Capitolo 6 Benvenuto su Drakmor

Eloise

Stavo soffocando di nuovo. Solo che, stavolta, non ero sospesa in aria dalle ombre: le sentivo divorarmi intera, fin dentro la testa, fino a farmi girare tutto. La sensazione parve durare un’eternità, prima di cessare. Caddi a terra senza riuscire a fermarmi.

La nausea mi strinse lo stomaco e vomitai tutto quello che avevo dentro. Quando ebbi finito, sollevai il capo, gli occhi chiusi, mentre inspiravo la prima ondata d’aria fresca. Riempì i polmoni quanto più potei, poi aprii lentamente gli occhi. La scena che mi si presentò mi fece strisciare la pelle.

Il luogo era pieno di persone, draghi di ogni tipo, ma tutti con la stessa espressione ostile. Sentii il peso dei loro sguardi trapassarmi e due cose mi furono subito chiare.

Primo: quello era il Drakmor College. E secondo: lì non ero la benvenuta.

Abbassai lo sguardo sul vestito nel tentativo di sottrarmi ai loro occhi ostili. Mi intrecciai le mani dietro la schiena e ripercorsi mentalmente le pergamene che avevo letto.

«…le prime impressioni contano tantissimo. Puoi conquistare qualcuno per sempre, oppure perderlo per sempre. Dipende dalla prima impressione che dai…»

Provai a raddrizzare il vestito fradicio mentre le parole di mia sorella mi risuonavano in testa, ma era inutile. Il vestito era rovinato, la faccia impiastricciata di fango, e puzzavo di vomito. E, a completare la mia lista sempre più lunga di qualità di merda, ero una licantropa. Non esisteva prima impressione peggiore di questa.

Con la coda dell’occhio vidi Tina avvicinarsi di un passo, la mano stretta con forza sull’elsa della spada. La sua espressione si era fatta dura come pietra, in un modo che non le avevo mai visto. Ma non la conoscevo da molto; forse era così che appariva di solito.

Nonostante la folla, regnava il silenzio. Sospettai fosse per la presenza dei tre Heirs alle mie spalle. C’erano più di cento persone.

«Studenti di Drakmor.» Sollevai appena la testa quando la voce rimbombò nell’ampio spazio. L’uomo che parlava era giovane e, senza dubbio, aveva usato un incantesimo per amplificare la voce.

Conoscevo l’incantesimo di amplificazione, ma non l’avevo mai usato. Non ne avevo mai avuto bisogno. Sarebbe stato fantastico vederlo in azione, se non stessi tremando così tanto.

«Oggi, in mezzo a noi, abbiamo un nemico della nostra specie che ha giurato fedeltà salvando la vita di un reale.» L’uomo proseguì, con una nota di divertimento nella voce più che di disgusto.

O forse stavo interpretando male la sua espressione.

«Accoglietela e… siate gentili.» concluse, lanciandomi un’occhiata.

Non mi aspettavo che qualcuno dicesse qualcosa, con quegli uomini terrificanti dietro di me, ma un ragazzo si fece avanti all’istante, il viso paonazzo di rabbia. Vidi i suoi amici supplicarlo con lo sguardo, ma lui o non se ne accorse o non gli importò.

«Perché dovremmo essere gentili con lei, Professore? È una licantropa. La sua razza è fatta di bastardi subdoli e ci ha sempre fatto del male. Gli Alti Lord hanno commesso un errore terribile. Dovremmo ucci—»

Non finì la frase. Le ombre scattarono fuori così in fretta che non riuscii nemmeno a seguirle e poi… crack. Il rumore del collo del ragazzo che si spezzava riecheggiò nello spazio immenso.

Mi si spalancò la bocca mentre guardavo il suo corpo crollare, la testa piegata a un angolo innaturale. La bile mi risalì in gola, ma mi costrinsi a restare immobile. Ero così spaventata che perfino respirare mi sembrava un modo per farmi uccidere.

Lui… l’aveva appena ammazzato.

Nessuno pronunciò una parola né ebbe una reazione, a parte un lieve scuotere del capo o un lungo sospiro. Il professore che aveva parlato prima si limitò a schioccare la lingua, irritato.

Il loro Heir aveva appena assassinato qualcuno davanti a un’intera scuola e nessuno aveva battuto ciglio. Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Sapevo che non avrei dovuto, ma non riuscii a trattenermi: la curiosità sembrò scavalcare la paura mentre mi voltavo verso lo Shadowborn Heir. Ebbi un sussulto fisico quando lo trovai con gli occhi puntati su di me.

Nonostante la distanza tra noi, vidi i suoi occhi annerirsi, diventare neri, scuri come la notte. Non credevo fosse possibile che gli occhi di qualcuno diventassero così bui, ma a quanto pare mi detestava tanto da renderlo possibile.

Distolsi in fretta lo sguardo, avvicinandomi di un passo a Tina. Sapevo che non avrebbe potuto proteggermi da lui, se avesse deciso di spezzarmi il collo a mia volta. Ma era l’unica che non mi fissava con ostilità e disprezzo. Era meglio restarle accanto che rimanere sola e rischiare di farmi ammazzare.

Tina mi rivolse un mezzo sorriso, come se sapesse esattamente cosa mi stava passando per la testa. Non sciolse il groppo che avevo nello stomaco, ma lo apprezzai lo stesso. Provai a ricambiare, ma mi fu impossibile: stavo ancora cercando di trattenere il vomito.

Il professore tornò sul palco e parlò di quanto fossero importanti gli studi, di come tutti dovessero prendere più sul serio l’addestramento contro The Burn, visto che erano nel pieno delle loro forze. E infine disse cosa avrebbero dovuto fare se si fossero imbattuti in un Hollowborn. Scappare.

Era la seconda volta che sentivo quella parola da quando ero arrivata. La prima me l’aveva detta Tina, ma non aveva avuto modo di spiegarmene il significato. Avrei dovuto scoprirlo da sola, se fossi riuscita a uscire viva da lì.

Quando il professore scese, gli Heirs — tranne lo Shadowborn Heir — fecero ciascuno un breve discorso e l’assemblea si sciolse in fretta. Mi imposi di non guardare più nessuno dei due Heirs: le ombre li avvolsero e svanirono dal punto in cui si trovavano, lasciandosi dietro nient’altro che paura.

Rimasi piantata dov’ero, incapace di capire cosa fare dopo.

«Vieni, ti porto in camera.» disse Tina, strappandomi ai miei pensieri. Annuii e la seguii trascinando i piedi.

Cercai di tenere la testa bassa mentre camminavo, ma era impossibile non incrociare lo sguardo di alcuni dei draghi. Se prima mi odiavano per il fatto di essere una licantropa, adesso mi detestavano per aver causato la morte di uno di loro.

Non mi ero nemmeno ambientata e avevo già trasformato in nemici tutti i Dragon Shifter del campus. Non c’erano commenti velenosi: ora si limitavano a evitarmi.

«Il primo piano è per le matricole, il secondo per il secondo anno, il terzo per il terzo anno, e quell’edificio separato è per il personale.» disse Tina, interrompendo i miei pensieri.

Seguii con gli occhi la direzione che indicava e mi sfuggì un ansito. Era grande quanto la tenuta della mia famiglia, o forse un po’ di più, ma di certo era più bello. I raggi del sole sembravano rimbalzare sulle decorazioni dorate, facendolo risplendere.

«Se ti sembra bello questo, dovresti vedere il Keep da fuori.» ridacchiò Tina.

Mi colpì all’improvviso che io non l’avevo visto. Ero svenuta quando ero arrivata al Dragon Keep e poi ero stata umiliata quando le ombre mi avevano portata via.

«I professori vivono lì?» chiesi.

«Al piano terra, sì. L’ultimo piano è degli Heirs.»

Mi si spalancò la bocca per la sorpresa. All’assemblea di prima c’erano almeno dieci professori — li avevo contati — e tutti condividevano il piano terra, mentre l’intero edificio apparteneva a tre bastardi egocentrici.

Non lo dissi, ma doveva essermi scritto in faccia, perché Tina sogghignò.

«La vita non è sempre giusta, Ellie.» disse.

«Ellie?» Aggrottai la fronte, confusa.

«È il diminutivo di Eloise. Tra amici ci si dà dei soprannomi che solo loro possono usare con te. E devi ammetterlo: Ellie è piuttosto carino.»

La mia unica risposta fu uno sguardo vuoto. Il sorriso di Tina si spense.

«Non ti piace? Va bene, se non ti va ti chiamo Eloise.» disse in fretta.

Fissai davanti a me mentre continuavamo a camminare, ma più restavo in silenzio, più cresceva il bisogno di saperlo.

«Noi… siamo amiche?» chiesi, e quelle parole mi suonarono strane in bocca.

Tina si illuminò, il viso raggiante di felicità.

«Certo che sì. Migliori amiche per sempre.» scherzò, battendo le mani.

Non mi fidavo ancora di lei. Cristo, a malapena la conoscevo. Eppure non potevo negare l’eccitazione che provavo all’idea di farmi un’amica persino in un posto infernale come quello. La mia prima amica in assoluto. Un sorriso mi si allargò sul volto.

Forse, dopotutto, avrei potuto farcela in quel posto. Ma quando il ricordo delle ossa che si spezzavano mi attraversò la mente, i dubbi tornarono a strisciare dentro di me e mi chiesi se sarei arrivata viva alla fine della settimana.

Capitolo precedente
Capitolo successivo