Capitolo 8 Tentativo di assassinio
Eloise
Odio la scuola.
Sono parole che non avrei mai pensato di pronunciare, perché ho sempre amato imparare cose nuove. Ho fantasticato di frequentare una scuola da quando ho capito che cosa significasse. Più di ogni altra cosa, volevo usarla per fuggire dalla tenuta della mia famiglia.
Ma mentre percorrevo i corridoi di Drakmor, mi resi conto che avrei scelto gli orrori della mia famiglia, piuttosto che questo, in qualsiasi momento.
Mi strinsi le braccia attorno al corpo e camminai tenendo la testa bassa, ma non bastò a fermare i ringhi e gli sguardi carichi d’odio che mi venivano lanciati addosso. Nessuno si era ancora avvicinato, probabilmente per via dell’uomo enorme che camminava davanti a me.
Tina mi aveva accompagnata nella mia stanza poco prima. Mi aveva dato dei vestiti nuovi in cui cambiarmi, le uniformi scure dell’accademia per le matricole, e mi aveva mostrato dove fare la doccia. Se n’era andata prima che avessi finito e, al suo posto, avevo incontrato quest’uomo gigantesco. Non mi aveva rivolto una sola parola né aveva tentato di aggredirmi, a parte passarmi addosso lo sguardo e scuotere leggermente la testa. E io non gli avevo fatto domande.
Mi era bastato dare un’occhiata alla sua uniforme per capire che era uguale a quella di Tina. Era al terzo anno.
Forse Tina l’aveva mandato ad aiutarmi.
Non mi sentivo in pericolo mentre lo seguivo; mi sentivo al sicuro. Come se una parte di me sapesse che non mi avrebbe fatto del male. Così, quando mi spinse con un cenno verso quel corridoio, lo seguii senza discutere.
Camminammo fino in fondo e svoltammo bruscamente a sinistra. Il passaggio era stretto e buio, ma riuscivo comunque a distinguere la sua sagoma massiccia. Fece un gesto con la mano e comparve una sfera di luce.
Socchiusi gli occhi per l’improvvisa luminosità. Sapevo cosa aveva appena fatto. Ne avevo letto più volte e avevo visto anche mia sorella farlo. Luce fatata. Era una delle magie di base che Mae mi aveva insegnato durante una delle nostre sessioni di addestramento.
Creare una luce fatata non richiedeva molta magia e non era specifico di un solo tipo di soprannaturale. Ogni creatura che avesse magia dentro di sé poteva farlo. Tranne me, a quanto pare.
I ricordi di tutti i miei tentativi falliti mi assalirono e feci una smorfia. Ogni volta che avevo provato a creare una luce fatata, non ci ero riuscita. O veniva troppo intensa e inglobava l’intero spazio, oppure riuscivo a malapena a ottenere un tremolio.
Mae non mi aveva rimproverata per questo, non come avevano fatto i nostri genitori. Mi aveva semplicemente detto che la mia magia era instabile perché non mi ero ancora trasformata. Non ero una vera licantropa. Poi mi aveva preparato una zuppa e si era abbandonata al piacere di raccontarmi le meravigliose esperienze di chi è un licantropo completo. Era ironico che fosse stata proprio lei a portarmi via quell’esperienza.
Ero così persa nei miei pensieri che non me ne accorsi finché non fu troppo tardi. Andai a sbattere dritta contro l’uomo. Feci qualche passo indietro, trattenendo un lamento e massaggiandomi la fronte. Qualunque armatura indossasse sotto era più dura dell’acciaio. O forse erano le sue scaglie.
Avevo letto che le scaglie di drago erano quasi impenetrabili e che alcuni di loro erano capaci di trasformarsi a metà. Forse aveva fatto lo stesso e quelle su cui avevo battuto la testa erano le sue scaglie. Ma mi resi conto di quanto mi sbagliassi non appena alzai lo sguardo.
O ero stata troppo distratta dai miei pensieri per accorgermene prima, oppure in quel posto avevo ufficialmente perso il senno, perché l’uomo davanti a me non era la stessa persona che avevo seguito.
Quello, pur essendo ancora più alto di me, era più snello e indossava un’armatura dorata. Mi sembrava stranamente familiare. Il volto che prima non aveva mostrato nulla, ora era colmo di rabbia e odio. La sensazione di sicurezza svanì all’istante e la paura mi strisciò lungo la spina dorsale.
Feci qualche passo indietro, pronta a scappare, ma la schiena urtò il muro. Aggrottai la fronte. Avevo camminato dietro di lui, eppure in qualche modo avevamo invertito le posizioni e lui si era messo alle mie spalle. In quel momento mi stava bloccando l’unica via d’uscita.
«È quasi divertente quanto sia stato facile ingannarti. Voi lupi siete tutti uguali: un branco di idioti che si credono superiori, eppure non siete riusciti a vedere oltre un semplice incantesimo d’illusione.» Sghignazzò.
La gola mi si contrasse per la paura, davanti all’asprezza della sua voce. Si era lanciato addosso un’illusione per sembrare qualcun altro, e io… ci ero cascata. L’avevo seguito in questo angolo stretto dove poteva farmi del male. O peggio, uccidermi.
Ero proprio un’idiota.
Il cervello frugò freneticamente tra tutte le mosse di difesa che avevo imparato, ma nessuna sembrava sufficiente per sfuggirgli. Al solo pensiero, la paura dentro di me si intensificò. L’uomo parve accorgersene, perché il suo ghigno si allargò.
«Lasciami andare.» Cercai di rendere la voce ferma, ma mi uscì un lamento.
«Patetica.» Rise in modo maniacale, poi si interruppe di colpo; lo sguardo gli si indurì, colmo di disprezzo.
La luce fatata sopra la sua testa si fece più intensa, come se fosse alimentata dalla sua rabbia.
«Ti scaverò da dentro a fuori e ti guarderò mentre implori di restare in vita. Mi supplicherai di avere pietà, e io non te la concederò. Ti darò una morte lenta e dolorosa, proprio come il tuo prezioso Alpha ha fatto con lei.» Sibilò, il volto contorto dall’odio.
Fece passi lenti e deliberati verso di me, imponente e minaccioso. Le ossa mi si indebolirono per il terrore e non riuscii più a nasconderlo. Non sarei rimasta lì a farmi ammazzare. Ero stata addestrata al combattimento. Forse non al livello di quell’uomo, ma pur sempre addestramento.
Scacciai la paura con la forza di volontà e mi aggrappai alla speranza appena trovata. Dovevo salvarmi da sola, perché nessuno sarebbe venuto a salvarmi. Nessuno.
Quella consapevolezza mi indurì la determinazione. Senza darmi il tempo di ripensarci, mi lanciai verso di lui e lo spinsi con tutta la forza che avevo. Barcollò indietro di qualche passo, concedendomi l’apertura di cui avevo bisogno per scappare.
Gli sfuggì un ringhio animalesco, una promessa di torture se mi avesse raggiunta. Non gliel’avrei permesso. Dovevo essere veloce, ma nel buio fitto diventava sempre più difficile. Evocai una luce fatata e pregai in silenzio di non sbagliare l’incantesimo.
Per fortuna ci riuscii, ma purtroppo era fin troppo luminosa e mi accecò per un istante. Non smisi di correre, ma quell’abbaglio mi rallentò.
Stavo quasi uscendo dal corridoio stretto quando qualcuno mi strattonò indietro per i capelli. Urlai dal dolore, come se il cuoio capelluto mi stesse andando a fuoco. Caddi all’indietro, la schiena che sbatté duramente a terra.
«Puttana.» Ruggì.
Mi tirò su per i capelli e mi trascinò contro il muro. Mi rigirò con violenza, la schiena che si conficcò nella superficie ruvida. Mi strinse la gola con forza, tagliandomi il respiro.
Afferrai il suo braccio e cercai di allontanarlo mentre soffocavo, ma la presa si fece ancora più stretta.
«Lo sai che cosa faceva Christopher ai draghi che catturava?» disse a bassa voce.
Christopher? Perché nominava Christopher?
Non ebbi il tempo di soffermarmi sulla domanda: gli occhi mi si riempirono di lacrime. La testa mi girava. Ero certa che sarei morta se avesse stretto appena un po’ di più.
«Rispondimi!» ringhiò, con fumo che gli usciva dalle narici.
«N-n… non l-lo… so.» riuscii a strozzare.
«Oh, invece sì.» Inclinò la testa di lato. «Hai supplicato Lord Byron di rimandarti da Christopher. Fai parte della sua cerchia ristretta? O magari sei la sua compagna?» La presa si serrò quando pronunciò l’ultima parola.
All’improvviso capii dove lo avevo visto la prima volta. Era una guardia reale al Dragon Keep. Era la guardia che era venuta a convocare l’Erede Shadowborn mentre mi interrogava nelle segrete. Era lì che mi aveva sentita parlare di Christopher.
Scossi la testa e provai a dirgli che si sbagliava. Non avevo mai visto Christopher in vita mia. Ma avevo la sensazione che non mi avrebbe creduta. Non c’era nulla che potesse provare la mia innocenza.
«Vi darò la caccia e vi ucciderò uno per uno per avermela portata via.» La voce gli tremava di dolore e rabbia.
«Ma comincerò da te.» Sguainò un pugnale e lo sollevò, senza dubbio puntando al mio cuore.
Chiusi gli occhi, aspettando la morte. La voce nella mia testa che di solito sussurrava speranza si era zittita. Non avevo ultime parole da dire. La mia vita non era stata granché. Inspirai e trattenni il fiato.
Ma la puntura del pugnale non arrivò mai. Invece la sua mano si allentò intorno al mio collo e il pugnale cadde. L’uomo crollò a terra, gli occhi immobili nella morte.
Lo sentii prima ancora di vederlo. I tentacoli d’ombra che turbinavano, rendendo l’angolo più scuro di quanto non fosse già.
«Mi sono allontanato cinque minuti e tu per poco non morivi. Non hai la minima idea di come restare viva, Piccola Lupa?» sbuffò, irritato.
