Capitolo 5 Il vestito blu per bambini

Le guardie si mossero subito, trascinando Bea dentro la stanza e sbattendo la porta.

Lei provò a correre dal suo Master non appena la porta si aprì, ma non riuscì a muovere le membra. Cercò di afferrare la mano di Savonnuh, lì dov’era posata contro l’abito azzurro da neonata, ma non ci riuscì. Niente rispondeva ai suoi comandi. Poteva soltanto restare immobile e fissare, mentre le guardie si agitavano per la stanza.

Uno di loro afferrò la sedia che era stata rovesciata e ci salì sopra per sciogliere i lenzuoli con cui Savonnuh si era impiccata.

Bea guardò mentre spostavano il corpo sul letto. I suoi occhi ciechi, morti, fissavano il soffitto senza vedere.

«Cazzo.» urlò la guardia che la notte prima le aveva lanciato il cibo.

Si erano messi ai due lati del letto e la guardavano dall’alto.

«Perché cazzo si è ammazzata?» chiese l’altro. Dopo una breve pausa aggiunse: «Randy, siamo fottuti!»

«CAZZO!» ripeté Randy.

«Che facciamo?»

«Cazzo.»

«È TUTTO quello che sai dire!? Se non consegniamo Savonnuh al castello del Principe, Visca ci mangia vivi, e se anche non lo fa lui, chi lo sa cosa ci farà il nostro Alpha!»

«LO SO, Nick, ma…» Allargò una mano in direzione di Savonnuh.

«Cazzo.» Stavolta toccò a Nick.

«Se solo avesse aspettato ad ammazzarsi finché DOPO non l’avessimo consegnata. Adesso siamo fottuti e ci teniamo ‘sto brutto bastardo.» Si scambiarono uno sguardo, poi si voltarono verso Bea. «Già. La piccola Beastly schifosa.»

Cominciarono ad avvicinarsi, e a Bea mancò il respiro; gli occhi le si spalancarono. Stavano allungando le mani verso di lei quando, alle sue spalle, un colpo secco risuonò contro la porta.

«Che succede lì dentro!? Se c’è qualche danno, lo pagherete tirandolo fuori dalle tasche dell’Ex-Beta!» arrivò un urlo ovattato attraverso il legno.

Randy aveva il braccio teso verso Bea; sogghignò e disse: «A meno che non vuoi unirti alla nostra festicciola, levati dal cazzo.»

Bea udì altre parole smorzate che si allontanavano lungo il corridoio. Voltò la testa per guardare la porta, e fu allora che sentì la mano di Randy sfiorarle il viso, scivolare dietro e afferrarle una manciata di capelli.

«La piccola Beastly schifosa.» Le tirò su la faccia fino a portarla a un soffio dalla sua, schiacciandole addosso il corpo. «Uno dei tuoi Master è morto. Freddo. Vuoi raggiungerla?»

Lo stomaco le si strinse, crampi violenti le attanagliarono il ventre, e i muscoli iniziarono a tremarle e a scuoterla senza controllo. Eppure riuscì ancora a scuotere la testa, anche se la presa tra i capelli le mandava fitte di dolore sul cuoio capelluto.

«Naaah. Non lo pensavo.» Le tirò il viso ancora più vicino, tanto che Bea sentì l’odore dell’alcol e del grasso che aveva ingurgitato la notte prima. «Ti è rimasto ancora un Master, no?»

La fronte di Bea si corrugò, mentre cercava di capire che cosa stesse dicendo.

«Sei proprio una bestia stupida, eh? Parlo del tuo Principe. Ci hanno ordinato di portare una sposa al Principe Dax, e se vuoi assicurarti che il tuo cadavere gelido non si unisca alla signora, allora devi ascoltarmi con molta, molta attenzione.»

Senza lasciarle i capelli, la trascinò fino al corpo di Savonnuh e le spinse la faccia in giù, costringendola a vedere i lividi attorno al collo e a respirare l’odore della morte che emanava da lei.

«Da ora in poi sarai Savonnuh Destran. Tuo padre è Visca Destran, ex Beta del nostro Alpha. Tua madre è Jules Destran, e al tuo arrivo al suo Castello sposerai il Principe Dax. Non dirai una parola di quello che è successo in questa locanda.»

Le schiacciò il viso ancora più vicino a quello di Savonnuh, finché il naso le si premette contro il freddo della sua guancia. Non riuscì a trattenere il vomito che le risalì in gola, ma si costrinse a ingoiarlo invece di contaminare la bellissima forma della sua Padrona.

«Se non vuoi unirti alla Dama di ghiaccio, farai esattamente come diciamo noi. Quando diciamo di farlo. Come diciamo di farlo. È chiaro, piccola Bestia?»

Annui, pentendosene all’istante quando il naso le sfiorò la guancia gelida di Savonnuh.

Randy la rimise in piedi e, lentamente, sfilò le dita dai suoi capelli. Fece un passo indietro e chinò appena il capo davanti a lei.

«Ms. Savonnuh, per favore si vesta mentre ci prepariamo a partire per il Castello di Dax.» Il suo sguardo seguì il gesto della mano che indicava il corpo di Savonnuh.

No. Non poteva voler dire… «N-n-non vorrai che mi metta il suo… vestito?» Girò la testa verso Randy e attese la risposta.

Un sorriso ripugnante gli si allargò sul volto. «Non si butta via niente.»

Un brivido cattivo le scivolò lungo il corpo.

In quel momento il tempo parve sfuggirle di mano. Sapeva di aver sfilato il vestito a Savonnuh e di esserselo infilato addosso, sul suo corpo esile. Le penzolava addosso come un sacco di patate. Sapeva che le guardie avevano infilato il corpo di Savonnuh nel bagaglio e l’avevano portato via. Sapeva che avevano lasciato la locanda e che, per tutto il tempo, le guardie la chiamavano Ms. Savonnuh e la trattavano come una signora.

Si sentiva fuori dal proprio corpo. Come se stesse guardando qualcun’altra camminare in giro e vivere. Era la sua voce quando parlava, eppure le parole che uscivano sembravano di un’altra.

La carrozza si arrestò, e lì il tempo tornò normale per Bea. Guardò le mani posate in grembo. Il colore della sua pelle era così più scuro di quello della sua Padrona. Il ricordo della mano di Savonnuh appoggiata sul tessuto blu le balenò nella mente. Si piegò sul sedile e ebbe dei conati a vuoto. Non l’avevano nutrita per tutto il giorno, quindi nello stomaco non c’era nulla da tirare fuori. Non sapeva se esserne felice o arrabbiata.

Lo sportello della carrozza si aprì e comparve una mano. Le tornarono in mente le parole della guardia, quella mattina: «Unirti alla Dama di ghiaccio.» Un gelo le corse lungo le braccia.

Infilò la mano nella sua e guardò oltre la sua spalla il panorama davanti a lei. Un grande castello bianco si innalzava alto nel cielo. File di servitori la attendevano, e in mezzo stava un uomo alto e magro, in un abito attillato.

Staccandosi dal gruppo, l’uomo le andò incontro e, fermatosi davanti a lei, chinò il capo e disse: «Ms. Savonnuh.»

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