Capitolo 1
Punto di vista di Katia
Permettetemi di presentarmi. Mi chiamo Katia Lane e ho diciannove anni. Oggi è il giorno in cui morirò. Non rattristatevi per me. Va bene così: io e la mia lupa, Aza, siamo d’accordo sul fatto che la nostra prossima vita dovrà essere migliore di questa.
Ah, già: nel caso non lo sapeste, i lupi mannari esistono davvero e io sono una di loro. Noi preferiamo essere chiamati mutaforma, perché possiamo passare da umani a lupi quando vogliamo. Viviamo in comunità chiamate branchi e ci mescoliamo con altri soprannaturali e con gli umani. Anche se la maggior parte degli umani non ha la minima idea che esista un mondo soprannaturale.
Torniamo al motivo per cui io e Aza abbiamo deciso che oggi è il giorno in cui moriremo. È semplice, in realtà. Non sopportiamo più le torture, gli abusi, il dolore e le ferite con cui conviviamo dalla mia nascita. Non ho la minima idea del perché i miei genitori, la coppia beta del branco Night Shade, mi abbiano odiata. Ero la loro primogenita e non hanno mai mostrato per me alcun sentimento. In pratica venivo ignorata, a parte quando mi cambiavano e mi davano da mangiare, giusto quel tanto che bastava a tenermi buona. Appena sono stata abbastanza grande da capire gli ordini, mi hanno messa ai fornelli, alle pulizie e a badare ai miei fratellini. Sì, i miei fratelli erano amati e adorati. Dopotutto, un giorno sarebbero diventati il beta e il gamma del branco. Proprio come avevano fatto mio padre e suo fratello. I miei fratelli hanno imparato a schiaffeggiarmi, a spingermi, a strangolarmi e a fare qualsiasi altra cosa venisse loro in mente. La loro attività preferita era combinare qualcosa che non era permesso e poi dare la colpa a me, sapendo che sarei stata punita. Una volta, quando avevo circa otto anni, i miei fratelli rubarono dei soldi dal portafoglio di mia madre. Quando lei si accorse che mancavano dei soldi, la colpa ricadde su di me. Mi diedero cinquanta frustate e niente cibo per una settimana. Venivo accusata e punita per qualunque cosa andasse storta o succedesse nel branco. I miei genitori mi prendevano a pugni, a calci, mi frustavano e mi lasciavano a digiuno. Per non parlare di tutti gli altri modi di torturarmi che venivano in mente a loro o agli altri membri del branco.
Perché non ho detto niente all’Alpha o alla Luna? Erano impegnati a guidare il branco e mi avevano vista colpita e scaraventata dall’altra parte della sala da pranzo quando inciampai e rovesciai a terra un vassoio di cibo. Non importava che avessi solo cinque anni. Ho pensato che, se non dicevano nulla, allora non gliene importava davvero.
Ho provato a scappare quando avevo otto anni. Mi avevano picchiata e chiusa in uno sgabuzzino come punizione per la mia ultima trasgressione. Non sapevo nemmeno quale fosse la colpa per cui mi stavano punendo. Riuscii ad arrivare nel bosco che circondava le terre del branco. Corsi e corsi tra gli alberi finché si fece così buio che nemmeno un raggio di sole riusciva a filtrare tra i rami. Ero terrorizzata e non avevo idea di cosa fare. Avevo freddo, avevo paura dei rumori e di ciò che poteva produrli. Trovai un albero con un buco alla base del tronco e mi ci infilai dentro. Seduta lì, tremando e sperando che niente mi trovasse per mangiarmi, sentii l’odore di mio padre e di mio zio. Già minuta per la mia età, provai comunque a farmi ancora più piccola. I sensi di un mutaforma sono più acuti di quelli di un umano anche quando non abbiamo ancora incontrato i nostri lupi. Quindi, per due maschi adulti che avevano i loro lupi da anni, fu facile trovarmi. Mi afferrarono per le gambe e mi trascinarono fuori dall’albero. Il pestaggio che mi diedero mio padre e mio zio, solo perché li avevo “intralciati”, quasi mi uccise. Quando videro quanto mi avevano ridotta male, mi portarono all’ospedale del branco e dissero che ero stata attaccata da un rogue. Un rogue è un lupo che ha lasciato il proprio branco o che è stato cacciato. I lupi sono animali sociali e fanno fatica a vivere da soli. Alcuni rogue non sopportano la solitudine e qualcosa, nella loro mente, si spezza.
Il medico accettò la loro spiegazione e passò ore a rimettermi a posto le ossa e a ingessarmi. Mi ricucì e controllò i parametri vitali. Quando non fui più in pericolo di morire, mi rimandò a casa con la raccomandazione di cercare di non attirare l’attenzione su di me. Non credeva davvero alla storia del rogue. Sapeva cos’era successo e sapeva anche che non poteva mettersi contro il beta del branco.
Riuscii a fare proprio questo per circa due anni. Imparai a non parlare mai, così nessuno mi avrebbe sentita e ricordato che esistevo. Trovai il modo di non trovarmi nella stessa stanza con i peggiori tra i miei aguzzini. Ero, in sostanza, un fantasma. Ogni giorno facevo ciò che mi veniva assegnato. Imparai ad anticipare quando qualcuno voleva qualcosa, e quella cosa era già lì prima ancora che si ricordassero il mio nome e mi urlassero di venire. Aspettavo che tutti andassero a dormire, ogni notte, prima di sgattaiolare in silenzio nella mia stanza e addormentarmi.
Poi arrivò il mio decimo compleanno…
