Capitolo 8

Punto di vista di Sera

Mi trascinarono di nuovo in quella baracca di legno fatiscente come fossi un rifiuto.

La porta si richiuse con un tonfo sordo, e il mondo precipitò in un silenzio mortale.

Poiché ero senza lupo, non possedevo le capacità di guarigione di un licantropo. Una ferita del genere per un lupo si sarebbe rimarginata in poche ore, ma per me, senza cure immediate, era letale.

Crollai sul pavimento di pietra gelida, e la coscienza cominciò a sfilacciarsi come fumo nel vento.

Il dolore bruciante alla schiena arrivava a ondate; a ogni respiro era come se avessi ingoiato una manciata di vetri rotti.

Sarebbe finita così?

Forse era meglio...

Proprio allora la porta venne spinta piano. Il cigolio rimbombò nella notte silenziosa, assurdamente forte.

Tutto il mio corpo si tese e quel poco di forza che mi restava mi permise di provare a sollevarmi.

Chi era?

Uno di quei lupi di basso rango in cerca di occasione? Venuto a umiliarmi? O magari ad approfittarsene?

Entrò una figura alta, controluce nella luna, e non riuscivo a distinguergli il volto, ma colsi un lieve odore di tabacco.

«Non avvicinarti...» lo avvertii con voce roca, debole come il ronzio di una zanzara.

«Sono io, Sera.»

La figura si fermò; la sua voce era bassa e ferma. «Sono Jack.»

Jack?

Sforzai gli occhi, cercando nella luce lunare di capire chi fosse venuto.

Era l’uomo di fiducia di Caden, il Beta del branco.

Teneva tra le mani un delicato flacone di porcellana: uno di quegli unguenti curativi di prima qualità riservati solo ai membri del nucleo.

Si fermò non lontano da me, senza fare alcun gesto per avvicinarsi; nei suoi occhi c’era un’emozione complessa, una pietà impastata d’impotenza.

«L’Alpha mi ha chiesto di dartelo.» Jack posò l’unguento sul tavolo di legno consunto, parlando a bassa voce.

Caden?

Faticai a tirare gli angoli della bocca, forzando un sorriso freddo, carico di scherno.

«Portalo via.» Strinsi quelle due parole tra i denti. «Non mi serve la sua carità.»

Jack sospirò, passandosi una mano tra i capelli con evidente disagio. «Sera, non fare così. Io eseguo soltanto gli ordini. Sai che se non consegno la medicina non potrò riferire. L’Alpha può essere arrabbiato, ma si preoccupa ancora per te.»

Si preoccupa?

Per poco non mi misi a ridere.

Quella sarebbe preoccupazione? Era solo l’istinto possessivo di un Alpha su ciò che considera di sua proprietà, nient’altro.

«Vattene.» Chiusi gli occhi, smettendo di guardarlo. «Lascia la medicina, ma tu esci.»

Jack parve pietrificato, come se non si aspettasse un rifiuto tanto netto. Sentii i suoi passi trascinarsi verso l’uscita. In fondo, anche se ormai ero disprezzata come un cane, ero ancora nominalmente la donna dell’Alpha Caden. Da Beta, non avrebbe mai osato toccarmi davvero.

«Abbi cura di te.»

Alla fine Jack sospirò e se ne andò in fretta.

Nel momento in cui la porta si chiuse, aprii subito gli occhi.

Il flacone dell’unguento giaceva silenzioso sul tavolo, luccicando in modo invitante alla luce della luna.

Gli ordini di Caden...

Non me ne importava nulla.

Con ogni briciolo di forza rimasta, mi trascinai su tremando.

Ogni movimento faceva sembrare le ferite sulla schiena come se si strappassero di nuovo. Ma strinsi i denti e avanzai verso il tavolo, un passo dopo l’altro, nell’agonia.

Afferrai il flacone e, con l’ultima energia, lo scagliai fuori dalla finestra con tutta la forza che avevo.

Il suono secco della rottura riecheggiò quando il flacone andò in frantumi. Lo feci apposta, quel rumore, assicurandomi che Jack potesse sentirlo.

Quella era la mia risposta.

Dopo, crollai sfinita contro la gamba del tavolo, ansimando.

Ma non potevo restare lì ad aspettare di morire.

Fissai quel letto logoro, e all’improvviso mi tornò in mente una cosa.

In tutti quegli anni passati a prendermi cura di Lily, fragile e malaticcia, avevo imparato parecchio di erboristeria. Anche se non avevo le capacità di recupero di un licantropo, conoscevo le proprietà dei rimedi.

Con fatica mi trascinai fino al letto e strappai via le lenzuola coperte di polvere.

Poi, barcollando, raggiunsi l’angolo dove avevo messo da parte alcune erbe secche raccolte tempo prima: quelle per fermare il sangue, ridurre il gonfiore, e alcune radici e steli antidolorifici.

Le pestai tutte insieme, mescolandole alla meglio, e poi le sparsi sulle assi dure del letto.

Senza acqua per pulire le ferite, potevo solo sopportare quel dolore atroce mentre premevo con forza la schiena maciullata e insanguinata contro quelle erbe ruvide.

«Ugh…»

Il dolore acuto mi fece calare il buio davanti agli occhi; per poco non svenni.

Un sudore freddo mi inzuppò all’istante tutto il corpo, le unghie affondate nel legno della tavola.

Ma non mi mossi.

Mi costrinsi a mantenere quella posizione, lasciando che i succhi delle erbe filtrassero nelle ferite.

Per quanto facesse malissimo, sentivo quella sensazione di bruciore e puntura venire sostituita a poco a poco da un sollievo fresco.

Le mie cellule, stimolate dalle erbe, si stavano riparando a un ritmo leggermente più veloce di prima.

Ero sopravvissuta.

Anche se a pezzi, anche se avevo perso mia figlia, anche se il mondo intero mi aveva abbandonata.

Ma ero sopravvissuta.

Aprii gli occhi e fissai il cielo notturno, nero come la pece, oltre la finestra.

Un tempo credevo che Caden fosse la mia luna, la mia salvezza.

Ora capivo: solo la vendetta poteva essere la mia unica ragione di vita.


Punto di vista di Caden

All’interno della residenza dell’Alpha.

Ero seduto sul grande divano di pelle, con un bicchiere di whiskey in mano; i cubetti di ghiaccio tintinnavano netti contro il vetro, anche se non avevo bevuto neppure un sorso.

Stavo aspettando.

La porta si aprì ed entrò Jack.

Alzai subito lo sguardo, la mia autorità silenziosa che si irradiava mentre attendevo il suo resoconto.

Jack esitò, tenendo la testa china mentre parlava. «Alpha, la medicina è stata consegnata. Ma… Miss Sera, lei…»

Aggrottai la fronte. Quella donna stava ancora facendo scenate? Piangeva e mi supplicava di vederla?

Nella mia impressione, Sera era sempre stata quella donna che non sapeva vivere senza di me.

Non importava quanto soffrisse: bastava che le offrissi un briciolo di dolcezza e tornava scodinzolando, in lacrime, a implorare il mio perdono.

Davo per scontato che anche stavolta sarebbe stato così.

Avevo perfino già deciso: se fosse stata disposta ad ammettere il suo errore, l’avrei perdonata, seppur a malincuore, per la sua avventatezza.

Jack lanciò un’occhiata preoccupata alla mia espressione e disse a bassa voce: «No, Alpha. Lei… lei ha rifiutato le cure. E ha buttato via la medicina.»

«Cosa?»

Balzai in piedi; il bicchiere mi si inclinò in mano e il liquido traboccò.

«Mi ha mandato via, dicendo che non aveva bisogno della sua carità.» Jack aggiunse: «L’ho vista trascinarsi su un mucchio di erbe, a quanto pare intenzionata a curarsi da sola.»

Mi immobilizzai.

Rifiutato?

Buttato via?

Curarsi da sola?

Un’irritazione inspiegabile mi montò dentro all’istante, come un fuoco che mi bruciava nel petto.

Come osava?

Come osava rifiutare la mia “benevolenza”?

Come osava restare così ingrata dopo che le avevo dato una via d’uscita?

«Ingrata!» ringhiai, sbattendo con forza il bicchiere sul tavolo.

Mi aspettavo di sentir parlare delle sue suppliche dolorose, che mi avrebbero permesso di mostrare magnanimità, esibendo la generosità di un Alpha.

E invece, preferiva usare quelle erbe marce piuttosto che accettare la mia medicina?

Voleva morire? O stava cercando di provocarmi in questo modo?

«Fuori.» feci un gesto seccato con la mano.

Jack, come graziato, si ritirò in fretta.

Cominciai a camminare avanti e indietro per la stanza, con l’irritazione che mi cresceva nel cuore.

Mi dissi che non mi importava.

Presto l’avrei costretta a compiere con me la cerimonia di rifiuto, e allora sarebbe stata soltanto una nessuno senza Lupo, un peso inutile: la sua vita o la sua morte non mi avrebbero riguardato.

Proprio in quel momento, la porta fu spinta piano.

Elena entrò portando un piatto di frutta, un sorriso gentile sul volto.

«Caden,» mi chiamò piano, «che succede? Sei ancora turbato da quella donna?»

Mi fermai, inspirai a fondo e soffocai a forza l’irritazione che avevo dentro.

Mi voltai a guardare la donna impeccabile davanti a me e le mostrai un sorriso tenero.

«No.» Le andai incontro e presi la frutta. «Stavo pensando se non dovremmo rivedere i piani per la cerimonia d’incoronazione della Luna. Dopotutto, oggi c’è stato un piccolo incidente.»

Elena si accoccolò tra le mie braccia, le dita che mi sfioravano leggermente il petto. «Non importa, tesoro. Finché sei al mio fianco, il resto non conta. Quella Sera… non vale nemmeno un secondo del tuo tempo.»

Le cinsi la vita con un braccio e abbassai il capo per baciarle la fronte.

«Hai ragione,» dissi a bassa voce, «non ne vale la pena.»

Eppure, quando chiusi gli occhi, ciò che mi rimase inevitabilmente impresso nella mente fu lo sguardo di Sera: risoluto, gelido come il ghiaccio.

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