Capitolo 4
Il punto di vista di Emilia
Il cuore mi batteva violento nel petto, le mani erano strette a pugno lungo i fianchi e i palmi umidi di sudore.
Mi ripetevo che dovevo essere forte, ma l'ansia stava avendo la meglio su di me.
Non potevate biasimarmi. Sembrava che mi stessero portando al patibolo.
Seguivo in silenzio la governante, scrutando il corridoio buio come se mi aspettassi che qualcosa saltasse fuori per attaccarmi o chissà cosa.
Quel posto era così maledettamente silenzioso che sembrava che persino le pareti trattenessero il respiro, come se anche l'aria si fosse improvvisamente fermata.
Il suono dei nostri passi riecheggiava, facendomi battere il cuore ancora più forte.
Mi stavano conducendo nelle stanze del Re, un luogo da cui probabilmente non avrei mai fatto ritorno. Ma mi rifiutavo di accettare quel destino. Mi rifiutavo di essere una delle tante donne che non sarebbero uscite vive dal suo letto.
In un modo o nell'altro, ne sarei uscita viva. Non avevo un piano. Non sapevo cosa dire o fare perché il Re non volesse toccarmi.
Ma dovevo inventarmi qualcosa. Non potevo morire, avevo una vita intera davanti a me.
Avevo molte cose da realizzare e nessuna di queste sarebbe stata possibile se fossi morta quella notte.
Espirai dalla bocca per alleviare l'ansia che mi si attorcigliava nel profondo.
Rosella aveva detto che sarebbe stato troppo disgustato per toccarmi, per via del mio aspetto orribile. Di tutte le volte che mi avevano dato della brutta, questa era l'unica in cui speravo fosse vero. Speravo che il Re mi guardasse e non provasse altro che disgusto, abbastanza da cacciarmi via. E allora forse... forse avrei avuto finalmente una possibilità di fuggire da quel posto.
Non potevo arrendermi a quel destino. Non potevo arrendermi alla morte.
La governante svoltò ancora, imboccando un altro corridoio, e io la seguii.
C'erano diverse guardie schierate e capii che ci stavamo avvicinando alla stanza del Re... più vicine al mio destino.
I volti delle guardie erano inespressivi, così freddi da sembrare gente che uccideva per divertimento, e scommettevo che lo facessero davvero.
Stavamo ancora camminando quando sentii il rumore di passi in avvicinamento.
Un uomo alto dai capelli castani camminava verso di noi e, se pensavo che i volti delle guardie fossero freddi, il suo era tutta un'altra storia.
Aveva l'aria di uno che sorrideva solo tenendo in mano il cuore pulsante di un nemico.
Eppure, era uno degli uomini più belli che avessi mai visto. Era muscoloso, con braccia che sembravano capaci di spezzarti il collo senza nemmeno sudare. Il suo incedere era maestoso, come se persino il terreno avesse paura di lui.
Trasudava potere e autorità.
La governante si fermò e io feci lo stesso.
Significava che lei non avrebbe proseguito oltre? Che da lì mi avrebbero portata dal Re Alpha?
Lui si fermò davanti a noi e la governante si inchinò. Non ebbi bisogno che nessuno mi dicesse di fare altrettanto.
«Beta Lucien» lo salutò lei.
Oh, doveva essere il braccio destro del Re. L'uomo che, secondo le voci, era freddo e spietato tanto quanto il sovrano stesso.
L'uomo non rispose; si limitò ad assottigliare lo sguardo su di me, studiandomi come se stesse cercando qualcosa.
Strinsi forte i pugni per impedire alle mani di tremare, tanta era l'intensità del suo sguardo.
«È arrivata con il nuovo gruppo di omega, la stavo portando proprio ora nelle stanze del Re» spiegò la governante.
«Non ce ne sarà bisogno».
Avevo capito bene? Significava che non sarei stata condotta dal Re? Battei le palpebre, confusa, e non riuscii a trattenermi: alzai lo sguardo su di lui. I nostri occhi si incrociarono per un istante, poi abbassai subito la testa.
Ci avevano avvertito di non guardarli negli occhi e io avevo appena infranto quella regola.
Mi avrebbe ucciso, ora?
«Che cosa intendete, Beta Lucien?» domandò la governante, perplessa.
«Il Re ha ordinato che non vuole vedere nessun'altra donna nelle sue stanze...» s'interruppe, e sentii il suo sguardo trafiggermi. «O potrebbe ucciderla prima che lo faccia il suo letto».
Senza aggiungere altro, l'uomo si voltò e si allontanò.
Calò il silenzio per un istante; rimasi immobile, in attesa degli ordini della governante.
«Be', devo dire che sei fortunata. Ma, comunque sia, l'inevitabile accadrà lo stesso» disse, con il tono di chi ha ripetuto quella scena mille volte.
«Vieni con me» ordinò, e io la seguii ripercorrendo la strada da cui eravamo venute.
Significava che non avrei visto il Re quella notte?
Finalmente realizzai appieno ciò che era appena accaduto.
Avrei dovuto incontrare il Re, ma lui aveva detto di non volere altre donne per quella notte.
Poteva essere un segno. Poteva significare che avrei trovato il modo di fuggire.
Non sapevo quando mi avrebbero condotta di nuovo da lui, ma ero sopravvissuta a quella notte.
La governante si fermò davanti a una porta, la spalancò e si voltò a guardarmi.
«Questi sono gli alloggi dove starai con le altre. Ti verrà detto cosa fare fino al giorno in cui il Re deciderà di voler vedere un'altra donna; a quel punto, verrai chiamata».
Annuii. Lei mi lanciò un'occhiata che non riuscii a decifrare del tutto, poi se ne andò.
Feci un respiro profondo prima di entrare nella stanza.
C'erano diverse donne; ne riconobbi alcune del mio branco, mentre altre mi erano estranee, ma sapevo che provenivano da branchi diversi.
La stanza era grande, arredata con vari letti a castello. Un bel letto dove dormire in attesa del proprio turno per morire, pensai.
Mi diressi silenziosamente verso un letto vuoto e mi arrampicai sulla cuccetta inferiore.
Il mio sguardo cadde su una ragazza in un angolo della stanza: tremava visibilmente, perché tutte noi sapevamo per quale motivo eravamo state condotte lì.
Per morire, o per curare la maledizione del Re.
Mi rannicchiai lontano da tutte, tirandomi la coperta fin sotto il mento.
Dovevo solo aspettare che si addormentassero tutte.
Non ero sopravvissuta a quella notte per restare in attesa di essere sacrificata l'indomani.
Dovevo scappare e dovevo farlo... stanotte.
