Capitolo 5 Capitolo cinque L'uomo dietro la porta

La limousine rallentò avvicinandosi agli altissimi cancelli in ferro battuto nero della tenuta dei McCloud. Si aprirono con un gemito metallico, rivelando un lungo viale di pietra incorniciato da alberi antichi e lampade che brillavano come occhi vigili.

Quando l’auto si fermò finalmente all’ingresso della villa, un membro della servitù si precipitò ad aprire lo sportello.

Meadow scese.

Le si mozzò il fiato.

La tenuta dei McCloud sembrava una fortezza scolpita dalle ossa di un regno antico: immensa, di pietra, magnificamente intimidatoria. Un posto fatto per leggende e sovrani, non per una ragazza muta cresciuta nell’invisibilità.

La sua eleganza gelida le rubò l’aria dai polmoni. Non riusciva a credere che sarebbe stata la padrona di quella casa.

O almeno, così credeva.

Cercò, cercò con tutte le sue forze di mettere da parte la fitta per l’assenza di Joseph. Si disse che lo avrebbe perdonato, che avrebbe fatto del suo meglio per esserne degna, per elevarsi al di sopra di ogni sussurro che la definiva inutile.

Voleva dimostrare che si sbagliavano tutti.

Una domestica le si avvicinò con un inchino rigido. «Mi segua, per favore.»

Meadow lo fece.

Ma invece di condurla nella sala principale, la domestica la guidò lungo un corridoio sempre più deserto. Le luci si affievolivano a ogni passo. Il brusio della servitù svanì. Presto, l’ala ovest era così silenziosa da sembrare abbandonata.

Meadow rallentò, l’inquietudine a pungerle la pelle.

Perché da questa parte?

Perché qui?

Eppure continuò a seguire.

Alla fine si fermarono davanti a una pesante porta di legno con cerniere di ferro. La domestica alzò la mano per bussare, ma le dita le tremavano in modo violento.

Meadow aggrottò la fronte.

Che cosa, in Alpha Joseph, terrorizzava tanto la servitù?

La donna deglutì, bussò piano, poi fece un passo indietro come se la porta stessa potesse morderla.

Un silenzio lungo, gelido.

Poi,

«Entrate», ringhiò una voce profonda, che vibrava d’autorità e furia.

La domestica trasalì e aprì la porta, facendo cenno a Meadow di entrare con la stessa urgenza di chi libera un uccello dentro una tempesta.

Meadow varcò la soglia.

E il mondo cambiò.

La stanza era buia, le tende serrate, l’aria densa di ombre fredde. Era pulita, perfino arredata con gusto, eppure l’atmosfera era impregnata di qualcosa di ostile. Qualcosa di spezzato. Qualcosa di pericoloso.

Scrutò la stanza…

E lo vide.

Non Joseph.

Un uomo su una sedia a rotelle, la schiena dritta, la mascella contratta, con occhi così taglienti e amari da poter spaccare la pietra. Il suo cipiglio sembrava scolpito sul volto, come se si fosse dimenticato come si facesse a esprimere altro.

La sua presenza riempiva la stanza come una tempesta violenta in attesa di un motivo per abbattersi.

Il cuore di Meadow si fermò.

Quello non era il fratello che tutti ammiravano.

Quello non era l’Alpha che le era stato promesso.

Quello era Alpha Ethan McCloud.

Il fratello maggiore di Joseph.

L’ex Alpha caduto in disgrazia.

Il mostro di cui si bisbigliava negli angoli bui.

L’avevano condotta da lui.

Prima ancora che riuscisse a rendersene conto, la sua voce squarciò la stanza come una frustata.

«Fuori dai coglioni.»

L’ordine non era rivolto a lei, eppure la colpì come un pugno. La serva quasi crollò per il terrore e indietreggiò alla cieca.

Il ringhio lupesco di Ethan fece vibrare l’aria, colmo di veleno e rabbia. Non degnò Meadow nemmeno di uno sguardo. Era al di sotto della sua attenzione. Invisibile, come sempre.

«Perché sei ancora lì impalata?» abbaiò Ethan, gli occhi inchiodati sulla serva.

La donna balbettò: «A… Alpha, sua moglie è qui», poi fuggì prima di assistere all’esplosione.

Solo allora Ethan si voltò.

I suoi occhi gelidi, furiosi, si posarono su Meadow.

E dentro di lei crollò tutto.

Lo stomaco le si contorse. Il fiato le sparì. Le ginocchia le cedettero.

Non aveva sposato Joseph.

Aveva sposato Ethan.

La Luna non l’aveva scelta come sposa di Joseph.

L’aveva scelta perché fosse incatenata al figlio rancoroso e impossibile da amare che tutti evitavano, quello che nessuna lupa voleva, quello talmente mostruoso che perfino al personale tremavano le mani quando dovevano avvicinarsi a lui.

Meadow sentì le lacrime premere e deglutì a fatica, ricacciandole indietro.

Non si sarebbe spezzata lì.

Non davanti a lui.

Ethan la fissò come si fisserebbe un parassita entrato nella stanza sbagliata.

«Be’,» borbottò cupo, «pare che mia madre abbia finalmente mantenuto la sua minaccia.»

Il respiro di Meadow s’infranse.

Lui continuò, con un tono intriso di disgusto.

«Così mi ha procurato una bambinaia che vive qui e che non può andarsene come le altre.»

Non disse moglie.

Non disse compagna.

Non disse Luna.

Disse bambinaia.

Come se non fosse niente.

Come se fosse un mobile.

Come se fosse un fastidio consegnato per tormentarlo.

Distolse lo sguardo, come se lo offendesse il solo fatto che lei fosse lì.

Quelle parole colpirono Meadow come artigli che le laceravano il cuore. La speranza si frantumò. L’ottimismo morì. Tutti i sogni che aveva osato coltivare collassarono in polvere.

Lei rimase immobile, con le lacrime che le scendevano in silenzio lungo le guance.

La dea non l’aveva mai scelta.

Il destino non l’aveva mai favorita.

Lo scherzo era sempre stato a sue spese.

E adesso si trovava in una stanza buia, in un’ala desolata della tenuta dei McCloud…

A fissare quell’uomo furente, spezzato, terrificante che adesso era,

Suo marito.

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