Capitolo 2 Il ruolo che assumo come amante
Nessuno nella mia vita reale sa che lavoro qui oltre che alla Reid Global, a parte Sel e Nico. La mia parrucca e la mia maschera ci pensano loro a garantire l'anonimato. Già dopo i primi giorni, ho deciso di tenerlo segreto. Non solo per la mia sicurezza personale (nel caso qualche cliente abituale arrabbiato mi beccasse per strada aspettandosi qualcosa solo perché lo faccio di sera), ma perché sono pienamente consapevole dei pregiudizi che ne deriverebbero.
Se parlo di fetish club a chi non lavora già nell'industria del sesso, so che mi chiederebbero se sono una prostituta, o una pornostar, o se faccio tutte quelle cose di quel film orrendo e famigerato che ha fatto credere a tutti di essere improvvisamente appassionati di BDSM.
No, questi club funzionano in modo molto diverso. C'è un processo, una procedura, che permette a Sel (e a volte a me) di selezionare i potenziali membri. Ci sono quote d'ingresso per tenere alla larga i tizi ubriachi che pensano che io sia solo una spogliarellista. Ci sono sessioni introduttive per abbinare le lavoratrici agli interessi dei clienti. Ci sono misure di sicurezza. Ci sono le guardie. Ogni lavoratrice ha addosso qualcosa che funge da allarme silenzioso, se necessario. Le lavoratrici non vanno mai a casa dei clienti, né in luoghi secondari. Succede tutto nel club. E le cose che accadono al club sono tutte discusse in anticipo tra le lavoratrici e i clienti, raccogliendo il consenso in ogni singola fase. Il sesso vero e proprio, di solito, avviene solo dopo che la lavoratrice e il cliente si frequentano da un po' e hanno costruito uno strato di fiducia nel loro rapporto.
Le persone che vengono qui cercano più che altro di cedere il controllo, un modo per dimenticare i limiti delle loro giornate, le loro responsabilità. Ci sono modi per permettere loro di dimenticare tutto questo, e molti non prevedono solo il farsi scopare.
Il ruolo che assumo è quello di Mistress. A volte faccio la sottomessa, ma è molto raro per me, e deve trattarsi di un cliente davvero molto speciale perché io lo prenda in considerazione. Anch'io vengo qui in cerca di sfogo, e di solito i membri non hanno le capacità per dominarmi nel modo che vorrei. Quindi, prendo io il controllo. Cinque sere a settimana. In questo modo, posso controllare il mio sfogo oltre al loro. Funziona per me, e ha funzionato per anni.
Nell'ultimo anno, però, trovo sempre più difficile scaricare tutte le mie frustrazioni attraverso il lavoro serale, e la cosa finisce per riversarsi sul mio lavoro diurno. Io conosco il motivo, e lo conosce anche Sel. Le piace tirare fuori l'argomento di tanto in tanto, e stasera è una di quelle volte.
«Secondo me dovresti farlo e basta. Bacialo, un giorno o l'altro», dice schietta mentre riordina le carte sulla scrivania. Sono seduta di fronte a lei, abbandonata sulla poltrona di velluto come se fosse mia.
E lo è. Gliel'ho comprata io.
«Non ho intenzione di baciare il mio capo.»
«Ma se gli sbavi dietro dal primo giorno.»
«È il mio capo!» esclamo, ripetendo la stessa argomentazione che sollevo ogni volta che ne parla.
«Magari piaci anche a lui.»
«Ma figurati. Ha tipo un fantastiliardo di dollari, ed è sempre in riunione con quelle donne che sembrano uscite da Photoshop. Sarebbe imbarazzante anche solo pensare di provarci, figuriamoci farlo davvero.»
«Sì, ma non sei esattamente una sciacquetta qualunque, no?» dice inarcando un sopracciglio.
«Non ho detto questo. Lo so di essere figa. È solo che non sono... figa ai livelli dell'amministratore delegato Mr. Reid.» Sospiro lasciando ricadere la testa all'indietro sulla poltrona.
«Beh, devi fare qualcosa, perché stai bruciando clienti a una velocità che non ho mai visto.»
«Sono di una noia mortale!» sbuffo mentre mi tiro su a sedere. «“Oh Padrona, per favore, posso avere il frustino? Non ho bevuto abbastanza acqua, ti prego puniscimi!”. Cioè, ma chiudi quella bocca, Casey, non bevi mai abbastanza, ogni santa settimana. Ti punirò, cazzo, ma solo perché sei fastidioso.»
Sel ride dall’altra parte della scrivania.
«Te lo dico io, devi fare qualcosa per cambiare le carte in tavola. Non posso continuare a guardare i loro occhi da cane bastonato quando dico che sei passata ad altri clienti. Forse dovresti tornare a fare la sottomessa?» chiede con un’alzata di spalle.
«Lo sai che lo odio, con questi soci. Non che abbiamo dei soci di merda, però…»
«Però sei molto schizzinosa, lo so, lo so.» Sospira. Posa i documenti che ha in mano. «Ma molto presto avrai esaurito tutte le opzioni valide, e allora? Sei ancora frustrata, e io non posso pagarti per startene seduta a far nulla.»
«Paghi già Nico per quello» borbotto con una smorfia.
«Divertente. Seriamente però, Nora: o baci Reid, o te la fai passare. Non puoi continuare a piangerti addosso per un altro anno, non lo permetterò.»
«Non mi sto piangendo addosso, sono solo…» Espiro rumorosamente. «Annoiata. Ho bisogno di un po’ di eccitazione. Un cambiamento. Forse dovrei iniziare a fare i balletti?»
«Assolutamente no. Non hai il senso del ritmo per quelle cose. Inizierei a perdere clienti.» Ride e io mi acciglio, prendendo una delle sue penne e lanciandogliela contro. «Va bene, andiamo, è ora che tu lavori. Ho un potenziale cliente in arrivo stasera e ho bisogno che tu faccia le presentazioni.»
«Perché?» chiedo con sospetto.
«Perché nessuno dei tuoi clienti rimasti è previsto fino a domani, e devi fare un po’ di lavoro vero mentre sei qui.» Ordina, facendomi cenno di uscire. «Inoltre era una chiamata anonima, quindi devo stare alle telecamere per sicurezza. Hai anche Mia e Kai nei paraggi.»
Mi alzo, imbronciata, riluttante. Afferro la parrucca e la calco sui capelli, andando al suo specchio per assicurarmi che stia bene e per nascondere eventuali ciocche visibili. Lei si avvicina per aiutarmi con la maschera, legandola con cura dietro la testa e poi fissandola con delle forcine. Tira anche i lacci del mio corsetto.
«Ehi, cerchi di uccidermi?!» ridacchio mentre si stringe.
«Oh, smettila di fare la bambina. Sappiamo entrambe che ti piace stretto.» Dice, con tono molto materno, prima di sporgersi per darmi un bacio sulla guancia. «Ora va’ a procurarmi un nuovo socio. Nico te lo indicherà.»
Lascio il suo ufficio, scendendo lentamente le scale e riflettendo sulla mia triste situazione. Sel ha ragione, devo farmene una ragione. La domanda è: in quale lavoro voglio farmene una ragione?
Entrando nella sala principale, lancio istintivamente un’occhiata in giro, notando gli avventori che conosco e quelli che non conosco. Individuo anche alcuni dei miei precedenti clienti, i cui occhi si illuminano visibilmente al mio passaggio. Tengo la testa alta e li ignoro, sapendo che la cosa li farà impazzire.
«Nico!» chiamo quando raggiungo il bancone, facendolo accorrere dal cliente che sta servendo. «Nuovo cliente?» chiedo.
«Quello lì. Abito Hugo Boss, capisco da un chilometro che è un pezzo grosso.» Spiega Nico indicando. Alzo gli occhi al cielo mentre mi giro per seguire il suo dito.
I pezzi grossi hanno sempre soldi da spendere, ma trovo che, a parte "essere puniti", nessuno di loro sappia davvero cosa vuole da me. È estenuante. Sembra che tutti quei soldi siano costati loro qualche neurone.
I miei occhi seguono il dito di Nico, mentre cerco di individuare l'abito di cui parla. Sento un brivido di terrore attraversarmi non appena realizzo chi è.
Il signor Reid.
