Capitolo 6
Punto di vista di Sera
La prigione sotterranea era buia e umida, l’aria densa del tanfo muffito di anni d’incuria e di un lieve sentore metallico di sangue vecchio.
Quando mi scaraventarono nella cella più profonda come un rifiuto, i vestiti fradici mi si appiccicarono addosso, e il freddo mi morse fino alle ossa.
«Bah! Ti credi chissà chi!»
I due guardiani lupo mannaro di basso rango che mi avevano trascinata fin lì non se ne andarono subito. Girarono attorno alle sbarre di ferro come visitatori allo zoo, gli occhi che mi strisciavano addosso con un misto di libidine e disprezzo.
«Ho sentito che una volta eri una “signorina”, eh? E come sei finita a sembrare un topo annegato?»
Uno dei due ghignò, infilando l’asta della lancia tra le sbarre e piantandomela nella spalla con un colpo secco. «Spogliati! Togliti quei vestiti bagnati! Dobbiamo controllare se nascondi armi!»
Mi raggomitolai nel mucchio di paglia, poi sollevai lentamente la testa. Gli occhi che incrociarono i loro brillavano di una debole luce argentea nel buio, freddi e immobili.
Nel momento in cui i nostri sguardi si agganciarono, sentii qualcosa muoversi dentro di me.
Anche se non avevo uno spirito di lupo, il mio udito era diventato straordinariamente acuto. Sentivo il tonfo-tonfo-tonfo eccitato del suo cuore che accelerava; sentivo l’odore nauseante di tabacco scadente e cibo rancido che gli restava addosso, incollato alla pelle non lavata.
«Fuori.»
La mia voce era roca, eppure portava con sé una freddezza che sembrò estranea perfino a me.
La guardia trasalì, facendo involontariamente mezzo passo indietro. Ma l’imbarazzo si trasformò in fretta in rabbia e lui sollevò la lancia come per infilzarmi attraverso le sbarre. «Sporca puttana! Te la cerchi, la morte!»
«Basta.» L’altro afferrò il braccio del compagno. «Non ammazzarla. Lassù devono ancora interrogarla. Tanto non va da nessuna parte. Ci sarà tutto il tempo di divertirsi con lei dopo che esce.»
Se ne andarono borbottando maledizioni tra i denti. Io lasciai uscire un respiro tremante, il corpo scosso da brividi violenti per la stanchezza.
Flettei le dita con cautela, percependo quel calore lieve ma innegabile che pulsava nelle vene.
Era questo che mi aveva dato la sorgente sacra?
I miei sensi si erano amplificati cento volte: riuscivo a sentire il raschiare lontano dei ratti che rosicchiavano ossa nelle fessure dei muri, riuscivo a vedere ogni tremito delle ragnatele appese al soffitto della mia cella.
Eppure non mi ero ancora risvegliata.
Dentro, c’era ancora soltanto silenzio, nessuna risposta da un’anima di lupo.
Non bastava.
Questo potere era troppo debole. Ma lo sentivo: il mio corpo stava diventando più forte, si stava adattando al dolore.
Afferrai la paglia sotto di me, le unghie che affondavano nella terra.
Datemi solo tempo. Finché non muoio.
Questo debito lo salderò, lentamente e fino in fondo.
La mattina dopo, una luce dura filtrò dalla finestrella stretta. Due robuste domestiche mi tirarono su da terra.
«Lavatela per bene. Non deve portare sfortuna alla piazza.» Mi strapparono di dosso con mani ruvide il vestito da prigioniera ridotto a brandelli, poi mi rovesciarono addosso acqua gelida di pozzo.
Il vento mi tagliava come lame, ma strinsi i denti e non emisi un suono.
Mi costrinsero a indossare un sacco di tela ancora più logoro, di quelli riservati soltanto agli schiavi. Poi mi serrarono pesanti catene di ferro ai polsi e alle caviglie: una lega d’argento progettata apposta per sopprimere la forza di un lupo mannaro.
Il metallo freddo mi premeva sulla pelle, irradiando un dolore bruciante, come se mi ustionasse.
Quando mi trascinarono sulla piattaforma dell’esecuzione in piazza, una folla di membri del branco si era già radunata.
Innumerevoli sguardi mi trafissero come aghi. C’erano disprezzo, scherno e, in alcuni casi — come quello di Vera — un odio così intenso da desiderare semplicemente che sparissi.
Raddrizzai la schiena. Nonostante i ceppi, nonostante l’aspetto miserabile, non abbassai la testa. Il mio sguardo tagliò la folla e si agganciò a Elena sulla pedana rialzata.
Oggi Elena era vestita come una vera regina: l’abito dorato scintillava al sole. Sentì i miei occhi addosso e si voltò a incontrarli, il volto già composto in quella sua espressione tipica di benevolenza addolorata, pronta a dire qualcosa.
Ma nell’istante prima che potesse parlare, lasciai che le mie labbra si incurvassero in un sorriso lento, deliberato, assolutamente sprezzante.
«So che sei stata tu ad avvelenarla. So che hai ucciso Lily.»
Per un solo battito di cuore, il sorriso di Elena si irrigidì. Un lampo di panico le attraversò gli occhi e le dita le si strinsero, d’istinto, sul bracciolo.
Caden se ne accorse all’istante. Seguì il mio sguardo, aggrottando la fronte. Posò una mano rassicurante sulla spalla di Elena e abbaiò un ordine.
«Spingetele giù la testa!»
Due boia mi afferrarono subito le spalle con brutalità, cercando di schiacciarmi la testa verso terra.
Ma anche dietro la cortina dei miei capelli, non distolsi gli occhi da loro.
«Silenzio!» L’Anziano Victor si alzò in piedi, il bastone che colpiva il suolo con un tonfo rimbombante. «Sera! In quanto membro di questo branco, non solo non hai mostrato gratitudine, ma la notte dell’incoronazione della nostra Luna hai tentato il suicidio per minare il morale e hai profanato la sorgente sacra! È un crimine capitale!»
«Pena di morte!» ruggì la folla in risposta.
«Decapitatela!»
«Impiccatela!»
Per quanto ne sapevo, il Branco della Luna di Ferro non giustiziava nessuno da decenni, e quei lupi assetati di sangue sembravano quasi sbavare all’idea di vedermi fatta a pezzi.
«Io non lo accetto.»
Lo dissi all’improvviso, la voce non alta, ma abbastanza chiara da attraversare tutta la piazza.
I boia provarono a coprirmi la bocca, ma io scattai con la testa all’insù con violenza, liberandomi dalla loro presa.
Alzai lo sguardo verso Caden sulla piattaforma rialzata, verso Victor, e la voce mi tremò, ma rimase ferma:
«Mio padre è morto in battaglia salvando l’Alpha Victor! Era un eroe di questo branco! E adesso… è così che trattate la figlia di un guerriero che ha versato fino all’ultima goccia di sangue per voi?!»
La piazza piombò in un silenzio improvviso.
Molti volti tra i membri del branco cambiarono espressione; imbarazzo e inquietudine guizzarono sui lineamenti.
«Ha ragione, il padre di Sera…»
«Il nostro vecchio Alpha gli doveva la vita.»
Il volto di Victor si tinse di un rosso livido.
«Una cosa non c’entra niente con l’altra!» ringhiò, sbattendo il bastone a terra. «I meriti di tuo padre sono i meriti di tuo padre, e i tuoi crimini sono i tuoi crimini! Non solo ti rifiuti di pentirti, ma osi usare tuo padre per ricattarmi qui?!»
«Ricattarti?» Mi sfuggì una risata amara. «Vi hanno forse mangiato il cuore i cani?»
«Basta!» Elena si alzò di scatto.
Si avvicinò al bordo della piattaforma, il viso acceso di una luce quasi eterea, come se fosse un angelo disceso a salvarmi.
«Anziano, Alpha.» La voce di Elena era morbida e dolce. «Sera ha effettivamente commesso un grave errore, ma ha appena perso la sua amata figlia. È comprensibile che, per il momento, non riesca a ragionare con lucidità. Se la giustiziamo adesso, gli estranei diranno che il Branco della Luna di Ferro è freddo e spietato, incapace perfino di tollerare i discendenti dei nostri eroi.»
Fece una pausa; lo sguardo scivolò su di me e, per un solo istante, vidi brillare nei suoi occhi una soddisfazione feroce.
«Perché non… commutare la sentenza in trenta frustate? E farla lavorare come manovale all’interno del branco per espiare i suoi peccati. Così le diamo una possibilità di redimersi, no?»
«Bene!»
«La Luna Elena è così misericordiosa! È praticamente la Dea della Luna incarnata!»
La folla esplose in grida e lodi, come se la punizione che aveva appena proposto non fosse un’umiliazione totale pensata per spezzarmi.
Capii subito. Elena non voleva che morissi in fretta. Voleva che vivessi e soffrissi, che strisciassi nel fango come un cane mentre li guardavo ostentare il loro amore e governare il branco.
«Non lo accetto.» dissi gelida, sostenendo il suo sguardo. «Voglio lasciare il branco. Secondo l’antica legge, ogni membro ha il diritto di scegliere l’esilio. Sono disposta a rinunciare alla mia identità della Luna di Ferro e ad andarmene da qui.»
Se fossi riuscita ad andarmene, sarei stata libera.
«Andartene?» Victor sbuffò con disprezzo. «Credi che questo sia un ristorante? Che entri ed esci quando ti pare? Caden, dai l’ordine.»
Caden rimase in silenzio.
Mi guardò, e la sua espressione era complessa. C’erano rabbia, impazienza e qualcos’altro: un’esitazione che probabilmente non si rendeva nemmeno conto di provare.
