Capitolo 5 Gli eredi del drago

Eloise

Stavo per morire.

Lo sapevo fin dalla prima volta in cui mi ero resa conto di trovarmi nel territorio dei Draghi. Avevo fatto del mio meglio per accettarlo, ma non ero pronta per il verdetto che mi avrebbero dato.

Il College di Drakmor.

Sapevo che Drakmor era la capitale di Varethin, ma non sapevo che avessero un college. Non ce n’era traccia in nessun libro di storia.

A giudicare dalla reazione delle persone presenti al mio processo, frequentare Drakmor sembrava un destino peggiore della morte.

Eppure, almeno, dopo non mi trascinarono di nuovo in cella. Mi diedero una stanza e mi dissero di prepararmi per una partenza immediata. Non sapevo per cosa prepararmi. Non avevo mai dovuto prepararmi a nulla, prima. Avevo sempre avuto Mae.

Il cuore mi si strinse quando capii che, stavolta, era diverso. Stavolta non avevo Mae. Non avevo nessuno, se non me stessa.

Mi chiesi cosa stesse facendo la mia famiglia, adesso. Mi stavano cercando? O erano sollevati che finalmente non fossi più un loro problema?

E se mi avessero lasciata al confine dopo che ero svenuta? Era l’unica spiegazione ragionevole per come ero arrivata fin lì e per il fatto che ne ricordassi a malapena qualcosa.

Nella mia testa si accavallavano così tante domande a cui solo la mia famiglia poteva rispondere; la più importante era perché non mi fossi ancora trasformata nonostante il mio diciottesimo compleanno fosse passato. Ma le possibilità di rivederli erano prossime allo zero. Soprattutto ora che stavo per addestrare un potere che nemmeno sapevo di avere.

Cercai di impedire al panico di insinuarsi. Non volevo che si ripetesse ciò che era successo la prima volta che l’avevo sentito. Ma, a differenza dell’incidente del mio compleanno, dentro di me non riuscivo a percepire nulla. Quella cosa che quel giorno aveva alzato la testa era semplicemente… sparita.

No, non del tutto sparita. Solo… addormentata. In attesa. La sentivo ancora.

Provai a parlarle come Mae mi aveva insegnato a parlare al mio Lupo quando finalmente fosse emerso, usando la mente per richiamarlo. Tentai tutti i metodi che mi aveva insegnato, ma non funzionò niente. Quella cosa non rispondeva.

Conclusi che fosse perché non mi ero ancora trasformata e lasciai perdere. Non avrei preso in considerazione l’alternativa: che forse non mi sarei mai trasformata.

La porta si aprì ed entrò Tina. Mi raddrizzai di scatto mentre quel suono martellante si avvicinava. Nei pochi giorni che ero stata lì, avevo capito che quel rumore proveniva dai suoi stivali. Ma non riuscivo a capire perché.

«Perché i tuoi stivali fanno un rumore da terremoto?» le chiesi, mentre si sedeva sul letto.

Lei sbatté le palpebre, come se la mia domanda l’avesse colta di sorpresa.

Tina era l’unica persona che mi avesse rivolto la parola, a parte gli Alti Lord e l’Erede Shadowborn. Non mi sentivo del tutto a mio agio con lei, ma non riuscivo a resistere dal fare quella domanda.

«Ehm… si chiamano stivali col tacco. E non fanno rumore da terremoto. Il suono è… appena udibile.» Fece spallucce.

Io sbattei le palpebre. «Udibile?»

Mormorò qualcosa che non sentii, poi disse: «Vuol dire che si sente a malapena.»

Avrei voluto dirle che io la sentivo arrivare da chilometri per colpa delle sue calzature, ma scacciai il pensiero. Mi limitai ad annuire appena.

«Lord Byron mi ha chiesto di aiutarti a prepararti. Ho fatto io questo bagaglio per te. C’è tutto quello che ti servirà per l’inizio del primo anno. Il resto lo prenderemo quando saremo lì.» Sorrise.

«Noi?» La parola mi suonò strana in bocca. Non avevo mai dovuto usarla per nessuno, a parte mia sorella. E adesso la stavo usando per qualcuno che conoscevo a malapena. Mi chiesi cos’altro sarebbe cambiato, in quel posto.

Tina annuì. «Sono al terzo anno a Drakmor. Per questo mi hanno assegnata a te, per aiutarti a prepararti. Ti farò vedere il campus e ti aiuterò a sistemarti.»

La fissai con lo sguardo vuoto, capendo a malapena ciò che aveva detto. Tina mi rivolse un sorriso gentile; anche la sua espressione era morbida e, stranamente, rassicurante.

«Non devi preoccuparti così tanto. Ti farai un sacco di amici. E avrai sempre me.»

Quelle parole le capii, ma non ero d’accordo. Anche se non sapevo molto dei draghi e delle loro regole, sapevo che un lupo mannaro non si sarebbe mai inserito.

Non mi sarei mai inserita.

Non dissi nulla di tutto questo a Tina; mi limitai ad annuire. Lei continuò a parlarmi mentre uscivamo dalla stanza. Mi ero cambiata, avevo tolto i vecchi vestiti e indossato una tunica grigia e dei pantaloni. I capelli erano stati tirati così stretti che temevo potessero strapparmi la pelle dalla testa. Ma non mi lamentai.

Alla fine smettemmo di camminare quando arrivammo in uno spazio aperto, una terrazza, a giudicare da quanto il vento tirava forte. Ma non fu quello a farmi fermare il cuore nel petto. Furono i tre uomini in piedi a pochi passi da noi, con volti così severi che per poco non mi voltai e scappai indietro.

Riconobbi quello in mezzo, l’Erede Shadowborn. Avevo letto parecchio sui Draghi Shadowborn e su come potessero ucciderti con facilità senza nemmeno muovere un dito. Se il potere di uno Shadowborn qualunque era così terribile, non volevo nemmeno immaginare di cosa fosse capace il loro Erede.

Distolsi lo sguardo da lui mentre un brivido mi correva lungo la schiena. I miei occhi saettarono sugli altri due Eredi. Li avevo visti nella sala del trono, ma non avevo capito di che tipo fossero.

Provai a indovinare e conclusi che l’Erede dai capelli dorati fosse il Fireborn, e l’altro il Waterborn.

Ero così persa nei miei pensieri che sussultai quando Tina mi diede una gomitata. L’istinto di combattimento scattò e fui pronta a difendermi, ma l’espressione sul suo volto mi fece fermare.

Aveva il capo leggermente chino e fece un cenno con gli occhi. Sbatté le palpebre, confusa, senza capire che cosa volesse dire. Ma quando mi voltai verso gli Eredi, compresi.

«…inchinarsi davanti ai reali è un segno di rispetto in molte culture. Rifiutarsi di farlo a volte può essere visto come tradimento…»

Le parole di Mae mi risuonarono in testa. Sgranai appena gli occhi mentre la consapevolezza mi colpiva. Ma prima che potessi rimediare al mio errore e abbassare il capo, tutti e tre cominciarono a camminare verso di me.

Il panico mi esplose nel petto e dentro di me scattò l’impulso di fuggire. Non sapevo che cosa avrebbero fatto una volta arrivati dove mi trovavo, ma non volevo scoprirlo.

Riuscii a fare un solo passo indietro prima che qualcuno mi afferrasse per un braccio, bloccandomi. Era l’Erede Fireborn. Cercai di divincolarmi, ma sembrava impossibile. La sua presa era di ferro.

Anni di addestramento presero il sopravvento e feci ciò che mi avevano insegnato a fare se mi fossi mai trovata in una situazione del genere. Smettei di agitarmi, lasciai che l’Erede credesse che avessi rinunciato a scappare. Le sue labbra si incurvarono in un sorriso trionfante. Fu allora che mi mossi.

Affondai i denti nel suo braccio con forza. La presa si allentò mentre fissava il rivolo di sangue. Non sembrava ferito, solo… sorpreso. Sfruttai quel momento a mio vantaggio e lo spinsi via con tutta la forza che avevo. Fece un passo indietro, ma bastò perché io potessi fuggire.

Non sapevo dove sarei andata; sapevo soltanto che dovevo allontanarmi e sperare che non mi trovassero. Un pensiero stupido, considerando che quello era il loro territorio, la loro casa. Mi avrebbero trovata ovunque fossi corsa.

Riuscii a fare qualche passo prima che qualcosa mi serrasse la caviglia, facendomi cadere a faccia in giù nel fango. Il naso mi fece male solo per un attimo, poi il dolore si attenuò. Ero certa che si fosse rotto.

Provai a rialzarmi, ma quella cosa mi stava già sollevando tirandomi per la caviglia. Qualcos’altro mi afferrò la gola, tagliandomi l’aria nei polmoni. Mi lacrimarono gli occhi e la faccia mi prudeva per via del fango.

Mi aggrappai alla gola e cercai di liberarmi da ciò che mi stava soffocando, ma afferrai soltanto il vuoto. L’unica cosa che riuscivo a vedere era una striscia nera. Ombre.

Non so perché avessi pensato che l’Erede Shadowborn sarebbe stato almeno diverso dagli altri. Che sarebbe stato più simile a Tina, invece che ai mostri di cui avevo letto. Ma a quanto pare mi sbagliavo.

Fui sollevata così in alto che non sentivo più nulla oltre al sibilo del vento, eppure non riuscivo ancora a respirare. La presa alla gola si strinse con una tale violenza che ero certa che sarei morta. Non esisteva addestramento fisico capace di salvarmi quando non riuscivo nemmeno a vedere chi mi stava attaccando.

All’improvviso fui strattonata all’indietro. Mi preparai all’impatto con il terreno, ma invece caddi su un… letto d’acqua?

I vestiti mi si inzupparono e si macchiarono di fango, ma almeno non mi frantumai all’impatto. Per quello dovevo ringraziare l’Erede Waterborn.

Mi trascinai via dall’acqua e cominciai ad ansimare in cerca d’aria. Tina mi fissava con uno sguardo colpevole, ma non si fece avanti per aiutarmi.

Il rumore di passi in avvicinamento mi costrinse ad alzare la testa. La paura mi risalì dentro quando l’Erede Shadowborn si avvicinò, il volto un’immagine di morte. Ma questa volta non scappai.

«Prova a correre di nuovo e questo sembrerà un gioco da bambini.» sibilò.

Non mi servì un altro avvertimento per annuire. Fece un cenno a Tina e lei mi raggiunse di corsa. Mi aiutò ad alzarmi e mi trattenne con fermezza.

I miei occhi andarono ai tre Eredi, che ora stavano fianco a fianco, e fui certa che sarei morta per mano loro.

Quel pensiero non ebbe nemmeno il tempo di posarsi del tutto dentro di me, che le Ombre guizzarono fuori e tutto diventò nero. Di nuovo.

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