Capitolo 5

Katrina era pronta. Fece un passo avanti e sbarrò la strada a Helena. «Se volete la verità, chiamate la polizia. Fare del male di proposito può costarti qualche anno di prigione.»

Brandon accorse e afferrò Helena. «Ma di che stai parlando? È una questione di famiglia. Non possiamo chiamare la polizia.»

«Se siete tutti così sicuri che io abbia fatto qualcosa, allora come dovrei ripulire il mio nome?» Katrina sembrava sconvolta. «Brandon, davvero stai cercando di scaricare la colpa su di me?»

«Brandon…» La voce di Helena tremò mentre lo chiamava; pareva sul punto di aggiungere altro, ma non ci riuscì.

Kent colse quello sguardo colpevole sul suo viso. Sembrò capire. L’espressione gli si indurì. «Me ne occuperò io. Vai di sopra.»

Katrina sapeva che cosa significava: lui aveva capito, eppure avrebbe comunque coperto Helena.

Pazienza. Non aveva più energie per continuare a litigare su quella storia.

Tornò dritta in camera sua, aprì il portatile e buttò giù una lettera di dimissioni.

Da quando si era diplomata all’accademia di cinema, a luglio, faceva tirocinio nella società di intrattenimento del Fontaine Group.

Ma in più di tre mesi non le avevano concesso nemmeno una possibilità di comparire in pubblico.

Gli uomini della famiglia Fontaine pendevano tutti dalle labbra di Helena. Ogni buona occasione finiva a lei.

E, inoltre, pensavano che Katrina in pubblico avrebbe fatto fare brutta figura ai Fontaine. Non avevano la minima intenzione di lasciarla arrivare da qualche parte.

Nella sua vita precedente, Helena l’aveva distrutta, costringendola a buttarsi da un palazzo, disperata. Intanto Helena aveva vinto il premio come Miglior Attrice a Cannes ed era diventata una star enorme.

Adesso, rinata, Katrina non si sarebbe limitata a riprendersi i suoi sogni: avrebbe fondato una sua società di intrattenimento e avrebbe strappato a Helena quel titolo di Miglior Attrice, sotto il suo naso.

All’improvviso sullo schermo comparve una notifica di notizie. [La Noah Crane Charitable Foundation dona 100 milioni di dollari...]

Katrina ci cliccò sopra. Nella foto dell’intervista alla stampa c’era un volto di una bellezza quasi violenta: lineamenti netti, raffinati; un’aura di ricchezza e arroganza che sembrava uscire dallo schermo.

Noah sollevava lo sguardo verso la camera, la fronte appena corrugata, come se l’obiettivo fosse troppo vicino e gli desse fastidio.

Accidenti, era bellissimo. Per un istante Katrina credette che fosse una specie di celebrità.

Rimase a fissare la foto a lungo, mentre nel petto le si muoveva una strana familiarità.

Le balenò nella mente un’immagine: un volto sfigurato. Pensò a qualcun altro. Qualcuno della sua vita precedente che aveva passato dieci anni con lei in quell’ospedale psichiatrico.

Quella persona aveva subito la sua stessa sorte, solo peggiore. Non solo sfigurata, ma con le gambe spezzate, la voce annientata.

In quell’inferno erano stati l’unica luce l’uno per l’altra.

Si erano promessi che sarebbero scappati insieme. Ma quando la libertà fu a un passo, Katrina capì di essere stata soltanto un gradino per la sua fuga.

Lui era scappato. E l’aveva lasciata indietro.

Katrina inspirò a fondo, ricacciando via quei ricordi gelidi.

Il passato. Quelle persone. In questa vita non ci avrebbe più pensato.

Per prima cosa doveva riprendersi una parte dei suoi beni dalla famiglia Fontaine. Le servivano come capitale per cominciare.


Quella notte, Katrina sentì all’improvviso delle fitte acute allo stomaco. Si coprì di sudore freddo e si alzò. Appena uscì dalla stanza, si trovò davanti Helena.

«Katy, dove stai andando?»

Helena era sorretta da una domestica. Vedendo Katrina pallida e piegata dal dolore, disse con aria compiaciuta: «Stai male? Non hai proprio una bella cera.»

Katrina non aveva energie per discutere. Scese di sotto in cerca di un medicinale per lo stomaco.

Dietro di lei, Helena sogghignò e sussurrò qualcosa alla domestica.

Neanche dopo aver preso il medicinale Katrina si sentì meglio. Anzi: il dolore peggiorò.

Provò a chiamare il medico di famiglia dal telefono fisso. Più volte. Nessuno rispose.

La villa avrebbe dovuto essere piena di personale. Eppure, in quel momento, non c’era nessuno.

Katrina si rannicchiò sul divano. Era come se le viscere le venissero schiacciate e strizzate. Il dolore era così forte che le si annebbiava la vista.

Un attimo prima di perdere i sensi, chiamò il 911.

Quello che non sapeva era che, poco dopo la sua chiamata, Helena aveva fatto chiamare i suoi fratelli dalla domestica.

«Mi fa malissimo il cuore… non respiro…» Helena era pallida. Sembrava debolissima.

I fratelli Fontaine erano fuori di sé dall’ansia. La presero subito e la portarono fuori, diretti in ospedale.

Quando videro l’ambulanza davanti alla villa, diedero per scontato che la domestica l’avesse chiamata per Helena. L’aiutarono a salire.

«Abbiamo ricevuto una chiamata al 911 da Katrina Fontaine. È lei, Ms. Fontaine?» chiese il paramedico.

Brandon rispose, gelido: «Katrina ha chiamato l’ambulanza per mia sorella».

«Katrina è senza cuore. Lena sta così male e lei non si degna neppure di occuparsene», sbuffò Lancelot. «È sempre stata marcia dentro».

«La chiamo e le dico di venire in ospedale a badare a Lena», disse Kent, furibondo.

La chiamò più volte. Nessuna risposta. S’infuriò ancora di più e la coprì d’insulti.

Helena era distesa nell’ambulanza e ascoltava tutto. Dentro, trionfava. Fuori, invece, si mostrava dolce, gentile.

«Lance, Kent, non dite così. Non do la colpa a Katy. Ha solo un po’ di carattere. Se la tratto meglio, prima o poi mi accetterà come sorella.»

Persino malata, difendeva Katrina in mezzo alle lacrime. Era uno strazio da vedere.

Lancelot e Kent si scambiarono uno sguardo, entrambi rincuorati. Pensarono che Helena fosse infinitamente più premurosa di Katrina.


Katrina aspettò a casa per più di due ore.

Resse quel dolore atroce finché, alla fine, svenne.

Rimase così tutta la notte.

La mattina dopo, venne strappata al sonno da delle urla.

«Tua sorella ha sofferto tutta la notte e tu non sei nemmeno andata in ospedale a vederla. Non si è ancora svegliata. Che razza di sorella sei?»

Era Brandon.

Aveva il volto cupo, terribile. La voce fredda, tagliente.

Katrina sobbalzò.

Non capiva. Lei era la vera figlia dei Fontaine. La loro vera sorella.

Allora perché erano così crudeli con lei?

Solo perché Helena sembrava più indifesa?

Il dolore al ventre non era passato. Katrina non riusciva neppure a parlare.

«Di’ qualcosa!» Brandon non aveva intenzione di lasciarla stare. La afferrò e la tirò su con uno strappo.

«Già che sei sveglia, alzati e prepara la colazione per tua sorella. Poi vieni con me in ospedale a vederla!»

La tirò con tanta forza che Katrina rischiò di cadere.

«Tu…» Brandon si accorse finalmente che qualcosa non andava.

Il braccio di Katrina scottava. In viso era bianca come un fantasma.

«Stai fingendo di essere malata, di nuovo?» La sua prima reazione fu accusarla.

«Sì, sto fingendo. Sto per morire. Contento, adesso?» Katrina lasciò uscire una risata di scherno. La gola le bruciava di un dolore acuto.

Si rannicchiò, stringendosi contro l’agonia, con l’idea di aspettare che passasse un po’ prima di andare in ospedale da sola.

Non capiva perché l’ambulanza della sera prima non fosse mai arrivata.

All’improvviso qualcuno la sollevò tra le braccia. La voce di Brandon, ansiosa, le rimbombò nelle orecchie. «Ti porto in ospedale!»

Dopo di che, Katrina perse conoscenza.


Katrina venne portata di corsa al pronto soccorso.

Due ore più tardi, il medico uscì togliendosi la mascherina. «La paziente aveva un’appendicite acuta. Brandon, che razza di fratello sei? Meno male che sono bravo, altrimenti sarebbe potuta morire.»

Si chiamava Chris Watson. Era il fratello minore di uno degli amici di Brandon, e tra loro erano sempre andati d’accordo.

Quando Chris vide i risultati degli esami di Katrina — anemia, peso gravemente sotto la norma — non riuscì a trattenersi: «Brandon, anche se è la figlia adottiva della tua famiglia, non dovreste maltrattarla. È illegale.»

Era chiaro che Chris aveva capito male. Credeva che Katrina fosse la figlia adottiva dei Fontaine, Helena.

Brandon non rispose.

Restò in silenzio, lo sguardo fisso sul referto di Katrina. Gli bruciavano gli occhi.

Chris inarcò un sopracciglio e guardò Lancelot. «Lancelot, che sta succedendo?»

L’espressione di Lancelot era complessa mentre guardava Katrina sul letto d’ospedale.

Ora era sveglia, ma si era voltata dall’altra parte. Era evidente che non aveva alcuna voglia di avere a che fare con loro.

Lancelot sentì un dolore sordo al petto. Non sapeva come chiamarlo: senso di colpa mescolato a frustrazione.

Senso di colpa perché Katrina aveva sopportato un’appendicite acuta per tutta la notte mentre loro la incolpavano di non essersi presa cura di Helena.

Frustrazione perché non aveva detto a lui — suo fratello — che stava male.

L’aria nella stanza si fece tesa.

Proprio allora Kent irruppe dentro gridando: «Lena si è svegliata! Dov’è Katrina? Portatela da lei, deve prendersi cura di Lena.»

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