Capitolo 4 Muscolo immobile

❦ Rosalind ❦

«È stata una mossa pericolosa. Avrebbe potuto ucciderti!»

«Ma non l’ha fatto.» Mi voltai di scatto verso Marcus, disperata, pur di zittire la sua voce irritante e concedermi un attimo per pensare.

«Sa bene che non deve torcermi un capello, specialmente subito dopo la morte di suo padre. Che sia l’ultima volta che metti in dubbio le mie decisioni in pubblico» conclusi, conficcandomi le unghie nei palmi.

Marcus mi guardò accigliato, e per un istante mi squadrò dall’alto in basso come se fossi una bambina capricciosa. Poi annuì e se ne andò.

Dante, il mio capo della sicurezza, mi seguiva ovunque con la mano perennemente incollata all’impugnatura della pistola. Non avevo dubbi che l’avrebbe usata se mi fosse successo qualcosa.

Dopo aver pranzato in un ristorante, con lo stomaco finalmente pieno dopo che lo sguardo di Viktor me l’aveva attanagliato, mi appoggiai al pianoforte a coda in salotto, il cuore che ancora batteva all’impazzata per via dell’incontro.

Quel bastardo mi aveva minacciata, chiaro e tondo.

Odiavo il fatto che la paura mi avesse spinta a fuggire, ma l’espressione nei suoi occhi, i più freddi occhi grigi che avessi mai visto, mi aveva gelato fin nelle ossa.

Aveva seguito ogni mio movimento come un falco, marchiandomi a fuoco e spogliandomi strato dopo strato. Era un uomo pericoloso, e io l'avevo fatto infuriare.

Mi assentai mentre Claudia mi conduceva in camera, chiudendo la porta e lasciando fuori Dante. Appena sentii lo scatto della serratura, le dita presero a tremarmi e all’improvviso mi sentii esposta e indifesa, tanto da lanciare un’occhiata alla finestra per assicurarmi che Viktor non fosse lì in attesa di attaccarmi.

Claudia mi aveva spogliata, lavata e vestita prima ancora che capissi perché ora indossassi un abito di raso color antracite stretto in vita. Completò lo chignon con un fermaglio di smeraldo per tenere a posto i capelli. Il fermaglio si abbinava a un piccolo ciondolo, anch’esso di smeraldo, adagiato sul mio décolleté.

Ci giocherellai, consapevole che quella commemorazione di beneficenza era un’altra recita che dovevo interpretare alla perfezione.

Ci sarebbero stati pezzi grossi della mafia, famiglie di alto rango e persino politici. Non sarebbero venuti per piangere mio padre, ma per vedere in quali mani fosse finita la sua eredità.

Feci fermare le mani, mi truccai e scivolai sul sedile posteriore della Cadillac nera di mio padre. Dante e il resto della mia scorta, in abito elegante e pesantemente armati, mi infondevano sicurezza.

Ero pronta per essere ripresentata alla società.


I tacchi ticchettavano mentre mi facevo largo tra vassoi d’argento fluttuanti che reggevano calici di champagne.

L’elogio funebre era terminato, e alcuni uomini anziani in abiti costosi, accompagnati da mogli non troppo entusiaste e gelose degli sguardi di aperta ammirazione che i loro mariti mi rivolgevano, mi avevano sussurrato parole di incoraggiamento e condoglianze.

E, proprio come mi aspettavo, il tono era presto passato da funereo a festoso.

«La ringrazio infinitamente per la sua generosa donazione, signora» mi disse con entusiasmo una delle organizzatrici. «Per favore, compili questo breve modulo.»

Sorrisi al suo viso sincero, riempiendo il modulo con destrezza.

Una vivace giornalista bionda stava cercando di attirare la mia attenzione per una dichiarazione sulla tragica scomparsa di mio padre e sulle circostanze dell'accaduto, quando lo notai.

Le sue spalle larghe riempivano un abito nero su misura. I capelli pettinati all’indietro in uno stile che tentava, senza riuscirci, di addolcire i lineamenti duri del suo viso. Un viso piacevole da guardare.

Lanciai un’occhiata furtiva alla posizione di Dante e delle mie guardie, e fui sollevata nel vedere che mi stavano già prestando attenzione.

Viktor Marino non avrebbe potuto farmi del male senza rimetterci la vita e quello, immaginai, era un sacrificio troppo grande per lui.

Evitai la giornalista, facendo un cenno di saluto al Capo di Stato Maggiore della Marina e a sua moglie, una pastora, mentre mi dirigevo a prendere una boccata d’aria di cui avevo un disperato bisogno.

Uscii sulla terrazza, tracannando lo champagne per soffocare l’urlo che minacciava di squarciarmi la gola.

Era tutto finto: i balli, le presentazioni, gli sguardi ammirati. Tutti volevano qualcosa da me, che fossero soldi, contatti o conoscenze. Era da capogiro.

«Sopraffatta?»

La voce proveniva dall’ombra, cogliendomi di sorpresa. Mi portai una mano alla gola, indietreggiando dall'alcova.

Viktor.

«Sono sorpresa di vederti qui» dissi, sincera.

«Ti reggi a malapena in piedi e hai la pelle chiazzata dalla stanchezza» osservò lui, secco.

«Grazie per aver sottolineato l'ovvio» mormorai, portandomi di nuovo il bicchiere alle labbra.

Dante non lo avrebbe mai lasciato passare per arrivare fino a me, il che significava che era venuto qui prima. Non sapevo dire se fosse una coincidenza o se l'avesse pianificato. Molto probabilmente era la seconda opzione.

«Ti ho fatto una domanda prima e l'hai presa come un attacco personale.»

Feci un passo indietro con finta noncuranza. «Mi hai minacciato di morte.»

Lui fece un passo avanti e il suo profumo mi avvolse come un mantello di ghiaccio. Nonostante il crepitio che sentivo nel petto e il tremore delle membra, lo fissai a mia volta, con il viso impassibile quanto il suo.

«Qual è il tuo piano?» Il suo tono pacato nascondeva una trappola che potevo quasi prevedere. «L'hotel è un covo di malintenzionati, non puoi sperare di tenerli tutti al guinzaglio.»

«Non ne avrei bisogno. Ho degli avvocati. Ho Marcus…»

«Cosa stai cercando di dimostrare?» La sua voce era intrisa di irritazione.

«E tu cosa stai cercando di dimostrare, ficcando il naso nei miei affari?»

«Che finirai solo per farti ammazzare. Non hai un piano. C'è un assassino a piede libero che aspetta solo il momento giusto per farti fuori…»

«E quale momento sarebbe migliore di questo?» sbottai, mentre lo champagne si mescolava alla paura e alla rabbia che mi scorrevano nel sangue. «Mi hai messa all'angolo. Uccidimi, allora.»

Nella foga della rabbia, non mi ero resa conto di quanto si fosse avvicinato. Sentivo il suo dopobarba, percepivo le vibrazioni di qualcosa di oscuro pulsare sotto la sua pelle e contaminargli il respiro.

«Sei irrimediabilmente stupida, non è vero?»

L'insulto mi mozzò il fiato. Poi, senza pensare, lo spinsi. Forte. Più forte di quanto avessi mai spinto nessuno in vita mia. Non si mosse di un millimetro. Nel breve contatto tra i miei palmi e il suo corpo, avevo sentito un muro di muscoli inscalfibile, teso e solido sotto l'abito ingannevole.

Proprio mentre iniziavo a recitare le mie ultime preghiere, quel bastardo ridacchiò.

«Hai appena confermato la mia tesi.»

Il viso mi si accese per l'imbarazzo e scivolai di lato per sfuggire all'angolo in cui mi aveva intrappolata. Lui mi afferrò il polso destro, sollevandolo davanti ai suoi occhi.

«Come l'hai perso?»

Era così vicino che il calore del suo corpo, unito al ricordo di quanto fossero duri i suoi muscoli sotto il completo, annullò il freddo della sera, rendendomi impossibile concentrarmi su un singolo pensiero.

«Eh?» fu tutto ciò che riuscii a rispondere.

Lo guardai ruotare il mio dito prostetico in senso antiorario; il moncone rivestito di silicone si staccò con un leggero "pop". Quel suono mi riportò alla realtà.

«Ehi!» urlai, in preda al panico. «Restituiscimelo.»

«Ti ho fatto una domanda semplice. Come. Lo. Hai. Perso?»

Mi allungai sui tacchi, ma era comunque fuori dalla mia portata.

«Non sono affari tuoi» sbottai.

I suoi occhi brillarono di un'intenzione malvagia, poi allungò il braccio oltre la ringhiera. Sgranai gli occhi quando capii cosa stava per fare.

«No!»

Troppo tardi. Lo lasciò cadere.

Mi sporsi oltre la balaustra, guardando il dito prostetico, costoso e ben fatto, rimbalzare un paio di volte prima di finire in un tombino.

Sentii il suo corpo grande e caldo premere contro la mia schiena, il suo respiro solleticarmi l'orecchio.

«Portalo come una medaglia d'onore. E forse la gente ti rispetterà un po' di più. Principessa della mafia.»

Staccai lo sguardo da terra e mi voltai di scatto per schiaffeggiarlo, spingerlo, qualsiasi cosa per vendicarmi di ciò che aveva appena fatto. Ma era sparito.

In un impeto di rabbia, lanciare il flûte di champagne oltre la ringhiera; il suono del vetro che si infrangeva a terra non fece nulla per placare la mia furia.

Il rancore mi si conficcò in gola come una lama mentre rientravo nella sala da ballo, solo per scontrarmi con una spalla rigida dietro l'angolo.

Mi ricomposi mentre la figura si voltava, con uno sguardo così tagliente da potermi bucare la pelle.

Trasalii, paralizzata dal riconoscimento, mentre vedevo il suo sguardo torvo trasformarsi in un sorrisetto sorpreso.

Orlov Conti. Il figlio di puttana che mi aveva tagliato il dito.

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