Capitolo 1 Contratto

Lavoravo alla Zalco Company da sei mesi quando mi convocarono nell’ufficio delle Risorse Umane. Ci andai subito; mancavano tre giorni alla scadenza del mio contratto di prova. Avevo due possibilità: o mi assumevano a tempo indeterminato o mi mandavano via. Sinceramente non avevo la minima idea di cosa sarebbe successo. Non avevo mai avuto problemi con nessuno, il lavoro era semplice, quindi non commettevo errori, e venivo pagata bene.

Potevo permettermi di affittare un appartamento con altre due amiche, mangiare tutti i giorni, viaggiare, comprare vestiti e uscire ogni tanto.

Avevo parecchi abiti, perché per lavoro dovevo vestirmi in modo elegante e piuttosto formale.

Non erano i vestiti che mettevo all’università e men che meno per uscire; eppure spesso facevo tardi in ufficio e non riuscivo a passare a casa a cambiarmi, andando dritta dal lavoro all’università.

Mi annunciai alla segretaria del responsabile delle Risorse Umane.

Ero davvero nervosa, non lo nego. Non volevo perdere quel posto perché avrebbe significato tornare a casa dei miei genitori, e non ne avevo alcuna voglia. Non per loro, ma perché avrebbe voluto dire vedere continuamente il mio ex ragazzo.

Abitavamo a due isolati di distanza.

Ero convinta che fosse l’amore della mia vita e che io fossi l’amore della sua.

Quando avevamo iniziato a frequentarci, io avevo sedici anni e lui venti.

I miei non erano d’accordo sul fatto che avessi un fidanzato così giovane.

Dicevano che mi sarei bruciata l’adolescenza accanto a qualcuno che forse non ne valeva la pena.

Io non capivo le loro ragioni.

Il primo anno fu tutto rose e fiori, anche se mi allontanai dalle amiche.

Il secondo anno, quando finii il liceo, non fu come il primo.

Molte volte usciva con i suoi amici e io non avevo voglia di uscire con i miei. Me ne erano rimasti pochi.

Stavo sempre a casa.

Quando dovetti andare in gita di maturità con i compagni, ci andai solo perché i miei mi ci costrinsero, dicendo che stavano pagando quel viaggio da due anni e che era troppo denaro da buttare.

Adesso mi pento di non essermi goduta quella gita come avrei dovuto.

Quando tornai, dopo dieci giorni di assenza, scoprii che alcune conoscenze avevano visto il mio ragazzo più volte baciare una ragazza del quartiere dalla reputazione discutibile.

Lui non lo negò; mi disse soltanto che lo avevo abbandonato per andare a divertirmi e che, in ogni caso, aveva fatto lo stesso che probabilmente facevo io con chissà chi.

Poi mi disse che ci era andato a letto un paio di volte, ma che non contava, e mi chiese di perdonarlo.

E io lo feci. Lo perdonai.

Iniziai l’università e a lui non piaceva per niente. A quel punto era sempre con il suo gruppo di amici, compresa quella ragazza con cui era stato mentre io ero via.

I miei mi parlarono per ore per assicurarsi che non mollassi l’università, dicendomi che erano solo quattro anni e che avrei avuto una laurea che mi sarebbe servita per tutta la vita, che non avevo bisogno di lavorare e dovevo concentrarmi sullo studio.

Continuai a stare con Diego, ma non andavamo bene.

Da un po’ lo sentivo sempre più distante; usciva con i suoi amici sempre più spesso. Non studiava; lavorava con suo padre. Economicamente non se la passava male, ma non stava facendo nulla nemmeno per il suo futuro.

Stavamo insieme da tre anni e mezzo quando diverse amiche e perfino mia cugina mi lasciarono intendere più volte che vedeva altre ragazze. Io non volevo crederci e mi faceva male che parlassero di lui.

Un pomeriggio venne a casa Emilia, la mia migliore amica, una delle poche con cui non avevo perso i contatti; aveva persino scelto lo stesso corso di laurea e studiavamo insieme.

«Devi aprire gli occhi, Diego ti tradisce con due ragazze diverse.»

«Non farti influenzare da quello che dice la gente.»

«L’ho visto. Vieni con me e guarda con i tuoi occhi.»

«Se ti riferisci alle ragazze che stanno sempre con quel gruppo, saranno solo amiche.»

«Basta. Quello che hai è un’abitudine o paura, e lui è uno stronzo. Non puoi amare quel tipo, e sono sicura che lui non ama te, né nessuno.»

«Non è vero.»

«Te lo dico chiaro, anche se fa male. Ha messo incinta una.»

Ricordo che mi sedetti, perché capii che Emilia non stava mentendo.

Provai un dolore feroce.

Poteva davvero essere così bastardo?

Per lui non significavo niente?

Stava per diventare padre?

Andai con lei. Facemmo qualche isolato fino a un parco dove lui passava spesso interi pomeriggi con i suoi amici, come se fossero ancora adolescenti senza niente da fare.

Alcuni dei suoi amici non lavoravano e tantomeno studiavano.

Altri sembravano fatti tutto il tempo.

Quasi tutti passavano le ore a bere birra in quel parco, e non una o due: bevevano finché non riuscivano più a reggersi in piedi.

Lo vidi mentre bisbigliava all’orecchio di una ragazza: una bruna mozzafiato, alta, con un gran fisico. Guardai mentre, dopo averle sussurrato qualcosa, le portava la bocca sulla sua e la baciava senza vergogna, proprio in mezzo alla strada; o meglio, in mezzo alla piazza e davanti ai suoi amici.

Qualcuno deve avermi vista e averlo avvertito, perché lui girò la testa e mi guardò.

Poi però si voltò di nuovo verso la ragazza e continuò a baciarla.

Volevo scappare.

Mi sembrava che mi avesse rubato la vita.

Mi tradì ancora.

Volevo ucciderlo.

Per qualche istante rimasi lì a guardarlo.

Continuava a baciarla e ad abbracciarla.

Me ne andai.

Non volevo tornare a casa, così andai da una mia amica.

Ci chiudemmo nella sua stanza e piansi tanto.

Non volevo crederci, quando me lo dicevano tutti.

Continuava a baciarla davanti a me. Voleva dire che mi aveva lasciata?

Molte volte avevo dubitato sul serio di lui.

Tante volte avevo scoperto che mi aveva mentito.

E avevo sempre avuto paura di lui, una cosa che non avevo mai confessato neppure alla mia migliore amica.

Era la fine della nostra relazione, e ciò che faceva più male era quanto fossi stata stupida.

Avrei voluto non sentire niente.

Volevo che il mio cuore non sentisse niente.

Volevo essere fatta di cartone, e invece il mio cuore, che sembrava di vetro, andò in frantumi.

Non ero masochista quando accompagnai Emilia; volevo dimostrarle che si sbagliava, anche se in fondo sapevo benissimo com’era fatto Diego.

Forse, in fondo, aspettavo qualcosa del genere per liberarmi di lui.

Sapevo anche che, davanti ai suoi amici, mi negava come sua ragazza.

Per un po’ ebbi voglia di morire.

La ragazza era carina, e allora? Lo sono anch’io.

Però so che nella vita non aveva concluso niente, proprio come lui.

Forse si meritano.

Io lo amavo, e sono sicura che se lei era come lui, il loro amore era ben poca cosa.

Sapevo che col tempo Diego se ne sarebbe pentito.

Speravo che non riuscisse a dimenticarmi.

Gli avevo dato tutto, corpo e anima.

Nessuno lo amerà come l’ho amato io.

Ma ho dignità, e io mi fermo qui.

Non è che lui mi sia corso dietro.

Non lo fece e, anche se faceva male, mi aiutò a capire che la nostra relazione aveva toccato il fondo, che non esisteva più.

Finì quell’anno, e lui non mi cercò, almeno non all’inizio.

Poi cominciai a vederlo quando rientravo dal college; sembrava pentito. Io mi sentivo libera da lui, anche se il cuore era ancora ferito.

Voleva aggiustare le cose tra noi, ma io non l’avrei mai perdonato; non aveva nemmeno senso provarci.

Mi perseguitava, mi infastidiva e un paio di volte mi minacciò perfino per tornare insieme.

Non seppi mai se fosse davvero diventato padre; non mi importava, ma sapevo che non volevo più vederlo.

In più, avevo una gran voglia di essere indipendente.

Così io, una mia amica e un’altra ragazza del college decidemmo di affittare un appartamento in centro, vicino all’università e a un’ora e mezza, quasi due, da casa nostra.

Anche se dovevamo lavorare per mantenercelo, evitavamo di passare ore e ore al giorno in viaggio.

In alcuni fine settimana andavamo dai nostri genitori.

Stavo bene finché non lo vedevo, quindi cercavo di non uscire quando ero a casa dei miei.

Quello che provavo era più indignazione che altro.

«Valeria Ocampo.»

Qualcuno mi strappò ai miei pensieri.

Avevo bisogno di quel lavoro.

Entrai con ansia nell’ufficio delle risorse umane.

«Buongiorno.»

«Si accomodi, Valeria.»

Feci come mi chiese.

La guardai, in attesa.

«Vedo che le manca mezzo anno per laurearsi in amministrazione aziendale e che parla due lingue.»

«Sì, signora. Parlo e scrivo in inglese e in italiano, e me la cavo in francese.»

«Sarebbe disposta a imparare il cinese?»

«Sì. Imparo facilmente e adoro le lingue. È solo che, in questo momento, non ho i mezzi economici né il tempo per farlo.»

Lei mi sorrise e cambiò argomento.

«Il suo contratto scade tra tre giorni. Tuttavia, visto il suo impegno sul lavoro, le sto offrendo una posizione a tempo indeterminato.»

Sorrisi.

«Anche se non è così semplice.»

«Mi dica.»

Le mie speranze si sgonfiarono all’istante.

«Mr. Alejandro Zalco ha bisogno immediatamente di un’assistente personale: una segretaria, un’assistente, come vuole chiamarla. Il punto è che dovrebbe essere disposta a viaggiare con lui e a studiare cinese. L’azienda pagherà il corso, che può essere di sabato. Non so come riuscirebbe a gestire le lezioni quando dovrà viaggiare.»

«Se dovesse complicarsi con qualche corso, posso finire a febbraio.»

La donna mi sorrise. Era piacevole, nonostante la sua fama da strega.

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