Capitolo 6
Presi la mia decisione nel corso della notte. La casa del branco è l'edificio più alto del territorio del branco Silver Moon, arrivando fino a sette piani. Nessuno sopravvirebbe a una caduta da un'altezza simile. Avevo fatto le mie ricerche molte volte, e quale momento migliore di questo per mettere in atto il mio piano? Potevo raggiungere il tetto dell'edificio attraverso la scala antincendio sul retro.
Soffrivo mentre il mio compagno si dava piacere tra le gambe di un'altra donna e, al sopraggiungere del mattino, avrei dovuto subire la frusta dell'Alpha e la punizione per essermi trovata in casa sua. La mia lupa uggiolava, troppo debole per guidarmi o per dissuadermi, distrutta da ciò che stava subendo.
Le mani mi tremavano mentre stringevo la penna, con le lacrime che mi rigavano il volto e il braccio libero stretto allo stomaco. Era davvero necessario scrivere un biglietto d'addio? Ailana era l'unica che avrebbe sofferto per la mia decisione e dovevo mettere nero su bianco qualcosa per alleviare il suo dolore. Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato e mi ero trattenuta fin troppo a lungo, soprattutto per lei, ma non potevo sopravvivere un giorno di più nel branco Silver Moon.
Quando il dolore diminuì leggermente, presi la penna e iniziai a scarabocchiare le mie ultime parole su un foglio, prima che la sofferenza tornasse a colpire. Avevo un messaggio per l'Alpha e la sua Luna, un messaggio per il mio compagno, una parola per Zella e per gli altri membri del branco, ma lasciai l'ultimo per Ailana. Speravo che trovasse lei il biglietto per prima.
Non ero del tutto guarita, avevo il corpo ancora coperto di lividi e chissà cosa mi avrebbe fatto l'Alpha al sorgere del sole. Il mio corpo non sarebbe stato in grado di reggere altra tortura e, se dovevo morire, avevo la possibilità di farlo alle mie condizioni. Dopo tutto quello che avevo passato negli ultimi anni, meritavo di concedermelo.
Uscii dalla mia stanza con cautela, dirigendomi rapidamente verso il retro della casa del branco. Quando trovai le scale che portavano al tetto, notai con sollievo che non erano chiuse a chiave. Le gambe mi tremavano e le lacrime mi riempirono di nuovo gli occhi. Dato che la porta era aperta, significava che c'era almeno un guerriero di guardia sul tetto per sorvegliare i dintorni in caso di intrusi. Mi appiattii contro le ombre e chiusi gli occhi, recitando una preghiera silenziosa alla Dea Luna, pregando di non essere scoperta e chiedendole di accettare la mia anima impura.
Finalmente in cima alle scale, sbirciai attraverso la porta e notai un guerriero sul lato sud. Sembrava addormentato. Che negligenza... scossi la testa.
Il mio corpo non aveva mai tremato tanto come in quel momento. Fuori faceva freddo, ma io ero coperta di sudore. È più facile pensarlo che farlo davvero, ma mi consolai con il fatto che quel gesto mi avrebbe portato la pace.
«Ehi!» Girai di scatto la testa e vidi che la guardia si era alzata. «Che cosa stai facendo, Schiava?» tuonò. Boccheggiai, ma non aspettai un secondo di più: scattai e mi misi a correre.
Il guerriero si lanciò al mio inseguimento. Era più forte, più veloce, e mi afferrò per la manica a pochi centimetri dal bordo del tetto. Provai a lottare con lui, ma non avevo né le sue abilità né il suo addestramento. Mi sopraffece in pochi secondi, inchiodandomi a terra con le ginocchia e puntandomi la pistola contro.
«Che cazzo credi di fare, Schiava?» ringhiò.
«Premi il grilletto» dissi con un sorriso beffardo. Ero stata sul punto di togliermi la vita e lui pensava che avessi paura della sua stupida pistola? Volevo morire, cazzo, e a quel punto non mi importava in che modo. Volevo solo che tutto finisse. «Uccidimi!» urlai.
Come rendendosi conto della sua stupidità, ritirò la pistola e se la infilò in tasca, ma senza lasciarmi andare. «Non mi importa se vivi o muori, ma se hai intenzione di ammazzarti, non lo farai durante il mio turno. Non posso finire nei guai per te, inutile idiota» sibilò.
«Non finirai in nessun guaio se mi lasci morire, ciccione di merda. A nessuno importa di...» il suo pugno enorme mi atterrò sul viso prima che potessi finire la frase, facendomi scattare la testa di lato.
«Chi ti dà l'audacia di parlarmi in questo modo, maledetta bastarda!» ringhiò. «Prima ti caverò ogni singolo dente dalla bocca, uno dopo l'altro, poi ti taglierò la lingua e ti strapperò gli occhi dalle orbite. Forse dopo ti lascerò morire dissanguata. È un modo più interessante di morire, non credi?»
Rabbrividii, e un ghigno gli si allargò sulle labbra. «Forse posso assaggiarti prima di allora», disse. «Scommetto che sei ancora intatta laggiù. Mi piacerebbe infilare il cazzo in quel tuo buco stretto, darti piacere prima di ucciderti. Penso sia un’idea migliore. Sarebbe un peccato lasciarti sprecare così.»
Lottai per liberarmi dalla sua presa non appena scorsi il suo rigonfiamento in crescita. «Lasciami andare», lo avvertii, ma la voce mi tremava.
«Che succede qui?» La voce aspra dell’Alpha Thane rimbombò dietro di noi. Il guerriero si mosse rapidamente, sollevandomi da terra con le mani ancora bloccate dietro la schiena e spingendomi in avanti per farmi fissare negli occhi freddi e spietati dell’Alpha.
I suoi occhi brillavano di rosso per la rabbia e la sua aura da Alpha riempiva l’aria. Nella mano sinistra stringeva un pezzo di carta. Chiusi gli occhi per un istante e deglutii a fatica quando riconobbi il foglio che aveva in mano.
Devo ammetterlo: sono la persona più sfortunata, disgraziata, sventurata e iellata sulla faccia della terra.
«Alpha», il guerriero fece un inchino, «ha cercato di buttarsi giù dall’edificio.»
«E questo cos’è?» sghignazzò lui con irritazione. Non avrei mai pensato che l’Alpha Thane sarebbe stato il primo a trovare il mio biglietto. Non visitava mai la mia stanza e non credevo nemmeno sapesse dove si trovasse. Se avesse voluto punirmi, avrebbe mandato i suoi scagnozzi a prendermi.
Scommetto che sua moglie gli aveva detto che ero stata in casa loro il giorno prima e che lui aveva in mente un altro tipo di punizione per me. Era venuto a prendermi di persona, la stessa mattina in cui avevo tentato di uccidermi. Se la sfortuna fosse una persona, sarei io.
«Alpha...» le parole mi si bloccarono in gola.
«In ginocchio», ordinò. Il guerriero mi colpì dietro le ginocchia, facendomi crollare a terra.
«Ti nutriamo. Ti diamo un tetto. Tolleriamo la tua incompetenza. Respiri la nostra aria! Bastarda traditrice! E pensi di avere il diritto di decidere cosa fare della tua vita?» sbraitò, facendo passi lenti e calcolati verso di me.
«Tu mi appartieni, Schiava. Ti ho comprata. Ti possiedo. Ti dirò io quando respirare e quando non respirare», sibilò.
Tremai al suo comando, con la pelle d’oca che mi ricopriva il corpo. Spiegò il biglietto, leggendo ad alta voce parte del contenuto, seguito da una risata vuota dopo ogni frase. Accartocciò il foglio tra le mani con rabbia, accovacciandosi per portarsi al livello dei miei occhi. Ma non riuscivo mai a guardare il mio Alpha negli occhi, indipendentemente dalla situazione.
«Apri la bocca», disse lentamente. Obbedii immediatamente al comando, dischiudendo leggermente le labbra.
Lui fece un sorrisetto, poi mi tenne ferma la testa con una mano e mi ficcò violentemente il biglietto in bocca finché non ebbi un conato.
«Pezzente ingrata», sbuffò. «Mastica.»
I miei occhi erano già rossi per il troppo pianto, ma altre lacrime scesero liberamente sulle guance. Mi afferrò la mascella con forza, con gli artigli che si allungavano fino a perforarmi la pelle. «Mangialo, fottuta bastarda. Mangia quelle parole che hai scritto.»
Iniziai lentamente, masticando la carta pezzo dopo pezzo e piangendo mentre lo facevo. Mi avevano spezzata in molti modi, ma non mi lasciavano nemmeno morire. La mia lupa era spezzata, il mio mondo era in frantumi e non sarei mai riuscita a trovare una via d’uscita. L’Alpha Thane aveva ragione. La mia vita gli apparteneva e poteva farne ciò che voleva.
«Visto che vuoi morire, esaudirò il tuo desiderio», disse infine, mentre continuavo a masticare la carta che conteneva quelle che avrebbero dovuto essere le mie ultime parole.
«Ti lascerò morire, ma dovrà avvenire alle mie condizioni», sorrise sardonico, raddrizzandosi in tutta la sua altezza. «Portatela nelle segrete. La cella più piccola. Rinchiudetela. Lasciatela senza acqua né cibo. Che muoia di fame», ordinò.
Cercai di implorare, ma mi ricordai che supplicarlo lo avrebbe fatto infuriare ancora di più, e avevo ancora il biglietto in bocca; non potevo permettermi di smettere di masticare mentre mi stava ancora guardando.
La guardia fece il saluto prima di sollevarmi da terra e trascinarmi giù per le scale verso le segrete. Per la seconda volta in una settimana, sarei stata tenuta prigioniera nelle prigioni del branco. Piansi per tutto il tragitto, mentre il guerriero mi copriva di insulti.
