stanza farsi più pesante.

«Ora che sei sveglia, chiedi scusa. Poi chiudiamo qui.»

Il tono con cui lo disse aveva qualcosa di elargito, come una concessione.

Poi si voltò e aiutò Helena, ferma sulla soglia, a entrare.

Helena si reggeva alle stampelle, il piede fasciato da bende spesse. Con voce patetica disse: «Bran, Katy non l’ha fatto apposta, di sicuro. Siamo una famiglia… non c’è bisogno di scusarsi.»

E lanciò anche un’occhiata a Katrina. Quando abbassò gli occhi, in quello sguardo guizzarono trionfo e provocazione.

«Sei troppo buona, ecco perché ti prendono di mira di continuo. Se oggi non chiede scusa, non finisce qui!» Brandon fissò Katrina con uno sguardo freddo.

Katrina guardò quei due recitare in coppia e le venne la nausea.

Come aveva fatto a sopportarlo, nella sua vita precedente?

Rise piano, osservando il volto innocuo di Helena. «Quando mi hai incastrata, non sapevi che nel vano scale ci sono le telecamere di sorveglianza?»

Appena quelle parole uscirono, l’espressione di Helena si irrigidì all’istante. Ma subito dopo si distese di nuovo.

Fece la parte dell’offesa. «Katy, io non ti ho neppure dato la colpa… e tu pensi che ti abbia incastrata?»

Mentre le ultime sillabe cadevano, anche Brandon si rabbuiò, guardando Katrina come si guarda un cane randagio sul ciglio della strada.

«Katrina, basta con queste assurdità. Lena è già disposta a lasciar perdere—non tirare troppo la corda!»

All’improvviso Katrina si sentì annoiata. Era rinata e, in quella preziosa seconda vita, non aveva tempo per uno spettacolo tanto squallido. Non disse altro. Scese dal letto e si avviò verso la sala di sorveglianza.

«Katy, non ti sei ancora ripresa. Riposati prima, va bene?» Helena la afferrò in fretta.

«Lasciami!»

Katrina la respinse.

Non usò molta forza, eppure Helena cadde a terra, e gli occhi le si riempirono all’istante di lacrime.

«Katrina!» ruggì Brandon. «Hai perso la testa? Non lo vedi che Lena ha un piede ferito?»

Katrina li ignorò completamente: era già fuori dalla porta e stava scendendo le scale.

«Bran, vai dietro a lei!» Helena andò in un lieve panico, la voce tremante.

Non aveva paura che Katrina tirasse fuori delle prove. In fondo la sua messinscena era stata impeccabile: Katrina l’aveva davvero toccata.

Aveva solo la sensazione che la Katrina di oggi fosse diversa. Bisognava schiacciarla, oppure un giorno le sarebbe passata sopra, di sicuro.

Brandon annuì. «Non preoccuparti.»


Intanto Katrina aveva già aperto il filmato della sorveglianza relativo all’incidente.

Quelle telecamere coprivano ogni angolazione, senza punti ciechi. Quando quei due ipocriti arrivarono, lei aveva appena riavvolto al momento cruciale.

Nel video, Helena le afferrava il braccio con insistenza. Katrina, infastidita, cercava soltanto di ritrarre la mano, quando Helena si mise a gridare e cadde all’indietro, come se fosse stata spinta con violenza.

Chiunque non fosse cieco avrebbe visto l’inganno di Helena.

«Questo video è proprio la prova che hai spinto Helena, no?» La risata fredda di Brandon arrivò alle sue spalle.

Katrina si sentì ridicola e triste. Lui aveva scelto di essere cieco, pur di difendere Helena. Girò lo schermo verso di lui. «Guardalo bene, per favore.»

Il video rallentò. E si vide chiaramente che Katrina aveva soltanto allungato la mano.

Brandon si inghiottì le parole che aveva sulle labbra, il volto che si induriva. Dopo qualche secondo sbatté il palmo sul tavolo. «Se non avessi provocato Lena di proposito, si sarebbe fatta male? E poi, chi lo sa quanta forza hai usato!»

Vedendolo buttare via ogni briciolo di ragione pur di proteggere Helena, a Katrina venne solo da ridere.

Lei aveva davvero sperato di dimostrare la propria innocenza.

Che cosa inutile.

«Va bene.» Sorrise con un senso di liberazione, mentre l’ultimo filo di speranza le si spegneva nel cuore. «Chiedo scusa. Ho sbagliato io. Contento, adesso?»

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