Capitolo 2 Lillies
❦ Rosalind ❦
La mattina dopo ero sveglia, a fissare il soffitto della mia vecchia cameretta, dipinto come un cielo rosa civettuolo.
Ogni volta che mi immaginavo di lasciare il rifugio di quel lettone per calarmi a capofitto nel ruolo di boss della mafia, o che pensavo alla situazione con Viktor Marino, il cuore mi accelerava, la fronte si imperlava di sudore e con la mano sinistra mi ritrovavo a torcere l'anulare prostetico della destra.
Sentii un fruscio mentre la porta si apriva e si richiudeva. L'odore di gigli artificiali mi investì, ma rimasi immobile a osservare Claudia che entrava con un mazzo di fiori.
Claudia Amato, la governante della mia famiglia durante l'infanzia, era diventata la mia tata dopo la morte di mia madre, quindici anni prima. Ricordavo vagamente i suoi tentativi di colmare quel vuoto, ma non c'era mai riuscita. Non finché, cinque anni dopo, non mi avevano mandato a vivere da mia zia Carina. Ormai doveva avere quasi sessant'anni; i suoi capelli neri mostravano una ricrescita color cenere.
Desiderosa del conforto di una conversazione piuttosto che rimanere in compagnia dei miei cupi pensieri, mi misi a sedere sul letto, rivolta verso di lei.
«Dio mio!» sussultò, portandosi una mano al petto. «Non sapevo fossi sveglia, Rosa mia.»
Sorrisi. Claudia si avvicinò con passo incerto e mi abbracciò.
Nel suo abbraccio sentii tutto: il suo bentornata, le sue condoglianze, tutto ciò che voleva dire ma che non aveva bisogno di esprimere a parole. Quando si staccò, avevamo entrambe gli occhi lucidi.
«Sii forte, Rosa mia. Tuo padre ha fatto di tutto per proteggerti. Non voleva lasciarti. Ma l'ha fatto. Adesso combatti per lui.»
Tirai su col naso, annuendo.
«Alzati. C'è del risotto in cucina. Devi mangiare. Non puoi pensare se non mangi.»
Dopo altre insistenze e lamentele sul mio peso, attraversai il salotto e mi diressi in cucina, con addosso solo una corta vestaglia di seta e delle pantofole pelose a forma di gattino.
Mi bloccai di colpo quando vidi chi c'era in salotto.
Tutti gli occhi si puntarono su di me e per poco non scappai via.
Ma sapevo che la recita doveva iniziare lì; se non avessi cominciato subito, non mi avrebbero mai rispettata.
Iperconsapevole del mio abbigliamento succinto, mi inchiodai sul posto mentre Marcus DeVries e i due uomini con lui si alzavano dalle poltrone.
«Le mie scuse, Rosa…»
«Rosalind» lo interruppi. Trovavo conforto nel mio nome completo. Rosa dava l'impressione che mi conoscesse. E non era così. Era la prima volta che mi vedeva in dodici anni.
«Rosalind» si corresse. «Avrei dovuto immaginare di non fare irruzione così presto, sapendo che saresti stata qui.»
Percepivo la sua lotta interiore mentre si sforzava di tenere gli occhi fissi sui miei e di non abbassarli sul mio petto. Mi sentii a disagio, resistendo all'impulso di torturare la protesi per calmarmi.
«Loro sono Dante Rinaldi e Leo Santoro» continuò Marcus dopo un mio rigido cenno del capo. «Leo è uno dei pochi capi rimasti dopo che…» si interruppe, timoroso di turbarmi.
«Dopo la morte di mio padre» conclusi io per lui.
«E Dante, un uomo d'onore. È stato nominato tua guardia del corpo personale, previa tua approvazione, se lo riterrai degno.»
Concessi a ciascuno di loro uno sguardo e un cenno del capo. Nessuno dei due si avvicinò, rispettando il fatto che non fossi vestita. Ma quello di nome Leo mi scrutò con sfrontatezza. Lo fulminai con lo sguardo.
«Piacere di conoscervi. Faremo le presentazioni ufficiali dopo che avrò fatto colazione. Volete unirvi a me?» proposi, resistendo ancora all’impulso di scappare.
Entrambi gli uomini mormorarono un ringraziamento e rifiutarono, chinando leggermente la testa. Annuii una volta, poi proseguii verso la cucina.
Una volta dentro, mi aggrappai al bancone, il respiro che mi usciva in grandi rantoli irregolari.
Mangiai da sola e, per fortuna, poco dopo arrivò Claudia con una vestaglia, avendo percepito il mio disagio con quell’antico istinto materno.
Poi feci un bagno, mi vestii e trovai Marcus da solo. Gli altri se n’erano andati.
«Mi scuso ancora una volta…» cominciò lui, ma lo interruppi.
«Non fa niente. Cosa intendevi con “uno dei pochi capi rimasti”?»
Conoscevo la risposta, ma volevo comunque averne la certezza. Nella mafia non te ne vai e basta, nemmeno dopo la morte del don.
«Molti hanno abbandonato la famiglia, Rosalind. Già prima della morte di tuo padre, gli affari andavano male. Ho messo i miei uomini alle calcagna di chi è fuggito. Verranno puniti per questa mancanza di rispetto.»
Smisi di ascoltarlo. Un solo nome mi pulsava nella mente.
«Chi è Viktor Marino?»
Marcus sbiancò visibilmente. Poi si ricompose subito. Ma l’avevo già visto. Quel nome lo aveva scosso e, con quello che già sapevo, non potevo biasimarlo. Mi chiesi se fosse a conoscenza del contratto che mio padre aveva firmato.
«Il nuovo don della famiglia Marino. Figlio di Darko Marino. È il nemico.»
Inarcai un sopracciglio. Mi aspettavo più di una semplice etichetta carica di emotività.
«Ha ucciso tuo padre.»
Il sangue mi si gelò nelle vene.
«Hai le prove?» Il dito mi ebbe un fremito, quello fantasma. Avrei voluto stringere la protesi per confortarmi, ma no… non ora.
«No, ma ci ho messo sopra i miei uomini. Ha dei precedenti. Ha ucciso il fratello maggiore per fare carriera. E quando non è stato abbastanza veloce, ha ucciso suo padre, e il tuo.»
Un’immagine sgradita si fece strada nella mia mente. Un volto sfregiato, contratto dalla rabbia, dita che gocciolavano sangue, narici che si dilatavano per la brama di violenza. Il cuore prese a battermi forte. La vista mi si offuscò mentre facevo dei respiri profondi.
Inspira. Espira. Inspira. Espira.
Gestivo un negozio di fiori. Non ero fatta per questo. Per quanto potessi bluffare, come sarei potuta sopravvivere in questo mondo?
Poi un’altra immagine: io che perdevo la casa di mio padre, la casa in cui era morta mia madre. La casa in cui ero cresciuta, e che avevo amato. La casa che mi era stata lasciata. Non avrei mai potuto rinunciarvi.
E questo, insieme alle altre proprietà e ai beni di mio padre, era senza dubbio ciò che voleva quel Viktor Marino.
Non li avrebbe avuti.
«Organizza un incontro con questo… Viktor.»
Il suo nome aveva il sapore della bile. Repressi la nausea.
«Vediamo di che pasta è fatto veramente.»
