Capitolo 4 Verdetto pericoloso

Byron

Avanzai a grandi passi nei corridoi bui delle segrete, superando diverse celle, la maggior parte delle quali ospitava Hollowborn che avevamo catturato. Gli Hollowborn erano la seconda piaga del nostro tempo: catturavano i soprannaturali e ne rubavano la magia. Mi è sempre piaciuto torturarli. Ma oggi ero sceso lì per un motivo diverso.

Mi fermai davanti alla cella che rinchiudeva la licantropa. Le sbarre erano state cosparse di aconito, rendendole impossibile anche solo tentare la fuga.

E non sembrava nemmeno intenzionata a farlo, a giudicare da come se ne stava raggomitolata contro il muro, le ginocchia strette al petto. Non pareva accorgersi della mia presenza, o forse semplicemente non le importava abbastanza.

Sguainai la spada e la picchiai con forza contro la porta della cella. Il clangore la fece sussultare. Sollevò il capo e mi fissò, gli occhi colmi di tristezza.

«Sei qui per uccidermi?» chiese a bassa voce.

Sbattei le palpebre, colto di sorpresa dalla domanda. Durò solo un istante, prima che decidessi di sfruttare le sue paure per ottenere risposte.

«Dipende molto da come risponderai alle mie domande.» dissi, ma lei continuò soltanto a fissarmi.

«Come ti chiami?» chiesi.

Tacque, come se stesse valutando se dirmelo o no. Proprio quando pensai che non avrebbe risposto, disse:

«Eloise.»

Eloise. Quel nome accese qualcosa di primordiale dentro di me, la stessa sensazione che avevo provato la prima notte in cui si era avvicinata.

«Da che cosa stavi scappando quella notte?» chiesi.

«Non lo so.» sussurrò. Non so perché, ma le credetti. Forse perché, mentre lo diceva, sembrava così spaventata.

Avrei voluto farle la domanda che mi tormentava da quando l’avevo vista per la prima volta: come avesse fatto a trovarmi quando ero invisibile. Avrei potuto liquidarla come paranoia. Forse stava solo correndo e si era fermata proprio davanti a me senza sapere che io fossi lì. Ma sapevo che non era così.

Quella notte aveva guardato dritto nei miei occhi prima di perdere conoscenza. Ero il più forte manipolatore d’ombre dell’intera Fortezza, secondo solo a mio padre, l’Alto Signore. L’idea che qualcuno potesse vedere attraverso le mie ombre era impossibile, quasi ridicola.

Scacciai i dubbi e mi concentrai sul motivo per cui ero stato mandato laggiù.

«Come hai scoperto i tuoi poteri di guarigione e perché non riesci più a usarli?»

Si alzò dalla sua posizione raggomitolata e avanzò verso di me, le gambe tremanti. Afferrò con forza le sbarre di ferro; i denti le battevano, probabilmente perché l’aconito la stava bruciando. Non tolse la mano dalle sbarre, anzi strinse ancora di più.

«L’aconito non ti brucia?» chiesi, confuso e sconvolto insieme.

«Portami da mia sorella.» disse, ignorando la mia domanda.

«Chi è tua sorella?»

Si limitò a fissarmi. La vaghezza delle sue parole cominciava a irritarmi. Avevo bisogno di risposte prima della riunione dei Lord.

«Perché non mi racconti tutto quello che è successo quella notte? Perché hai lasciato Thornwood e come sei finita nel bosco?» chiesi.

Lei annuì e fece qualche passo indietro. «Mi stavano portando da Christopher. Mae e…» si interruppe, gli occhi fissi sul muro come se stesse rivivendo un ricordo.

Cercai di nascondere la sorpresa per quella rivelazione. Ogni Drago sapeva chi fosse Christopher e lo odiava. L’Alfa dei Lupi della Luna, l’Alfa più forte di tutta Thornwood.

O, piuttosto, un codardo che nascondeva la propria vigliaccheria dietro atti crudeli. Sapevo in prima persona quanto fossero codardi lui e suo padre.

«Perché ti stavano portando da lui?» chiesi.

Eloise arretrò ancora, come se si fosse resa conto all’improvviso di aver detto troppo. Ma non avevo alcuna intenzione di lasciarla tirarsi indietro adesso. Volevo ogni informazione che avesse su Christopher.

E proprio mentre stavo per incalzarla, pesanti passi risuonarono sul pavimento di pietra. Una guardia emerse dall’oscurità e si inchinò appena.

«L’Alto Signore richiede la vostra presenza, mio signore.»

Mi allontanai dalla cella e iniziai a uscire dalle segrete senza dire una parola. Diversi pensieri mi attraversarono la mente mentre mi dirigevo verso la sala del trono.

E se fosse stata mandata da Christopher come spia?

Più me lo chiedevo, meno mi sembrava possibile. Sembrava troppo debole per essere una spia, e non avrebbe salvato Aeron.

Entrai nella sala del trono e mi inchinai davanti agli Alti Lord. Aidas, Carden e pochi dignitari erano gli unici presenti. Probabilmente non volevano pubblico mentre decidevano il destino della Stirpe dei Draghi.

«Hai interrogato la prigioniera come ti ho chiesto?» domandò mio padre.

«Sì, Vostra Grazia. È certamente priva di addestramento e non sa nulla dei propri poteri. Sembra che le sue capacità di guarigione si siano manifestate per la prima volta soltanto ieri notte, per salvare il principe.» risposi, tenendo lo sguardo ben piantato a terra.

Nessuno dei tre Sommi Lord mi diede una risposta. Sollevai appena la testa e vidi le loro labbra muoversi. Avevano senz’altro alzato uno scudo sonoro e non gliene importava nulla di lasciare l’intera sala in sospeso. Un branco di bastardi egoisti, ecco cosa erano.

«Che altre informazioni hai ottenuto da lei, sul motivo per cui si trovava fuori dai loro confini? Non vogliamo dare rifugio a un lupo fuori controllo.» disse Kalias, e gli altri due Sommi Lord annuirono in accordo.

Cercai di non sogghignare. Ovviamente si preoccupavano di come l’ospitalità concessa a un Lupo avrebbe influito sulla loro reputazione, non di ciò che avremmo potuto ricavarne. Considerato il potere che aveva mostrato la notte scorsa, avevamo praticamente trovato un modo per porre fine alla piaga una volta per tutte.

Fu quel pensiero, da solo, a impedirmi di raccontare loro del suo legame con Christopher. Non che sapessi quale fosse quel legame, in ogni caso. Il mio piano di usarla contro i Lupi avrebbe dovuto aspettare.

«No, Vostre Grazie. Se posso permettermi di suggerire, credo che ci gioverebbe enormemente se diventasse una guaritrice addestrata. Potrebbe aiutarci a curare la piaga definitivamente e anche nella lotta contro gli Hollowborn. Sarebbe un’arma formidabile sul campo di battaglia, guarendo i nostri soldati della magia che è stata loro rubata.»

I tre si scambiarono uno sguardo d’intesa. Poi Rigel indicò il Capitano delle Guardie.

«Portate la ragazza.»

Le guardie si precipitarono fuori per eseguire l’ordine dei Sommi Lord. Rimasi lì, le mani intrecciate dietro la schiena, chiedendomi se non avessi appena commesso un errore gravissimo scegliendo di nascondere quel dettaglio.

Pochi minuti dopo, le guardie tornarono trascinando la ragazza fra loro, i vestiti strappati e sporchi, mani e caviglie serrate in catene cosparse di veleno di lupo.

Eppure, proprio come prima, non ebbe alcun sussulto al contatto. Era quasi come se il veleno di lupo non avesse alcun effetto su di lei. Era la prima volta che vedevo un lupo non esserne influenzato.

«I Sommi Lord hanno preso una decisione sul tuo caso.» cominciò mio padre.

Tutti tacquero e si voltarono verso di loro. La ragazza, sul pavimento, si era immobilizzata del tutto. Probabilmente credeva ancora che sarebbe morta.

«Nonostante tu sia un nemico della nostra stirpe, hai dimostrato la tua alleanza salvando un membro della famiglia reale. Per questo, la tua vita sarà risparmiata» disse.

Il suo corpo si rilassò visibilmente a quelle parole. Mi accorsi di lasciar andare un respiro. Non sapevo spiegare quel sollievo per la sentenza, ma non ci pensai troppo.

«Ma poiché hai mostrato un potere immenso, non ti sarà permesso lasciare le nostre terre. Sarai invece inviata al Drakmor College, dove imparerai a brandire la tua magia per salvare altri draghi.» Si interruppe, e un ghigno gli piegò le labbra mentre fissava me, dritto negli occhi.

Strinsi forte il pugno dietro la schiena e cercai di tenere il volto privo di emozioni. Quando avevo chiesto che venisse addestrata, intendevo nell’infermeria reale, con i medici e gli altri guaritori; mio padre sapeva benissimo che non intendevo il Drakmor College.

Mandarla a Drakmor equivaleva a consegnarle una condanna a morte. Quel posto era una fucina di guerrieri. Il Lupo si sarebbe spezzato nel giro di pochi giorni.

Sapevo che mio padre aveva pronunciato quel verdetto solo per via del suggerimento che avevo fatto. Sospettava che volessi salvarla. Così si era assicurato di rovinarmi per bene.

«Se deciderai di non andare a Drakmor, sarai giustiziata immediatamente, a prescindere dai tuoi poteri. Da non addestrata non ci servi a nulla» aggiunse, mantenendo quell’espressione compiaciuta.

La ragazza annuì, ignara del pericolo a cui aveva appena acconsentito.

«Perdonatemi, Vostre Grazie» cominciai. «Ma mandarla a Drakmor non mi sembra una grande scelta. È troppo fragile e chiaramente non ha alcuna abilità in combattimento. Si spezzerebbe nel giro di pochi giorni. Da morta non ci serve a nulla.»

«Allora è tuo compito, Lord Byron, assicurarti che non finisca morta» disse mio padre.

«Gli Eredi dovranno addestrarla personalmente e fornirle tutte le conoscenze di cui avrà bisogno per salvare la nostra stirpe. Il fallimento sarà considerato tradimento» aggiunse Kalias.

Aidas cercò di mascherare il proprio disappunto, mentre Carden non si prese nemmeno la briga di farlo. L’Erede dei Fireborn fulminò suo padre con lo sguardo, e quello non gli concesse neppure un’occhiata.

Contro la nostra volontà, ci inchinammo e accettammo di diventare i tutori personali di un Lupo e, inoltre, di proteggerla in un college pieno di gente che la odiava.

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